Nutrire la propria vita 

Nella nostra società vige il principio della performanza. Ogni nostra azione è non solo finalizzata a un obiettivo, ma anche ad un risultato. È come se fossimo sempre chiamati alla frenesia dell’azione, a non sostare mai, a non poter decantare. Quindi ognuno di noi si sente quasi in colpa quando non riesce a stare al passo con i tempi, quando si ferma – per motivi esterni o necessità interiori – perché ha l’impressione di perdere tempo, di non essere utile, di non realizzarsi. Condizioni esteriori (come la disoccupazione, la pandemia, la malattia, etc.) e condizioni interiori (come la noia, l’accidia, la pigrizia) sembrano gettarci in uno stato di non-esistenza, di privazione di vita. Invece esse possono essere “nutrimento di vita”.

In che senso?

Ce lo spiega molto bene il sinologo François Jullien[1] che, da anni, si occupa di rileggere l’Occidente attraverso le lenti della cultura orientale, non per soppiantare il pensiero che ci pertiene e abbracciare l’altro, bensì per aiutarci a rileggere l’impensato entro cui pensiamo.

Ma andiamo con ordine, indagando il significato del verbo “nutrire”. Un verbo semplice ed elementare, dice Jullien, che – nella tradizione occidentale inaugurata dai Greci e poi ripresa dai Padri della Chiesa – indica figuratamente alimentare sia la propria anima che il proprio corpo. Eppure già qui dovremmo notare ciò che informa la riflessione giunta sino a noi, ossia la dicotomia che caratterizza il pensiero occidentale tra corpo e anima, tra spirituale e concreto, cui la cultura cinese oppone il concetto di “yang sheng”, ossia di “nutrire la propria vita”. Vita intesa come intessuta di elementi reali e spirituali.

Già nel tentativo di spiegare ciò, si nota quanto sia difficile per noi rendere l’unità cui si riferiscono i Cinesi attraverso il nostro linguaggio, che è dunque evidentemente fondato sulle categorie che insegnano la polarizzazione di corpo e anima. Cosa significa, quindi, “nutrire la propria vita” per il pensiero cinese? Nutrire ciò che è specifico dell’uomo. Aristotele tripartiva l’anima e ci invitava a coltivare quella parte di noi che non condividiamo coi vegetali per il mero fatto di esistere (anima vegetativa), bensì l’anima intellettiva, che tende alla conoscenza. Questo τέλος al sapere ha pervaso il nostro orizzonte culturale. Invece in Cina non esiste questo continuo Streben, perché è ritenuto una zavorra per l’esistenza, in quanto comporta l’impossibilità di sostare, di riposare, spingendoci invece a raggiungere l’irraggiungibile: il Sapere. Il principio di conoscenza a noi tanto caro – pensiamo a quanto conti oggi “sapere”, “essere sempre aggiornati”, conseguire titoli e specializzazioni – causa un’emorragia di vitalità, dice Jullien presentandoci la peculiarità del pensiero cinese. La formula orientale “nutrire la propria vita” mette dunque in relazione di transizione due concetti che per noi sono sempre disgiunti, quelli appunto di corpo e anima, obbligando così a soffermarci su ciò che accade dentro di noi, a livello globale, di interezza, e insegnandoci l’importanza di lasciar decantare, esattamente come il vino che – lasciato riposare – deposita sul fondo la propria essenza. E ciò comporta tempo. Questo tempo è percepito come stallo da noi, abituati come siamo a correre e rincorrere l’irraggiungibile; spesso siamo assaliti da una sensazione di vuoto, senza sapere che questo stesso vuoto può essere letto in maniera diversa. Per noi è horror vacui, mentre per la Cina è occasione di semina di sé, funzionale ad un raccolto: più mi affino, più mi animo; e, per affinarmi, non devo temere i vuoti, lo stato di consunzione, che – logorando ciò che impedisce la vita – lascia che essa invece scorra. Esattamente come la splendida narrazione tratta dallo Zhuang-zi insegna:

«Il macellaio del principe Wen Hui stava squartando un bue. Ogni colpo vibrato dalla sua mano, ogni sollevamento della spalla, ogni movimento del piede, ogni spinta del ginocchio, il fruscio della carne tagliata, il movimento del coltello, tutto era perfettamente armonioso […].

“Ammirevole,” disse il principe, “che la tua arte sia divenuta tanto perfetta.”

Il macellaio depose il coltello e rispose: “Ciò che mi sta a cuore è il Dao, che va al di là dell’arte. All’inizio, quando cominciai a squartare buoi, tutto ciò che vedevo dinnanzi a me era un bue intero. Dopo tre anni, non vedevo più la massa del bue, ma le singole parti. Adesso, non vedo nulla con gli occhi. Tutto il mio essere lavora, i sensi sono a riposo. La percezione e la ragione si arrestano e lo spirito si muove spontaneamente. Seguendo i filamenti della carne, il coltello scivola attraverso le fessure nascoste, scorre attraverso le cavità del corpo, trova la via che già c’è. Non taglio legamenti né tendini, per non parlare di ossa o giunture.

Un buon macellaio cambia il suo coltello ogni anno, perché taglia. Un macellaio mediocre cambia il suo coltello ogni mese, perché spacca. Io uso questo coltello da diciannove anni, ha macellato migliaia di buoi, ma la lama è ancora affilata come quando era nuovo. Ci sono interstizi nelle giunture e il filo della lama non ha spessore. Quando infili ciò che non ha spessore in un interstizio, c’è sempre spazio a sufficienza.

Capita tuttavia di incontrare giunture difficili. Me ne rendo conto, rallento, osservo attentamente, mi muovo con cautela. La lama si muove appena, delicatamente, ed ecco che la carne si apre e cade come una zolla di terra. Allora ritraggo il coltello, mi fermo e assaporo la gioia del lavoro compiuto. Pulisco la lama e la ripongo nel suo astuccio.”

“Eccellente”, disse il principe. “Il mio macellaio mi ha insegnato come coltivare l’energia vitale”».

(Zhuang-zi, III)

Come si nota, il pensiero orientale non è gravato dal continuo tentativo di de-preoccupazione che, come insegnano gli Stoici, bisogna praticare, bensì si connota per una visione evolutiva: coltivare l’energia vitale vuol dire insinuarsi nei vuoti, nelle fessure, per ovviare a tutto ciò che può ottundere la vitalità. Per cui il pensiero cinese non è meramente morale, come lo è il nostro, bensì morale e vitale indifferentemente. Come recita sempre il maestro, per nutrire la vita

“basta semplicemente spazzare davanti alla porta”.

Quindi non dice “io penso”, o “io sono”, ma fornisce una risposta semplice, che denota un passo indietro da parte sua rispetto al piedistallo da cui solitamente proferiscono le risposte i nostri maestri occidentali: per dare impulso alla vita, devo solo espellere, spazzare via ciò che è una zavorra per la vita stessa, quindi ogni fardello che ostacola lo scorrere tra gli interstizi della vita. Il principe rimane perplesso e chiede ulteriori ragguagli; il maestro gli spiega che nutrire la propria vita è come avere un gregge. Quando qualche capo di bestiame rimane indietro, bisogna rianimarlo. Difatti il pastore cinese non sta a capo del gregge, bensì dietro, per sferzare le pecore che rimangono indietro; non le conduce verso una mèta, ma si assicura che il gregge proceda. Questo ci fa comprendere quanto, per la tradizione europea, sia invece importante il concetto di “dove” condurre il gregge: è la mèta che conta… ecco qui: il Senso inteso come “direzione”. Caratteristici del pensiero occidentale sono due concetti che in Cina non sussistono, ossia quello di ρχή e di τέλος: di principio e di fine. Come si diceva all’inizio, nella nostra esistenza ciò che conta è il fine. I Greci aborrivano l’indeterminatezza, l’incerto, e circoscrivevano l’esistenza nella cornice del determinato, avente un inizio e un(a) fine appunto. La determinatezza dell’“essere”. Concetto che in Cina è usato solo in maniera predicativa: “io sono un pastore”, o “io sono un principe”, mai come “io sono”. Quindi tutto quello che facciamo in Occidente è sempre in vista di un fine. Veniamo al mondo per rintracciarlo, per reperire un Senso. Questo rende tragico il pensiero europeo, che ovviamente vede nella morte o la possibilità della rivelazione (cui un pastore ci conduce) o del Nulla; mentre in Cina la morte è cessazione del soffio vitale (chi o qi), che non viene meno alla morte, ma confluisce in coloro che rimangono, nella terra, tornando al Tutto da cui proveniamo. Ecco perché in Cina vi è il culto degli antenati, che vanno ricordati ogni giorno in quanto ancora presenti, in circolo. La vita va avanti. Esattamente come deve fare il gregge. Dobbiamo dunque chiederci, cosa impedisce al mio gregge di procedere? Se individuiamo la risposta, possiamo spronare le nostre pecore interiori a superare ciò che causa denutrizione, ciò che ostacola la vita. Questa concezione evolutiva del pensiero cinese e si contrappone alla visione occidentale che, per lottare contro la tragicità dell’esistenza, pone – come fine supremo – la felicità. Oggi, fa notare Jullien, gli scaffali delle librerie sono pieni di testi che insegnano il self-help; ma questi sono non-libri, di non-autori – sostiene in maniera netta –, che predicano non-pensieri, obbligandoci a rimanere chiusi nella dicotomia corpo/anima, per questioni di marketing. I manuali di sviluppo personale pullulano e hanno un mercato enorme perché la filosofia si è sviluppata in questo sostrato dualistico, con diminuzione della dimensione religiosa. Quindi vogliamo colmare questo iato tra salute e spiritualità con il concetto tutto occidentale di “sviluppo personale”: ti insegno ad essere felice. Ma il pensiero della felicità come τέλος cui tendere sfocia in un paradosso, in un vero e proprio enigma per il pensatore francese: il problema della felicità non è tanto il fatto che sia irraggiungibile o difficile da conseguire, bensì il fatto che sia insopportabile. A riguardo Freud citava Goethe: “non c’è nulla di più insopportabile di una serie di bei giorni”. Immaginate che ci sia sempre bel tempo, sarebbe una noia mortale. Schopenhauer anche sottolineava come fosse semplice descrivere l’inferno, ma difficilissimo il paradiso. Questo dimostra quanto sia importante e costruttivo un paragone con la Cina, che non ha mai pensato il concetto di “felicità”. Non c’è una concettualizzazione per un motivo semplice: non si è mai pensato a uno statuto di un’anima separata dal corpo, non esiste questo essere ontologico che è sfociato nel concetto di “anima” dei Greci, innestatosi poi sul concetto di “essere”, e quindi di “essenza”, di “eternità”. Così come nel pensiero cinese mancano i concetti di “scopo” e di “finalità”. Il pastore fa semplicemente sì che il gregge vada avanti, trovando – come recita l’aneddoto – “la via (tao) che già c’è”. Questo è ciò che si intende anche con l’espressione comune francese ca va! Ci si incontra al mattino e ci si chiede reciprocamente: “ca va?”, e si risponde “ca va!”, a indicare che (la vita) va, procede. Questo è il “tao”, la “via”: qualcosa che va. Non una via che ci porta da qualche parte, ma che è semplicemente percorribile, come fa la lama del macellaio passando attraverso gli interstizi.

Questo confronto con i grandi assenti metafisici in Cina – i concetti di “anima contrapposta al corpo”, di “scopo”, di “essere”, di “felicità” – desta il nostro stupore, abituati come siamo a pensare alla vita entro questi confini. Le parole che usiamo definiscono il nostro mondo e la visione che ne abbiamo. Confrontarsi con un pensiero altro ci consente di deflemmatizzare il nostro pensare, andando a interrogare l’inesplorato del nostro stesso pensiero, mettendo in discussione ciò che abbiamo sempre dato per scontato sino ad ora. Jullien ci invita, dunque, non a rinnegare il nostro pensiero, ma a risignificarlo attraverso la circolazione tra questi pensieri, usando appunto la riflessione cinese per rileggere quella occidentale, non per soppiantare questa e abbracciare l’altra. Non si tratta della classica fascinazione che il mondo orientale ha sul nostro; si tratta invece di risalire all’impensato del nostro pensiero osando interrogare ciò che non abbiamo mai avuto il coraggio di mettere in discussione e, contemporaneamente, di riscoprire la particolarità, la singolarità dell’inventività. Proprio come è riuscito a fare Jullien, non solo mero conoscitore del mondo cinese, bensì ricercatore della sua peculiarità, della sua differenza rispetto al mondo occidentale da cui pur egli proviene e che non rinnega, perché portatore di un pensiero caratteristico a sua volta.

Circolare tra i pensieri ci consente di interrogare le categorie grazie a cui pensiamo ed entro cui agiamo, di metterle alla prova arricchendole o ponendole in dubbio mediante il confronto con altre categorie, avendo il coraggio di entrare in un orizzonte a-categorico, da cui solo può emergere la singolarità di ciascuno di noi. Anche questo è, in un certo senso, nutrire la propria vita.

 

[1] Ne parla soprattutto in Nutrire la vita, senza aspirare alla felicità, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006.

 

 

 

Categorie:
Condividi:
Facebook
Twitter
LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Continua a leggere

Articoli correlati

Riflessioni

Corpo e anima

«L’intero dell’uomo è il suo corpo insieme con la sua anima. Infatti, è proprio dall’anima che derivano all’uomo i più

Leggi Tutto »
Libri

L’amore che resta

Hanno questo di proprio le opere di genio, che, anche quando dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita,

Leggi Tutto »

Hai bisogno di informazioni?

Per qualsiasi esigenza, dubbio o domanda compila il form di contatto