Corpo e anima

«L’intero dell’uomo è il suo corpo insieme con la sua anima. Infatti, è proprio dall’anima che derivano all’uomo i più grandi mali, così come i più grandi beni» (Giovanni Reale, La filosofia di Seneca come terapia dei mali dell’anima) 

Diverse volte, in queste pagine, viene fatto riferimento alla dicotomia corpo/anima, sempre con l’intento di sottolineare come, all’interno del Counseling Filosofico, si cerchi di tenere presenti entrambi gli elementi. Ma questo non è solo un intento funzionale alla presa in carico della complessità di cui ogni consultante è portatore, bensì è anche l’esternazione di una visione antropologica ben precisa che fa da sfondo alla relazione di aiuto in sé. Il consultante con cui ci si rapporta è un unicum, di cui corpo e anima non sono che parole diverse per esprimere aspetti della stessa cosa: la Persona. E, come afferma Reale nel passo in esergo, la Persona è l’Intero. Eppure, per ragioni linguistiche e culturali, siamo portati a precisare che il counselor filosofico si occupa dell’anima del cliente che gli si rivolge, del suo spirito… Quindi, quasi tutte le persone che incontro, soffrono per esigenze “spirituali”, legate alla loro anima… Tuttavia, quando il percorso funziona, ci si rende conto di come l’anima sia strettamente legata al corpo, per cui l’interconnessione tra i due elementi – anche se dovessimo continuare a reputarli come entità indipendenti l’una dall’altro – è tangibile: se sta bene la psyché (anima), sta bene anche il soma (corpo) e viceversa. In quest’ultimo caso, ci accorgiamo di quanto la salute del corpo sia fondamentale per il nostro umore: anche solo un mal di testa può influire sul nostro stato, sul modo in cui affrontiamo una giornata.

Ma andiamo alle radici culturali del dualismo in cui inevitabilmente ci muoviamo. Perché anche questa consapevolezza gnoseologica può aiutare a orientarci meglio nel mondo e nella visione che abbiamo di noi stessi. Non vogliamo, quindi, indottrinare né invitare ad un cambio di prospettiva, solo informare delle ragioni culturali che ci spingono a usare due termini diversi per indicare aspetti della stessa realtà (umana). Perché anche a questo serve la filosofia: comprendere da dove derivino certe convinzioni su cui si regge la vita di ciascuno di noi.

Nella filosofia greca, possiamo rintracciare due atteggiamenti differenti rispetto al reale, volti a conciliare l’ineludibilità del divenire – cui tutto è sottoposto – con la permanenza dell’essere. Da una parte, dunque, Eraclito, che afferma che tutto cambia (panta rei), dall’altra Parmenide, l’assertore di ciò che dura:

«l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere».

È sempre stato difficile, insomma, giustificare la copresenza del mutamento e dell’identità. Pensiamo a noi, ad esempio. Al cospetto di una foto di qualche anno fa, è inevitabile constatare che siamo cambiati, ma è altrettanto impossibile dubitare del fatto che – nonostante le rughe, il colore dei capelli mutato e i chili in più – quelli siamo pur sempre noi. Platone ha cercato di ovviare a ciò attingendo alla tradizione orfico-pitagorica, affermando così l’esistenza di un mondo ideale e di un mondo materiale: il regno delle idee è ciò cui tornerà l’anima una volta che i mutamenti si compiranno in quello finale costituito dalla Morte. Ciò comporta che ad essere interessato dal divenire e dai cambiamenti sia il corpo, e che l’anima invece superi questi stessi mutamenti rimanendo se stessa, sempre identica, incorruttibile. Per questo il corpo è inteso come sema, ossia come prigione dell’anima. Ne è derivata una visione denigratoria nei confronti di tutto ciò che ha a che fare col corporeo, con il materiale, e – per converso – un’esaltazione dell’anima come elemento autentico e superiore rispetto al suo compare terreno, diciamo. Tale Weltanschauung è confluita anche nel Cristianesimo, e persino il padre della scienza moderna, Cartesio, ha confermato il dualismo corpo-anima parlando di res cogitans e res extensa. Eppure anche il pensatore francese sentì l’esigenza di unire questi due aspetti della realtà individuando nella ghiandola pineale il luogo fisico del loro incontro. Forse, da questa intuizione, sono scaturite le conquiste delle neuroscienze attuali, che dobbiamo tenere presenti non tanto per dimostrare la fondatezza del materialismo (che pensa che tutto si risolva nella materia e che, una volta esaurita questa, nulla più esista), quanto per gli importanti stimoli riflessivi offertici da esse circa la complessità di cui siamo fatti, l’unicum che siamo e di cui bisogna tenere conto all’interno di una relazione di aiuto.

Nonostante queste scoperte scientifiche provino l’interrelazione di ciò che siamo soliti chiamare “corpo” e di ciò che definiamo “anima”, oggi la tendenza imperante è quella di parcellizzare l’individuo, che – ad esempio – nel contesto clinico viene visto come organo da curare, come mero Körper (corpo-cosa, oggetto delle scienze), mentre un medico dovrebbe tener conto anche del Leib (corpo vivente) di colui che ha di fronte, che è appunto Persona. Essa ha dunque una storia, e la storia di ciascuno di noi è frutto di elementi materiali e immateriali, corporei e psichici, desideri, sogni, aspirazioni, progetti, esperienze, sofferenze, gioie, relazioni… di tutto ciò che rende la vita tale, insomma. Quindi, nel momento in cui si è in un contesto di Cura, bisogna badare a questa complessità di cui ognuno è portatore, ponendo attenzione ai suddetti aspetti dell’esistenza, a tutto ciò che – per abitudine culturale – siamo soliti chiamare “anima” e “corpo”: l’Intero.

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