La pandemia come crisi esistenziale

“Mentre l’animale può anche non conoscere se stesso perché la sua vita è regolata dall’istinto, l’uomo, privo com’è di istinti, come ci ricorda Platone, è delegato alla cura di sé. La carenza istintuale, infatti, se da un lato svincola l’uomo da qualsiasi comportamento codificato, dall’altro lo libera in quello scenario possibile dove, se vuole evitare di perdere la propria vita prima ancora che giunga la morte, deve reperire la propria misura. […] Creatura in eccesso, l’uomo è già oltre il limite fin dal primo momento della sua nascita, per cui suo compito non è tanto quello di infrangere i limiti, quanto di darseli, per dar forma alla sua vita e reperire il suo volto”. (U. Galimberti, La casa di psiche. Dalla psicanalisi alla pratica filosofica).

Probabilmente non ce ne siamo accorti, ma da due anni abbondanti stiamo attraversando una landa desolata dell’esistenza. La pandemia è la nuova cornice delle nostre vite, pervase ora da angoscia, inquietudine, e menomazioni della nostra libertà. Non l’abbiamo scelta, vi siamo stati gettati, heideggerianamente parlando. La cosa triste è constatare come sempre più persone si stiano abituando a queste coordinate, abbandonandosi al regno del Man, in cui si deve fare così…L’uniformità gregaria ha trionfato, facendoci seguire ciecamente dettami altrui, propinati a fin di bene. La libertà è un’illusione, perché concessa, perché guadagnata attraverso la conformazione a quel “si deve fare così” impostoci dalle istituzioni.

Lungi dalla polemica, ciò che mi preme in questa sede è interrogarci sul concetto di Limite. Dalla citazione del filosofo Umberto Galimberti, si evince il suo potere. Il Limite è una cifra esistenziale, ossia un elemento che caratterizza l’esistenza ab origine, poiché nasciamo finiti, dotati di una scadenza interna che, nello scorrere del quotidiano, tendiamo a rimuovere per vivere il più serenamente possibile.

I tempi in cui viviamo da ormai più di due anni ci hanno, invece, imposto il confronto con questo dato di fatto, con la cifra per eccellenza: la Finitudine. La pandemia del Covid19 ci fa toccare con mano la gettatezza in cui siamo, che proviamo a negare, ma le ricadute sono inevitabili: la nostra vita è cambiata, è stata limitata nella libertà da direttive che dobbiamo seguire, scandita da DPCM che si avvicendano l’un l’altro; la precarietà dell’esistenza si tocca con mano, nelle morti di persone care, nella malattia che ci tange, nel fatto che sia aumentata statisticamente la possibilità di morire; le nostre relazioni, il nostro modo di vivere il mondo, è mutato, obbligandoci prima all’isolamento, poi a contatti contingentati, pur sempre contatto, è vero, ma oppresso dall’alone della paura, del rischio, dell’angoscia di ammalarsi

Come fare a non vedere questo Limite che ci connota? Non possiamo più ignorarlo.

È tremendamente difficile essere quelli di prima, vivere cercando di non vedere tale ostacolo intrinseco. Sempre più persone stanno male, provate dalle nuove condizioni di vita: studenti in DAD che perdono il contatto con i pari, madri lavoratrici che cercano di tenersi assieme, di continuare a ricoprire i vari ruoli cui sono chiamate dalla società, anziani sempre più isolati, persone che perdono il lavoro, crisi economiche, matrimoniali, sociali, etc. La pandemia ha pervaso le nostre esistenze, anche in assenza di contagio. Il mondo è mutato. Conviviamo ormai con un’inquietudine perenne, come in apnea. Stiamo, insomma, tutti vivendo una crisi esistenziale senza rendercene conto a volte.

La crisi esistenziale emerge proprio al cospetto delle situazioni-limite, ossia – come ci ricorda Karl Jaspers – quegli eventi che ci gettano al cospetto della necessità (dolore, sofferenza, malattia, morte), che stoicamente non sono sotto il nostro controllo e che, come tali, sconquassano la nostra esistenza, facendoci assaporare amaramente il limite della nostra libertà.

Eppure qualcosa si può sempre fare. Come indicato nella citazione in esergo, al cospetto del Limite possiamo o perderci o ritrovarci, o obliarci o scoprirci. L’inquietudine che deriva deve essere ascoltata, perché ci pone delle domande fondamentali: cosa possa fare? Cosa posso sperare? Chi sono io? gli eterni interrogativi. Quando sembra che la nostra esistenza ci sfugga di mano, ecco che invece possiamo trovare dentro di noi le risposte a quei quesiti, utili per comprendersi e conoscersi meglio, per capire se abbiamo vissuto sino a quel momento una vita congruente, indagando se le nostre azioni siano coerenti ai nostri pensieri. Quindi la crisi esistenziale non deve essere temuta, bensì vissuta come occasione. Per ricostruire, bisogna abbattere. Per rinascere, bisogna morire.

In questo periodo ci sentiamo soli; la pandemia ha esasperato ciò che già sappiamo, ma che fatichiamo ad accettare: non possiamo delegare a nessuno altro il nostro fardello. Nessuno può ammalarsi, soffrire o morire al nostro posto. Spetta a noi. Eppure anche la solitudine è un’opportunità: per stare con se stessi, cercare di guardarsi, non più distratti da ciò che ci fa rimandare l’appuntamento con noi stessi. La cura di sé passa anche attraverso questo, il confronto con se medesimi al cospetto del Limite. Questo ci insegna quanto sia opportuno avere consapevolezza dei propri limiti, o darseli se non li abbiamo o abbiamo fatto finta che non ci fossero. Questo periodo catalizza tale processo interiore, e può essere vissuto come occasione di autenticità, di scelta di sé fondata attraverso la messa in discussione – causata, in questo caso, da circostanze esterne (il Covid19) – di tutto quello che, sino a quel momento, ha caratterizzato la nostra esistenza.

È fisiologico avere paura. Essa nasce come sentimento primordiale, che ci mette in guardia di fronte al pericolo. Per cui va sempre ascoltata perché, quando proviamo paura, sono in gioco la nostra stessa sopravvivenza e incolumità. È sì un retaggio animale, una reazione istintuale, ma va risignificata, proprio perché – a differenza degli animali – siamo dotati di capacità riflessiva e di meta-pensiero, ossia della tendenza a interrogarci sul nostro stesso pensiero.

Ecco perché siamo “creature in eccesso”, come dice Galimberti riprendendo probabilmente il pensiero di Pico della Mirandola, il filosofo che connota l’uomo come microcosmo, capace di scadere nel bruto così come di elevarsi sino agli angeli. Come un funambolo, l’uomo è dotato della possibilità di oscillare tra una condizione e l’altra: abbassarsi sino a nullificarsi o ascendere sino a trascendersi. Alla base c’è sempre una scelta, fondata su quella stessa libertà che ci permetterà di leggere, ad esempio, la situazione-limite pandemica come occasione o come inaggirabile ostacolo. Possiamo scegliere.

 

 

Categorie:
Condividi:
Facebook
Twitter
LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Continua a leggere

Articoli correlati

Riflessioni

Corpo e anima

«L’intero dell’uomo è il suo corpo insieme con la sua anima. Infatti, è proprio dall’anima che derivano all’uomo i più

Leggi Tutto »
Riflessioni

L’incompletezza

C’è tutto un periodo di preparazione per venire al mondo, sia nel corpo della madre che in quello del figlio

Leggi Tutto »
Counseling Filosofico

La Filosofia zoppica

Il terreno del filosofo è la mobile duna o la savana deglutitrice: o meglio la tolda di una nave trascinata

Leggi Tutto »

Hai bisogno di informazioni?

Per qualsiasi esigenza, dubbio o domanda compila il form di contatto