Your Honor. La ribellione di Abramo

Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio” (Ebrei, 11-17)

Coleman si allontanò rendendosi conto, come mai prima di allora aveva dovuto fare al di fuori delle lezioni sulla tragedia greca, della facilità con cui la vita può essere una cosa piuttosto che un’altra e della casualità con cui si crea un destino… E anche, d’altra parte, di come il fato può sembrare accidentale quando le cose non possono andare a finire che come sono finite”. (Philip Roth, La macchia umana)

Casualità e causalità; libero arbitrio e destino.

Quante volte, nella nostra vita, ci troviamo di fronte a bivi che ci impongono una scelta? Praticamente ogni giorno. Ciò che siamo è determinato anche dalle nostre decisioni e – esercitando quella libertà che opta per un possibile piuttosto che per un altro – cerchiamo di pilotare la nostra vita, di darle una parvenza di ordine congruo, al fine di sfuggire al caos. Qualche volta vi riusciamo: seguendo la logica causale, speriamo di allontanare eventuali conseguenze negative delle nostre decisioni; altre volte, ci ritroviamo spiazzati al cospetto di conseguenze imprevedibili, disarmati di fronte al caso che sembrerebbe dire l’ultima parola.

Possiamo, dunque, essere artefici del nostro destino?

La miniserie televisiva Your Honor offre importanti spunti di riflessione.

Michael Desiato (interpretato da Bryan Cranston) è il protagonista di questa serie. Dieci episodi in cui lo spettatore assiste allo snaturarsi di un uomo integerrimo, un giudice, che da sempre lotta per sospendere il giudizio verso gli imputati della sua corte, cercando di contestualizzare sempre la ragione per cui sono finiti al banco degli imputati, ascoltandoli e indagando dietro le apparenze e i pregiudizi. Un giudice giusto, incarnazione di una Giustizia che non è davvero la dea bendata. Michael, difatti, desidera sempre vederci bene, accertando imputazioni e accuse, al fine di essere retto e nel tentativo di comprendere più che di spiegare le Persone che si ritrovano al suo cospetto. A lui si rivolgono per la sua umanità, per la sua capacità di andare contro corrente laddove la vita, nella sua singolarità, è messa a repentaglio o giudicata erroneamente a causa di stereotipi. Un faro e uno spirito incorruttibile.

Ma la sua luce si spegne. Poiché egli, a causa di circostanze che non vogliamo spoilerare, si ritrova a fare di tutto, a sovvertire ogni suo principio in nome di quello che reputa essere il più alto di tutti: l’amore per il proprio unico figlio, Adam. Per evitare di sacrificarlo e di consegnarlo alla Giustizia degli uomini di cui lui stesso è custode, il giudice Desiato deve trascendere se stesso, ciò in cui ha sempre creduto e fa una scelta: salvare suo figlio dal sacrificio richiesto.

Inevitabile il paragone con il biblico Abramo, cui Dio chiese di sacrificare quello stesso figlio, Isacco, che gli avrebbe garantito – dopo le difficoltà avute per concepirlo – la prosecuzione del suo seme…

Entrambi, Michael e Abramo, sono considerati “giusti”; entrambi hanno un unico figlio. Ma – di fronte alla possibilità di sacrificarlo – reagiscono in maniera completamente diversa l’uno dall’altro.

Abramo è pronto a sacrificare suo figlio, come una sorta di precursore del credo quia absurdum: egli si chiede come sia possibile che Dio gli garantisca la discendenza se deve sacrificare l’unico mezzo che ha per perpetuarla, Isacco; eppure crede in Dio e lo ascolta nella sua richiesta inaccettabile, facendo il salto della fede. Non a caso Kierkegaard pensa a lui quale emblema dell’etica religiosa, in Timore e Tremore:

Ma non dubitò, non si mise a sbirciare a destra e a sinistra con angoscia, non importunò il cielo con le sue preghiere. Sapeva che era Dio, l’Onnipotente, che lo metteva alla prova; sapeva che si poteva esigere da lui il sacrificio più duro: ma sapeva anche che nessun sacrificio è troppo duro quando è Dio che lo vuole – e cavò fuori il coltello”.

E, per questo coraggio, Dio lo premia: risparmia Isacco, mantenendo quindi la promessa iniziale.

Michael Desiato fa una scelta invece diversa: si ribella. Pretende di pilotare gli eventi, guardando “a destra e a sinistra”, per modificarli. Crede solo nella Giustizia, sì, ma è anche esempio dell’homo artifex sui. La sua visione del mondo si regge su altri valori rispetto a quelli di Abramo. Alla fine della sua vicenda, una volta smascherato da quelle persone che amava e che si è ritrovato a manipolare suo malgrado, cede ed enuncia la sua priorità a giustificazione: salvare il figlio. Michael, a differenza del paladino della fede, si rivolta facendo di tutto per evitare di sacrificare la sua progenie. Prova a forzare il destino, che sembrerebbe già scritto nell’indagine delle possibili conseguenze di quella fatidica causa iniziale che ha innescato la sua trasformazione esistenziale; allora cerca di lavorare sulle cause stesse per sortire degli effetti diversi da quelli temuti. Ingaggia una lotta contro il fato proprio per porre ordine, rimedio, per ovviare all’inevitabile epilogo.

Ma – come abbiamo detto – non tutto è prevedibile. E quando l’individuo cerca di autodeterminarsi, piegando quello che può essere fuori del suo controllo, rischia l’ὕβϱις. E la tracotanza viene punita. Alla fine la progenie Desiato non potrà andare avanti, nonostante le lotte, il sacrificio di sé e di tutti i valori da parte di un padre che si rivela disposto a tutto.

La ribellione di questo nuovo Abramo dimostra che, per quanto ci si possa e ci si debba autodeterminare, si incappa sempre in incognite che non sono prevedibili e che esulano dal nostro controllo. Epitteto avrebbe tanto da dire in merito. Destino e libero arbitrio sembrano legati in un vincolo indissolubile poiché la libertà individuale si incaglia negli scacchi dell’esistenza e della sua imprevedibilità. Si può reagire con rabbia, dolore, frustrazione, ma sempre ci imbattiamo nel limite della nostra libertà e della possibilità di scegliere come determinare il nostro esistere.

Il finale della miniserie sembra ripristinare una teodicea, contro cui ha sempre lottato il protagonista. Pur non pensando che esista il fato o il karma, sicuramente, ci si domanda come si possano affrontare le sconfitte delle scelte rivelatesi infelici. Perché qualcosa ha portato a quell’epilogo e, sicuramente, non è imputabile al destino o al fato.

La vicenda termina lasciandoci come una corda tesa. Non sappiamo cosa avvenga dopo il trionfo dell’ineluttabile. E risuonano le parole di Roth:

Pensava gli stessi inutili pensieri, inutili per un uomo di non grande talento come lui, se non per Sofocle: la casualità con cui si forma un destino… E come tutto può sembrare accidentale quando è inevitabile”.

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