Riconoscimento e Risentimento

Nei racconti personali di coloro che si considerano trattati moralmente male, giocano appunto un ruolo dominante categorie come quelle dell’‘offesa’ o dell’‘umiliazione’, le quali stanno in rapporto con forme di dispregio, cioè di riconoscimento negato. Simili concetti negativi designano un comportamento che è ingiusto non perché pregiudichi la libertà d’azione di alcuno o gli rechi danno materialmente, ma piuttosto perché riguarda quell’aspetto lesivo di un comportamento che colpisce le persone nella stima positiva che hanno di sé. (A. Honneth, Riconoscimento e disprezzo)

Uno dei motivi più frequenti di malessere, nelle nostre vite, è quello legato alla mancanza di riconoscimento da parte degli altri. Quando il nostro agire viene travisato, nonostante gli sforzi, quando la nostra persona viene percepita diversamente da come vorremmo, inevitabilmente soffriamo. Ci sentiamo offesi e umiliati. E se siamo propensi all’onestà intellettuale, non possiamo non avvertirci scalfiti dai fraintendimenti che, forse, abbiamo generato noi stessi. Il dubbio ci dilania, minando l’autostima, la visione che abbiamo di noi stessi, innescando un’ineludibile crisi che avvia anche una “lotta per l’auto-riconoscimento”.

Se, tuttavia, siamo certi di “essere nel giusto”, ecco che ciò che affiora è, oltre alla rabbia, il Risentimento. Il livore, ossia quel sentimento che ci conduce o sulla strada della rivalsa o sulla strada dell’atarassia. La prima rende impraticabile il perdono di coloro che ci hanno misconosciuto; la seconda è frutto di magnanimità, di quella capacità che emerge di fronte alla comprensione di quanto ciò che sfugge al nostro controllo – quindi il giudizio altrui – sia tra le cose che bisognerebbe reputare come indifferenti, quindi incapaci di turbarci.

Quest’ultima sembrerebbe la via (stoica) maggiormente auspicabile; eppure noi abbiamo bisogno di sentirci riconosciuti dall’altro, di farci percepire per quello che realmente siamo ed è normale sforzarsi di argomentare le proprie ragioni, di rispiegare le intenzioni, di esporsi nuovamente nel tentativo di far passare il messaggio al ricevente per come era nelle nostre intenzioni. Perché, come sostiene Maurice Merleau Ponty

Il nostro rapporto con la verità passa attraverso gli altri. O andiamo verso la verità con loro, o non è verso la verità che andiamo”

Ci sentiremmo soli, ancora più soli, se non riuscissimo a far cogliere la nostra Verità. Il che non vuol dire imporla, ma saperla difendere, mantenendo fede a noi stessi e nel rispetto dell’altro. È una questione di dignità: quando il riconoscimento non è garantito, ci sentiamo minati nel nostro valore.

A volte, la rivalsa diventa questione di vita o di morte, come ci rammenta Hegel nella Fenomenologia dello Spirito:

Il rapporto fra le due autocoscienze, dunque, si determina come un dar prova di sé, a se stesso e all’altro, mediante la lotta per la vita e la morte”.

La lotta per il riconoscimento è questo. Implicitamente la combattiamo per tutta l’esistenza, ma – in presenza di una ferita causata dal fraintendimento –, diviene una vera e propria guerra finalizzata a dar prova di sé. È vero, l’atteggiamento della sospensione del giudizio, del farsi scivolare addosso l’opinione altrui, può essere utile; tuttavia dentro di noi cova il bisogno di superare la prova.

Ho visto diverse persone bloccate dal risentimento, acciecate dal desiderio di riscatto e di giustizia; non riuscivano più a crescere, ad andare avanti, manifestando atteggiamenti di sfiducia nei confronti dell’Altro (potenziale fonte di frustrazione e di dolore) e incancreniti nella volontà di vendetta. Il livore diviene nemico di colui che ne è in balìa, sortisce un’amplificazione di un misconoscimento che, in questo caso, si agisce verso se stessi, in quanto ci si trasforma in quel risentimento, lo si incarna e ci si allontana da se stessi. Come spiega Roberta De Monticelli, queste persone diventano, paradossalmente, proprio come coloro che hanno destato questo rancore attraverso il mancato riconoscimento, aprendosi all’odio, l’ultima e più dannosa manifestazione della climax del risentimento:

L’odio è il disconoscimento di identità dell’altro, che spegne il doloroso dissenso con se stessi nell’atrofia del cuore, nell’indifferenza”.

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