L’incompletezza

C’è tutto un periodo di preparazione per venire al mondo, sia nel corpo della madre che in quello del figlio che ella porta in grembo. Così è per la morte: c’è tutto un lavorio che ci prepara a dipartire da questa vita. La Natura ci attrezza, sia per arrivare che per andare”[1]

[1] Da un dialogo realmente avvenuto

Questo testo ha un significato particolare per me. Mi ha accompagnato in un momento di commiato definitivo, mentre assistevo al compimento di un’esistenza fondamentale anche per la mia. E ora ritorna…

Nel 1997 Salvatore Veca scriveva Dell’Incertezza, testo in cui fondamentalmente venivano poste delle domande di ordine teorico su ciò che è: domande sulla verità e sul significato, sulla giustizia, sul linguaggio e la comunicazione, sulla libertà, sull’identità. L’idea di incompletezza cerca di dare risposte a quelle domande, dopo una lunga riflessione da parte dell’Autore. Il lavoro è articolato, come dice il sottotitolo, in quattro lezioni, rispettivamente sul valore, sulla giustificazione, sull’interpretazione e sulla dimostrazione.

Utilizzando la classica forma della lectio, Veca argomenta intorno a ciò cui è arrivato riflettendo sul concetto di incertezza:

qual è la natura delle teorie con cui rispondiamo all’incertezza?”.

La natura è appunto l’incompletezza: ogni teoria è insatura, per Veca, contenente i propri limiti, che devono essere vissuti come opportunità. La ricerca filosofica e così quella scientifica sono, per l’Autore, occasione di ricerca incessante, in cui l’inquietudine dovuta all’insaturazione che il paradigma dell’incompletezza porta con sé, apre al cambiamento e all’inaspettato.

Sebbene la formula della lectio renda di difficile fruizione il testo, l’argomento intorno cui è costruito, l’incompletezza, è di notevole interesse. Esso ingloba tantissimi concetti che postulano la necessità di accettare i limiti della conoscenza: l’incompletezza è ciò che spinge l’uomo, sempre inquieto, a ricercare e a migliorare se stesso oltre che la gnosi fine a stessa. L’inesauribilità della conoscenza va, difatti, di pari passo con l’inesauribilità della Persona, intesa proprio in senso esistenziale: Veca vede il filosofo come colui che è ben conscio dell’impossibilità di definire univocamente e una volta per tutte ciò che sa e che l’uomo è: l’individualità, la singolarità e l’irripetibilità del Singolo, fa da sfondo a ciò che il pensatore afferma.

D’altra parte l’essenza del filosofo è quella del “coltivatore di memorie” e dell’”esploratore di connessioni“: è colui che sa trovare un senso, il Senso, in maniera autonoma e consapevole, guardando a ciò che è stato e proiettandolo nel futuro; è un ermeneuta che costruisce il proprio orizzonte di significato senza attendere che questo gli si manifesti come un dono, dall’esterno, quale concessione eteronoma. Il filosofo padrone della ricchezza dell’incompletezza rifiuta le rassicuranti costruzioni teoriche, che pretendono esaustività e completezza, e predilige il baratro della ricerca incessante: come diceva Jaspers in Psicologia delle visioni del mondo, ogni dottrina è in sé rassicurante, ma bisogna sempre tenerne presente i limiti, accettandoli, proprio perché

ogni edificio troppo compiuto risulta sospetto”.

Ci vuole coraggio, perché non è semplice vivere all’insegna dell’inquietudine derivante dall’incertezza; molto più tranquillizzante è vivere facendo riferimento a quegli involucri, per dirla sempre con Jaspers, caratterizzati dal razionalismo, volti a porre un termine a ciò che, per sua natura, è invece infinito, sempre in movimento, incompleto, per l’appunto: il pensiero. Ogni razionalismo, ogni dottrina è riduzionistica quando assurge ad un’esaustiva e completa spiegazione dello stato delle cose. Mentre, lo abbiamo visto, è l’incertezza a contraddistinguere ogni tentativo di spiegare lo stato delle cose, dice l’Autore de Dell’incertezza. Come sottolinea Veca nella prima lezione sul valore, è filosofico mettere in discussione ciò che è ricevuto come edificio teorico e visto solo come tale. I limiti e le differenze consentono di cogliere nuovi orizzonti di senso, nuovi significati, sia nella filosofia che nella scienza; coltivare memorie è proprio questo: dare una “fisionomia non già data” allo stato delle cose.

Alla fine di una lettura ostica, quasi persa e affaticata dal tentativo di seguire Veca nella trattazione di Gödel, mi sono imbattuta in una sorpresa, per cui ho pensato che valesse la pena non lasciare incompleto (per quanto potesse essere coerente con l’intento dell’Autore) il libro: la disquisizione sull’attesa, uno degli exempla cui attinge il coltivatore di memorie incarnato dall’Autore. Noi possiamo, difatti, sperimentare sulla nostra pelle l’incompletezza perché siamo per definizione degli esseri finiti nel tempo: sembra una contraddizione in termini, in realtà è ciò che definisce l’esistere, ossia un’attesa e una tensione continua alla completezza. Come dice Jankélévitch, la vita di un uomo è completa solo agli occhi di coloro che rimangono; il singolo, che diparte, rinuncia a conoscere la parola “fine” della sua esistenza. Il tempo dell’attesa, dunque, esprime per Veca

l’intervallo nelle nostre vite che per noi ha valore”,

in altre parole designa ciò che conta, che dà significato, negativo o positivo che sia, al vivere, che – alla fine – è un vivere insaturo per l’Autore, proprio in virtù della Finitudine che lo caratterizza, com’è testimoniato dall’attesa stessa. E questa è strettamente congiunta al desiderio e alla mancanza, di cui è figlio Amore (assieme all’abbondanza, che è, tuttavia, anche saturazione e appagamento), per ricordare la genealogia platonica di quel sentimento che vivifica i nostri giorni. Veca, a tale proposito, fa una distinzione molto interessante tra desideri categorici o incondizionati e desideri ipotetici o condizionati: i primi definiscono il nostro desiderio di qualcosa, a prescindere dalla continuazione della vita, è il desiderio di futuro, che ci fa sentire il bisogno di vivere, per cui la nostra durata nel tempo non è altro che uno strumento per diventare ciò che desideriamo essere, quindi funzionale alla realizzazione del nostro progetto esistenziale; i desideri ipotetici, invece, ci sono per il solo fatto che continuiamo a vivere e le cose desiderate non sono altro che strumenti per protrarre la nostra durata nel tempo, mezzi per il fine che è la continuazione della vita stessa. Per Veca ciò che caratterizza l’attesa è il valore o disvalore che le diamo e questi sono chiamati in causa dai desideri categorici e non dagli ipotetici; insomma

perché il tempo dell’attesa generi per noi un’esperienza di valore o disvalore, dobbiamo presupporre che la condizione di avere desideri categorici sia soddisfatta […] ciò equivale a sostenere che il sé prova la propria essenziale incompletezza, la propria insaturazione nel tempo”

Per questo una vita senza termine, l’immortalità dell’Affaire Makropulos citata come esempio dall’Autore, è da rifiutare, è indesiderabile: non basta permanere in vita per definirne la qualità. E qui si aprirebbero miriadi di riflessioni di carattere bioetico a riguardo. Rimanendo sul testo, la speranza e la paura, ossia quelle passioni di incertezza di cui parlava Spinoza, sono testimonianza della qualità della vita e della sua intrinseca incompletezza: noi non siamo pazienti morali, dice Veca, non possiamo accontentarci dei soli desideri ipotetici, bensì siamo agenti morali, individui che progettano, che hanno fini. Insomma, il Nostro conclude postulando una riformulazione di ciò che si può intendere per dignità umana, che si regge proprio sui suoi due amori, l’incertezza e l’incompletezza, che chiamano in causa il corollario del rispetto dovuto ad ogni essere umano in quanto definito proprio da quelle caratteristiche.

La filosofia può solo indicare il terminus a quo, o direzioni, sentieri, percorsi. Non mete, né terminus ad quem”.

Anche se una vita si sta per compiere, se – al limitare dei nostri giorni – sembra che si compia un cerchio, ecco che sempre incompiuti rimaniamo. Perché ciascuno di noi, in quanto Persona, è inesauribile.

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