La questione del nome

“Di sicuro esiste una medicina per l’anima: la filosofia. Il suo intervento non si deve richiedere dall’esterno, come avviene per le malattie del corpo, e si devono impiegare tutti i mezzi e tutte le forze per metterci in condizione di curarci da soli” (Martha Nussbaum, Terapia del desiderio)

Quando mi chiedono che lavoro faccia, alla risposta “il counselor filosofico”, le espressioni parlano chiaro: disappunto, stupore, incredulità, incomprensione …. Alla fine esplicito: “sono un filosofo pratico”.

È davvero un peccato si debba sempre precisare come la Filosofia possa essere utile per la vita di ciascuno di noi, poiché il senso comune è convinto che essa non serva a nulla. Il pregiudizio su quello che, in realtà, è prerogativa di tutti è davvero uno dei grandi ostacoli che incontro nel mio intento di portare avanti ciò in cui credo. Bisognerebbe connotare nuovamente il significato di “filosofia”, che è amore per il sapere, ricerca incessante, domanda, costantemente tesa al reperimento della conoscenza di e del Senso che anima le nostre esistenze.

Il Counseling Filosofico arriva in Italia alla fine degli anni Novanta, su iniziativa di un gruppo eterogeneo di studiosi che colse tutta la potenzialità dell’intuizione di Gerd Achenbach, cui dobbiamo il ripristino della vocazione originaria della Filosofia: l’utilità nei confronti della vita. Dopo la laurea (1981), questi fonda la Gesellschaft fur Philosophische Praxis (1982), con l’intento di riportare la Filosofia al suo originario legame con l’Esistenza. Achenbach, difatti, reduce dall’esperienza accademica, era ben consapevole della deriva che – nel sentire comune – la madre di tutti i Saperi aveva subìto, divenendo mera astrazione, fondata su un linguaggio accessibile solo agli addetti ai lavori ed elucubrazione totalmente slegata dalla fattualità della vita. Invece il filosofo tedesco, così come il suo contemporaneo vicino d’oltralpe Pierre Hadot, desiderava rendere nuovamente manifesto quanto la Filosofia nasca dalle domande che l’esistenza di ciascuno di noi ci pone davanti, dai “perché” di cui è costellato il nostro quotidiano, sempre alle prese con questioni di Senso, di ordine morale (fare o non fare, giusto o sbagliato, etc.) e di conoscenza di sé. Rifacendosi all’antica tradizione filosofica ante Medioevo, momento in cui la Filosofia è stata relegata nei chiostri divenendo ancilla theologiae, Achenbach ricongiunge Filosofia ed Esistenza, dando vita alla Philosophische Praxis, col fine di far uscire la Filosofia dal “ghetto accademico” in cui era stata confinata. La Filosofia appartiene a ed è propria di ciascun essere vivente perché ogni individuo è dotato di pensiero e manifesta l’esigenza di un meta-pensiero (o “secondo pensare”, come lo definisce Achenbach), caratteristica che ci distingue – ad esempio – dagli animali che agiscono in base all’istinto, nel qui ed ora.

L’esigenza di un ritorno a una Filosofia Pratica, viva, è anche dettata – a parere di Achenbach, così come sancito a livello mondiale da Lou Marinoff (Platone è meglio del Prozac, 1999) – dalla necessità di rispondere alla tendenza alla medicalizzazione dell’individuo innescata dallo psicologismo imperante nel nostro secolo: ogni problema legato alla psyché, all’anima, è di pertinenza della Psicologia. Freud, i cui primi passi vengono mossi nell’alveo del contesto medico, all’inizio studia l’isteria; poi – imbibito di stimoli filosofici mai esplicitati opportunamente – arriva alla teoria dell’Inconscio da cui ha avuto inizio il successo della psicoanalisi. Ma questa fa comunque leva su una concezione ben precisa del funzionamento psichico, si regge su un modello e su paradigmi dogmatici che lasciano poco spazio agli interrogativi di senso, puntando tutto su una spiegazione causalistica delle caratteristiche devianti del comportamento psichico. Pur essendo grati e riconoscendo il carattere rivoluzionario della scoperta freudiana, non possiamo non rilevare come essa si regga comunque su un pensiero, fortemente legato alla personalità del suo inventore, e foriero di un modello interpretativo della realtà individuale. Ma ci sono cose che non possono rientrare in nessun modello: l’inesauribilità di ciascuno di noi sfugge ad ogni tipo di etichetta e di spiegazione rintracciata mediante il riferimento ad un modello precostituito.

Nella casa di psiche ha preso dimora un ospite inquietante che chiede, con una radicalità finora sconosciuta, il senso dell’esistenza. Gli altri ospiti, che già abitavano la casa, obiettano che la domanda è vecchia quanto il mondo, perché, dal giorno in cui sono nati, gli uomini hanno conosciuto il dolore, la miseria, la malattia, il disgusto, l’infelicità e persino il «disagio della civiltà» a cui prima le pratiche religiose, e poi quelle terapeutiche, con la psicanalisi in prima fila, hanno tentato di porre rimedio. L’ospite inquietante però insiste nel dire che nell’età della tecnica la domanda di senso è radicalmente diversa, perché non è più provocata dal prevalere del dolore sulle gioie della vita, ma dal fatto che la tecnica rimuove ogni senso che non si risolva nella pura funzionalità ed efficienza dei suoi apparati. […] Se nell’età pre-tecnologica la vita e il mondo apparivano privi di senso perché miserevoli, nell’età della tecnica la vita e il mondo appaiono miserevoli perché privi di senso. Di fronte a questa diagnosi, la psicoanalisi rivela tutta la sua impotenza, perché gli strumenti di cui dispone, se sono utilissimi per la comprensione delle dinamiche emotivo-relazionali e per i processi di simbolizzazione, sono inefficaci in ordine al tipo di insensatezza che caratterizza l’età della tecnica. La psicoanalisi, infatti, conosce il non-senso di una vita tormentata dalla sofferenza, ma non la sofferenza determinata dall’irreperibilità di un senso. Qui occorre la pratica filosofica”. (U. Galimberti, La casa di psiche. Dalla psicanalisi alla pratica filosofica).

L’ospite inquietante (la domanda di Senso) può essere accolta opportunamente dalla Filosofia, scevra di modelli interpretativi precostituiti e libera di reperire incessantemente le risposte di cui ogni individuo è portatore: non esistono risposte in assoluto, valide per tutti, ma ciascuno ha le proprie. Indagando – nel dialogo – la visione del mondo delle persone che si avvalgono della Philosophische Praxis, ecco che il filosofo pratico può accompagnarle al reperimento del loro Senso personale.

Soprattutto all’indomani della pubblicazione di Platone è meglio del Prozac, l’attenzione mediatica accende i riflettori su un nuovo (e assieme antico) modo di intendere la Filosofia: non più “aria fritta”, bensì catalizzatrice della verità individuale cui ogni singolo essere pensante tende e custodisce. Questa novità si diffonde in tutto il mondo: dall’America al Nord Europa, da Israele alla Francia, arriva in Italia appunto alla fine degli anni Novanta. Se nelle altre nazioni il ruolo della Filosofia Pratica è ben connotato, nel nostro Paese lo scenario si complica. Dopo qualche anno, infatti, dalla costituzione dell’AICF (Associazione Italiana Counseling Filosofico, citata anche alla fine del libro di Marinoff quale punto di riferimento italiano per la professione), si apre una questione sul nome, che è in realtà una questione relativa all’essenza stessa della professione: aiutare o condurre alla saggezza? Counseling Filosofico o Consulenza Filosofica?

Senza entrare nel merito delle realtà associative che propugnano l’uno o l’altro punto di vista, possiamo dire che il contesto in cui siamo crea spaccature all’interno di un mondo che dovrebbe rimanere coeso: siamo pochi e tutti crediamo nelle potenzialità pratiche della Filosofia. Questo è ciò che conta e dovrebbe essere la leva su cui poggiare il nostro sforzo.

Achenbach scelse l’espressione Philosophische Praxis perché, in tedesco, quest’ultimo termine indica lo “studio”, il luogo fisico in cui opera il filosofo come professionista, come nell’inglese “practice”. “Praxis”, invece, è stato tradotto in alcuni casi come “pratica”, il che va bene – dato il fine cui tende la Filosofia (ossia essere viva e utile per l’esistenza), ma a scapito della sfumatura di dignità professionale che il tedesco le conferiva. In italiano, poi, l’etichetta di Achenbach è stata tradotta come “consulenza filosofica”, ma essa rimanda al misunderstanding cui è andato incontro il nostro Paese, in cui con “consulenza filosofica” andiamo a connotare un tipo di professione che il filosofo svolge non tanto per aiutare il cliente, quanto per portarlo alla consapevolezza del proprio pensiero, per soddisfare esigenze expertise su domande che si pone e, in certi casi, a fornire le risposte che da un esperto ci si aspetta… ha valore consulenziale appunto. Il termine “Counseling filosofico”, invece, riporta all’intenzione di Achenbach: aiutare la persona a fronteggiare un problema esistenziale in cui è immerso. Tuttavia, se teniamo conto che anche la chiarificazione e la contezza conseguita – tramite il processo dialogico – del proprio modo di pensare può portare all’uscita dal problema in cui si rimane imbrigliati, ecco che la questione del nome viene meno. Le professioni del counselor e del consulente filosofico si fondono. È possibile che capiti.

La questione del nome, infine, è complicata ulteriormente dal rapporto conflittuale con la psicologia, che spesso inveisce contro il counseling (di impostazione psicologica) tacciandolo di abuso di professione. E a ragione avviene questo poiché spesso chi consegue nel nostro paese il titolo di counselor non ha seguito un opportuno iter formativo, che dovrebbe prevedere un percorso post laurea, sulla base di determinati requisiti, tirocinio e training individuali … Il counseling “selvaggio” (come lo definisce il professor Lodovico Berra, colui cui dobbiamo l’arrivo in Italia di questa nuova opportunità per la Filosofia) è fonte di problemi non solo per la psicologia, ma anche per il Counseling Filosofico stesso. Spesso viene voglia di trovare un altro nome, ma verrebbe meno il fulcro di questa vocazione: l’aiutare l’altro. Il Counseling Filosofico è di una natura totalmente altra rispetto agli altri counseling, di impostazione psicologica. Esso, difatti, è “filosofico”, ossia punta su una concezione ben precisa di Filosofia, quella stessa accezione da cui Achenbach parte per fondare la sua Philosophische Praxis.

Ma allora, perché non ci chiamiamo semplicemente “filosofi”? O “filosofi pratici”? Perché, purtroppo, tale termine è ancora legato al pregiudizio descritto dal padre di questa nuova disciplina. Sta a ciascuno di noi, che crediamo in questa prospettiva, spiegare e divulgare cosa sia veramente la Filosofia. Se ce la facessimo, allora potremmo semplicemente dirci “filosofi”.

Sono passati quasi quarant’anni dalla nascita di questo nuovo ruolo professionale; personalmente penso che, per quanto Achenbach abbia avuto le sue ragioni nel criticare la filosofia accademica e la psicologia, ora si possa e si debba ammettere che il Counseling Filosofico non possa prescindere da nessuna delle due: dalla prima può difatti trarre fondamentali spunti per aiutare il consultante ad ampliare la sua visione del mondo (sempre senza inculcare nulla o imporre l’auctoritas), con la seconda può poi stabilire un fruttuoso confronto ponendosi come sinergica, al fine di rispettare l’intento di mettere al centro la Persona nel processo di cura cui decide di sottoporsi (quindi lavorando in rete e mettendo al servizio del cliente tutti gli strumenti di cui ogni professionista, filosofo o psicologo, disponga).

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