La Filosofia zoppica

Il terreno del filosofo è la mobile duna o la savana deglutitrice: o meglio la tolda di una nave trascinata dalla tempesta: è il «bateau ivre» delle 12 dissonanze umane, sul cui ponte, e non che osservare e riferire, è difficile reggersi. Questa nave viaggia mari strani e diversi: ed ora la stella è termine di riferimento, ed ora, nella buia notte, il «metodo» non potrà riferirsi alla stella. Mobile è il riferimento conoscitivo iniziale; diverso, continuamente diverso, il processo”. (C. E. Gadda, Meditazione milanese)

L’altro giorno una persona con cui sono entrata in contatto di recente, mi ha chiesto se non avessi paura di “consigliare” le persone svolgendo la mia professione. Ho cercato subito di capire cosa le facesse pensare che io consigli i miei consultanti, e la sua risposta è stata “tu sei una counselor, quindi immagino che tu faccia questo: dare consigli”. Armandomi di pazienza, le ho spiegato che faccio tutt’altro rispetto al consigliare, ossia aiuto le persone a trovare da sé i propri “consigli”, la loro verità interiore rispetto alle problematiche che, nel quotidiano, la vita ci pone davanti. Certo che avrei, dunque, paura di consigliare perché non è questo che posso – né voglio – fare.

Sicuramente il preconcetto sulla mia professione era legittimo da parte dell’interlocutrice che ha destato in me queste considerazioni, visto che in inglese “counseling” vuol dire appunto “consigliare”, “consultare”.

Ma il Counseling Filosofico si distingue anche per il significato che sceglie per questo termine, mutuato da una delle accezioni intransitive del verbo latino “consulĕre” da cui la parola “counseling” deriva, ovvero: “aver cura di”, “darsi pensiero”, “venire in aiuto”, “curare”.

Se il mio compito consistesse nel consigliare, vorrebbe dire che chi viene da me spera di trovare direttive, indicazioni e suggerimenti tecnici per uscire dal problema, come fossi su un piedistallo in qualità di “esperta”. Invece, partendo e incarnando il presupposto socratico, io so di non sapere; quindi, come potrei offrire soluzioni o risposte? Io non faccio che accompagnare la persona, mi metto accanto a lei: intentiamo assieme la ricerca della soluzione che è già dentro di lei, ma che ora non vede poiché immersa dell’obnubilamento della situazione problematica in cui si trova. Insomma, consultante e counselor viaggiano assieme e, sicuramente, il counselor filosofico non direziona la ricerca, ma facilita, catalizza, procede accanto al cliente. Non gli dice mai cosa fare né cosa pensare, ma lo aiuta a tirar fuori – maieuticamente – le sue risposte. Non segue un metodo, anzi, questo – se proprio vogliamo contemplarlo – è da intendersi nel senso del suo etimo: meta-odos, ovvero “via da seguire”. Ma la via non è predeterminata, bensì è quella su cui la persona in difficoltà esistenziale conduce il counselor filosofico stesso, permettendogli di accedere alla sua personale visione del mondo. In punta di piedi, questi ha la possibilità di entrarvi, di contemplarla, cercando di farlo con lo stesso sguardo del consultante, accogliendolo empaticamente e ascoltandolo attivamente; lo aiuta a vederne le ramificazioni, i bivi, le crepe e gli ostacoli che la costellano attraverso l’arte del domandare. Quindi io faccio tante domande, cosa ben diversa e antitetica rispetto al fornire risposte o dispensare consigli. Ogni tanto può capitare che qualcuno chieda di averne, ma si cerca sempre di ovviare ponendo, appunto, altre domande, al fine di aiutare il singolo ad essere autonomo e consapevole nel viaggio all’interno della sua Weltanschauung, favorendo la sua tensione ad una percezione di congruenza verso se stesso, all’Autenticità.

La Filosofia che fonda questa professione non è, dunque, un bagaglio inesauribile cui attingere pillole da somministrare alla persona che si rivolge al counselor filosofico, bensì quella Filosofia consapevole della sua natura originaria, dei suoi limiti, tesa più al comprendere che allo spiegare, come Dilthey e Jaspers ci rammentano; una Filosofia che zoppica, che procede incerta e sempre pronta a rivedere le risposte cui giunge. Maurice Merleau- Ponty ben esprime tale caratteristica della Filosofia:

È inutile contestare che la filosofia zoppica. Essa abita la vita e la storia, ma vorrebbe situarsene al centro, nel punto in cui esse si configurano come evento, come senso nascente. La filosofia ha a noia il già costituito. Come espressione essa si compie solo rinunciando a coincidere con ciò che è espresso; piuttosto se ne allontana per vederne il senso. È l’utopia di un possesso a distanza.” (Elogio della filosofia)

Il Filosofo è zoppo, così come Socrate – figura cui il counselor filosofico si ispira inevitabilmente – è atopos, come ci ricorda Pierre Hadot: atipico, fuori luogo, non incasellabile … alla maniera della Filosofia che incarna:

E così quando gli altri uomini amano Socrate-Eros, quando amano l’amore rivelato da Socrate, ciò che amano in Socrate è quest’aspirazione, questo amore di Socrate per la bellezza e la perfezione dell’essere. Trovano dunque in Socrate il cammino verso la propria perfezione”

Anche Eros, come Socrate l’ironico, non insegna nulla, poiché è ignorante: non aumenta il sapere dell’uomo, ma rende quest’ultimo diverso. È anch’egli maieutica. Aiuta le anime a generare se stesse”.

Nulla da consigliare, insomma; nulla da insegnare. Solo accompagnare, appunto, nel cammino verso la perfezione (la quale è, soprattutto, un tèlos, ascrivibile all’Autenticità) e aiutare le anime a partorire se stesse (consapevolezza).

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