La depressione esistenziale

«Chi ha dolori e preoccupazioni sa perché è triste e preoccupato. Se si domanda a un malinconico quale ragione egli abbia per esser così, cosa gli pesa, risponderà che non lo sa, che non lo può spiegare. In questo consiste lo sconfinato orizzonte della malinconia».

(Søren Kierkegaard, Aut-Aut)

Un tempo non esisteva la parola “depressione”, eppure essa rappresenta una modalità di essere al mondo in cui prima o poi capita di incappare nella vita. Si parlava, dunque, di melancholia (μελαγχολία, Ippocrate), di umor nero, accidia, hypondria vaga (come diceva Kant). La filosofia sa molto bene cosa sia quell’isterismo dello spirito (secondo la formulazione kierkegaardiana) proprio perché l’esistenza spesso e volentieri si colora di “nero”. Il termine “depressione” approda in ambito clinico nel 1856 ad opera dello psichiatra francese Louis Jean Francois Delasiauve e diventa di pertinenza della medicina psichiatrica con Emil Kraepelin. Si pensa dunque che la depressione sia di competenza del cosiddetto mondo “psic”. E così è e così deve essere. Ma noi qui non parliamo di depressione in senso clinico (che deve essere curata appunto dagli specialisti psic-), bensì di depressione esistenziale, ossia di quella espressione di un malessere esistenziale senza causa, che spesso attanaglia le persone, impedendo loro di procedere nella vita.; ossia una depressione non patologica, che può tuttavia sfociare in patologia se non opportunamente riconosciuta e affrontata. In questo caso è opportuno che il counselor filosofico si fermi e deleghi la cura della persona a chi di dovere, quindi a uno psicologo o a uno psichiatra, con i quali – al limite – può lavorare in sinergia, in maniera coerente alla centralità del consultante e del suo benessere. Se il Counseling Filosofico interviene in modo preventivo rispetto alla depressione patologica, può invece occuparsi di quella dimensione di malessere esistenziale pervadente che è la depressione esistenziale, proprio come i filosofi facevano quando i saperi – del corpo e dell’anima – convergevano nell’unica figura del filosofo, che era sì tale ma anche medico, in virtù dell’originaria vocazione terapeutica della filosofia come cura sui.

Ma che cos’è, dunque, la depressione esistenziale di cui si occupa il Counseling Filosofico? Per definirla, possiamo individuare non una sintomatologia, bensì una fenomenologia, ossia esplicitarne le manifestazioni:

  • angoscia esistenziale. Essa è ben distinta sia dalla paura che dall’ansia. Se queste hanno una causa esterna, spesso riscontrabile da chi le avverte, l’angoscia esistenziale invece è quella inquietudine pervadente che si prova senza sapere perché; tale mancanza di un motivo scatenante ben preciso, amplifica l’inquietudine, poiché essa pare immotivata in assenza di cause chiare e distinte, fa sentire l’individuo delegittimato nel proprio malessere, quasi un malato immaginario (per questo Kant parlava di hypondria vaga);
  • sentimento del Nulla. La depressione esistenziale scaturisce spesso dalla presa di coscienza del limite per eccellenza: la Morte. Se l’individuo non è supportato da una visione religiosa – ma anche in parallelo al credere in una vita dopo questa –, può entrare in crisi e avvertire l’incombenza del Nulla, della fine cui siamo votati; questa presa di coscienza può svuotare di significato la vita, rendendo vacuo ogni sforzo, privo di significato; disperazione e abulìa sono epifenomeni di tale constatazione;
  • derealizzazione e deresponsabilizzazione. Connesse alle manifestazioni precedenti, queste impressioni accompagnano spesso chi soffre di depressione esistenziale: “se tutto è vano ed è votato a finire, che senso ha continuare? Che senso ha la vita? Tanto vale evitare di faticare e lasciarsi andare”; ci si sente esonerati dalla ricerca di un Senso della vita (perché essa non ce l’ha, visto che tutto finirà) e dal senso di responsabilità, verso se stessi e verso gli altri;
  • vertigine, malinconia e insonnia. Dato quanto sopra, si prova un sentimento di sgomento di fronte alla vacuità dell’esistenza, al cospetto del Nulla (vertigine); la tonalità preponderante è quella di un’astenica malinconia, ci si sente svogliati, visto che niente ha senso; il sonno è disturbato o impedito a causa dell’emersione del pensiero dominante magari ricacciato a fatica, mascherato dalla routine quotidiana;
  • impressione di inautenticità e incongruenza. Quando si prende coscienza di determinati aspetti dell’esistenza, il depresso esistenziale può realizzare di vivere una vita che non ha scelto, che non tiene conto di chi sia veramente; ha l’impressione di essere una comparsa nella propria esistenza, che questa sia stata decisa da altri o dal caso; si percepisce come falso e non autentico; si pensa che tutto quello che è stato fatto non coincida con quello che abbiamo scoperto di essere e volere (incongruenza tra sé reale e sé ideale).

Queste, a grandi linee, sono le manifestazioni della depressione esistenziale, che a volte può essere catalizzata da fattori esterni (una malattia, un lutto, ad esempio), ma che a volte è frutto di una naturale inclinazione introspettiva dell’individuo. Essa è, comunque, un’opportunità fondamentale di esistenza autentica. Costa molto dolore e fatica attraversare anche solo uno dei momenti sopra descritti; eppure questo comporta un’occasione per rimettere in gioco la propria esistenza.

Il Counseling Filosofico può aiutare a risignificare la presa di coscienza derivante dai vissuti di depressione esistenziale, catalizzando processi di chiarificazione e di conoscenza di sé, in modo che si possa mettere a frutto quello che, in apparenza, è un vicolo cieco, ma che in realtà è un’opportunità per costruire se stessi, in maniera congrua rispetto alla propria unicità.

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