Individuo, morte e lascito

“Queste lettere che non giungono a destinazione – forse per la scomparsa del destinatario – sono il vero segreto di Bartleby e di ciò di cui Bartleby è il segreto. Un messaggio che non arriva a destinazione, che non comunica o che non realizza il suo scopo, è un messaggio che rimane aperto ad ogni interpretazione. Un messaggio che sopravvive. Deleuze afferma, citando Malraux, che l’opera d’arte resiste in primo luogo alla morte. Tuttavia solo esponendosi ad essa, solo sabotando le proprie difese, può resisterle. La lettera deve opporsi al proprio stesso movimento, deviando dal proprio cammino, per arrivare – forse – a destinazione. Delle opere d’arte si può dire quanto Melville dice delle dead letters: «Messaggere di vita, queste lettere corrono verso la morte»” (M. Di Bartolo[1])

https://www.youtube.com/watch?v=HSH–SJKVQQ

Ascolto The man who sold the world. David Bowie, morto a gennaio 2016, è ancora qui e mi parla.

Sono sempre stata colpita dall’Arte, in ogni sua forma, probabilmente perché è l’unico mezzo a nostra disposizione (secondo il mio punto di vista) per perpetuare noi stessi attraverso il tempo e lo spazio. È una “forma di resistenza”, come un collega e amico mi ha insegnato, disquisendo il testo da cui ho estrapolato la citazione iniziale. Il senso non era propriamente questo, ma tali riflessioni mi hanno aiutato a chiarificare il mio trasporto per la musica e la contemplazione estetica.

Esse resistono alla morte.

Ognuno di noi ha una scadenza, ma non la produzione artistica che – come è noto – è espressione dell’individualità più pura, fatta di consapevolezza e di inconsapevolezza. L’espressione artistica rimane. La singolarità – unica e irripetibile – dell’artista supera la finitudine attraverso la sua opera. È una sorta di magia. Non ci è dato sapere se la consapevolezza permanga – cruccio fondamentale! – ma l’oggetto rimane e, con questo, il Singolo. Fa da ponte tra il soggetto dell’artista e il soggetto del fruitore dell’opera d’arte.

E il fruitore dell’opera ne gioisce. Se ne lascia interpellare. Ascoltando quella canzone, sento la vita – unica, singola e inesauribile – di Bowie. Mi lascio interpellare da lui, dalla sua voce. Mi parla. Siamo in dialogo. Apertura sua, ma anche apertura di chi l’ascolta. Posso essere triste perché non c’è più, ma allo stesso tempo sono consapevole di quanto abbia lasciato di se stesso all’umanità. La sua musica è la sua eredità ai posteri.

L’arte è il mezzo, privilegiato, per esprimere se medesimi, per diventare ciò che si è, ab origine. E il suo potere “terapeutico” sta proprio nel fatto che l’individualità della Persona che l’ha prodotta si metta in relazione con la singolarità del fruitore dell’opera stessa. Un prodotto artistico nasce per l’Altro ed esiste per l’Altro. Ma serve anche all’individualità di colui che la produce. Che il senso, che il fine sia lo stesso poco importa. La strada, ciò che desta è fondamentale: “io ci sono!”, urla l’artista, in barba al The end che è stato scritto a posteriori.

Non è una consolazione, ma un’importante fonte di stimolo e riflessione. Se la visione del mondo si sorregge sul pilastro di una “singolarità a scadenza”, l’arte ci permette di ovviarla. Assieme ai figli, la produzione artistica è il lascito del singolo all’umanità. Di quella stessa umanità per cui deve – necessariamente – sacrificarsi, compiendo il suo tempo.

Penso che David Bowie, come ciascuno di noi, avrebbe fatto a meno del cancro per mettere il punto alle pagine della sua esistenza. Ma queste devono essere concluse; non può essere altrimenti. E che gioia sapere, in vita – sebbene al termine della stessa –, che qualcosa di noi permarrà. Non solo a livello biologico, bensì a livello di sentire, di visione della vita e di singolarità. La libertà, con cui il Singolo ha espresso se stesso, riuscirà ad aggirare l’ostacolo ultimo, rappresentato dalla necessità per antonomasia: la Morte.

Il “segreto” dell’artista rimarrà – poiché non ci è dato sapere cosa volesse comunicare componendo una determinata opera –, tuttavia ognuno ne coglierà cosa crede, a seconda del suo modo di farsi interpellare dall’opera d’arte stessa. E questa permarrà.

Ma chi artista non è, come può consolarsi e trovare conforto per la Finitudine che lo attanaglia e che preme sulla sua Esistenza?

 

 

[1] Tratto da Bartleby o il segreto della letteratura, Logoi.ph – Journal of Philosophy – ISSN 2420-9775 N. II, 4, 2016

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