Il corpo dell’Altro

L’espressione è come un passo nella nebbia: nessuno può dire dove e se da qualche parte condurrà. Io sono come mi vedo, un campo intersoggettivo, non malgrado il mio corpo e la mia storia, ma perché io sono questo corpo e questa situazione storica per mezzo di essi” (M. Merleau-Ponty)

Il corpo è il nostro biglietto da visita rispetto al mondo. Prima di vedere noi, gli altri vedono la nostra fisicità, la nostra apparenza. Da qui conseguono tutte le preoccupazioni relative all’aspetto, al desiderio di piacere all’altro, di essere “come tu mi vuoi” … Ma ciò che dovrebbe veramente premerci è che il corpo parli di noi, esprima pienamente la nostra interiorità, perché non esistono corpo e anima – a mio modo di vedere – bensì il tutt’uno che siamo. La mia esteriorità deve, dunque, essere incarnazione di quello che sono interiormente o no?

Non necessariamente. L’individualità di ciascuno di noi può essere sicuramente veicolata attraverso il corpo. Pensiamo, ad esempio, alle mode dei più giovani: ai miei tempi, c’erano i “dark” (oggi “gotici”), i “punk”, i “metallari”, etc. Categorie in cui riconoscere se stessi, essere riconosciuti e individuare i simili. Ma a noi le categorie non piacciono, credendo che ciascun individuo sia unico, singolo e irripetibile. Il corpo non è mera esteriorità o apparenza. Per cui bisogna preoccuparsi che il corpo parli la stessa lingua del singolo che la contiene. Molte persone soffrono perché vivono una sorta di iato: “quando non coincide più l’immagine che hai di te con quello che realmente sei” – come canta Franco Battiato in Personalità empirica –, ecco che il malessere è dietro l’angolo. Il corpo si trasforma, nella trasgressione, nell’illecito che ciascuno può realizzare, nella fuga da ciò che gli altri si aspettano; o si ammala, si logora, manifesta la sofferenza che risiede all’interno della persona …

Ognuno ha il diritto e, soprattutto, il dovere di divenire ciò che è, anche vivendo e non dimenticando la corporeità, per tanto tempo trascurata, rimossa o messa tra parentesi.

Non si può negare chi siamo… Il corpo è il ponte tra la Soggettività e la Soggettività altrui; è oggetto ed è reificabile dallo sguardo dell’altro. Nasciamo grazie a un corpo che ci accoglie e ci nutre, cresciamo per merito del sacrificio di parte di un corpo che non ci appartiene e cui non apparteniamo: quello materno è il corpo che dà vita e da cui trae fondamento la singolarità che ci accompagna per tutta la vita. Grazie a quel legame, iniziano le vicende dell’intersoggettività: incontriamo altri corpi, uno dopo l’altro, costituendo noi stessi e lasciando il segno sul corpo altrui. Quei corpi siamo noi. Sono il nostro modo di incarnare la vita che ci attraversa, con i tutti i segni, rughe, cicatrici, malattie, lutti ed esistenze incrociate.

La comunicazione che passa attraverso la nostra corporeità non è fatta solo di carne e gesti, bensì di tutto quello che siamo; il corpo non è un mero contenitore dell’essenza spirituale, ma è la concrezione della nostra visione del mondo. Entrando in contatto con il corpo dell’Altro, abbiamo un accesso speciale all’unicità dell’Altro. Il corpo è sacro in questo senso, in quanto veicolo di ciò che siamo in toto.

Il dualismo corpo/anima, di retaggio orfico-pitagorico – cresciuto col platonismo, diventato “verità” col Cristianesimo e affermatosi come paradigma grazie a Cartesio –, ci ha portato a denigrare il nostro corpo, a vederlo come transeunte, luogo di menzogna, una prigione della nostra vera essenza (l’anima); e tale visione ha causato grandi sofferenze, nel singolo e nella storia dell’umanità cresciuta con questa credenza.

Merleau-Ponty, tra tanti, dice:

La distinzione tanto frequente di psichico e somatico trova luogo in patologia ma non può servire alla conoscenza dell’uomo normale, cioè dell’uomo integrato, perché per esso i processi somatici non si svolgono isolatamente ma sono inseriti in un raggio d’azione più ampio”.

Questo “raggio d’azione più ampio” è la totalità che siamo, che definiamo come “anima” o “corpo” a seconda di quello che vogliamo sottolineare di noi, ma che sempre a noi appartiene. Sono nomi diversi che diamo alla stessa cosa. Sfumature… Il corpo è l’anima e l’anima è il corpo.

Chiedersi, dunque, se siamo veramente corpo e anima o piuttosto un “tutto”, un’“unità” in cui il dualismo non ha più ragion d’essere, comporta il propendere per una visione complessa dell’essere umano, implica una risposta diversa alla domanda “chi sono io?”, risposta secondo la quale il corpo non è da svalutare a favore dell’anima, né cieco né sordo, bensì da intendersi come elemento fondamentale e costituente il nostro stesso io. Tale prospettiva oggi è molto attuale nella riflessione filosofica ma anche scientifica. Quindi il fatto che proprio la scienza si interroghi su questo aspetto, dimostra come sia cambiata la visione del problema posto da Pitagora. Pure le neuroscienze ci forniscono importanti stimoli per comprendere pienamente i termini in cui è stato formulato oggi. Antonio Damasio, ad esempio, ci mostra come sia impossibile guardare solo alla componente razionale (l’intelletto di cui parlava Pitagora) per comprendere la complessità individuale, affermando appunto l’importanza delle sensazioni e delle emozioni nello stesso processo del ragionamento, così come del corpo.

Non possiamo essere, dunque, parcellizzati, disgregati dalla distinzione tra una res cogitans e una res extensa, in quanto siamo un unicum complesso, in cui nessun aspetto può e deve essere lasciato indietro. Dando “nutrimento” al nostro corpo, generiamo quello che siamo, ci permettiamo di crescere, tendendo a divenire chi siamo.

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