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Angoscia esistenziale

Le parole per “dirla”

Avevo molte storie da raccontare, molti aneddoti. Ma della storia che abitava dentro di me, la Cosa, questa colonna del mio essere, ermeticamente chiusa, piena di buio in movimento, come facevo a parlarne? Era una colonna densa, spessa, percorsa talvolta da spasmi, da affanni, e da movimenti lenti come quelli dell’acqua nei sottofondi marini. I miei occhi non erano più finestre. Benché fossero aperti sapevo che li avevo chiusi, che erano solo due fette di globi oculari”

Non tutti hanno le parole per dirlo. Invece, Marie Cardinal, in questo romanzo pubblicato nel 2001, le trova.

Ma le parole per dire cosa?

Le parole per esprimere “la Cosa”.

Spesso siamo attanagliati dalla “cosa”, ma non riusciamo a definirla, e tale incapacità rende ancora più opaca la nostra percezione esistenziale.

La Cosa è fatta, a volte, di sensazioni epidermiche, di nausea, vertigine, sgomento. È difficile da fissare e connotare perché ci pervade, ci avviluppa, impastando i nostri giorni come fosse colla.

La Cosa dentro di lei era costituita da un mostruoso formicolio d’immagini, di suoni, di odori, proiettati in ogni parte da una pulsione distruttiva; rendeva incoerente ogni ragionamento, assurda ogni spiegazione, inutile ogni tentativo di fare ordine; all’esterno si rivelava con un tremito violento e un sudore nauseabondo”

C’è chi prova a convivere con questo indefinito stato di inquietudine e agitazione, ma – nonostante gli sforzi –, ineluttabilmente la Cosa ritorna:

La Cosa era venuta, era tornata, e ora non mi lasciava più. Mi assorbiva al punto che non riuscivo ad occuparmi d’altro. In un primo tempo avevo sperato di poter vivere con la Cosa, come altri vivono con una gamba sola, una malattia allo stomaco o ai reni. I farmaci infatti relegavano la Cosa in un angolo, dove non si muoveva. […]. Poi, un bel giorno, mi sono svegliata prigioniera della Cosa”.

La Cosa infatti, quando insorge, non può essere ottusa, stordita, messa a tacere… Anzi, deve essere detta. Dobbiamo accoglierla e darle un nome perché, definendola, possiamo definire noi stessi e trovare una strada verso un’esistenza autentica, in cui anche la Cosa abbia posto. Essa rischia di invalidare la nostra vita, di farci arrendere, divenendo passivi, perché è tale lo svuotamento di Senso che comporta, da spingerci a gettare le armi:

La Cosa aveva vinto. […] La Cosa aveva cacciato via i miei figli, le strade piene di gente, le luci dei negozi, la spiaggia a mezzogiorno con le piccole onde dell’estate […]. Oltretutto la morte mi faceva paura e, allo stesso tempo, mi sembrava l’unica soluzione per eliminare la Cosa”

Mi accorsi anche che la Cosa non era più come prima, inquieta, affannosa, rapida; era diventata densa, vischiosa, collosa. Non era più la paura che mi abitava, ma piuttosto la disperazione, la tristezza, il disgusto. […] Eppoi non ce la facevo più, volevo solo che mi liberassero dalla paura, dalla Cosa, a qualunque prezzo”.

Perché il rischio è questo: che, per liberarsi della Cosa, si inizi a desiderare la Cosa stessa.

Ma la Cosa è anche un’occasione di trascendenza, di scelta cui conformare la nostra esistenza, dando Senso alla sofferenza che, inevitabilmente, accompagna i nostri giorni. Non è una patologia con cui convivere, bensì può diventare la fonte cui abbeverarsi per ritornare padroni di noi stessi, avere una percezione di congruenza tra quello che pensiamo e quello che agiamo… è un’occasione di risveglio e di consapevolezza. Il primo passo è avere il coraggio di nominarla:

«Ho paura».

«Paura di cosa?»

Per la verità non sapevo nemmeno io di che cosa avevo paura. Avevo paura della morte, ma anche della vita, perché essa genera la morte”.

Ecco che cosa è la Cosa. La paura della Morte. E quante parole sgorgano quando la si nomina finalmente:

Ero a letto, oppressa, con l’affanno, coperta di sudore. Se aprivo gli occhi avevo l’impressione di assistere alla decomposizione della realtà, degli oggetti, dell’aria. Se li chiudevo vivevo la mia decomposizione, quella delle mie cellule, della mia carne. Mi faceva paura. Niente e nessuno, neppure per un solo attimo, era in grado di arrestare questa degradazione di ogni cosa. Annaspavo, non riuscivo più a respirare, dappertutto c’erano microbi, dappertutto vermi, dappertutto acidi corrosivi, dappertutto pustole piene di pus. Perché questa vita si nutre di se stessa? Perché queste gestazioni sazie di agonia? Perché il mio corpo invecchia? Perché fabbrica liquidi e materie puzzolenti? Perché questo sudore, queste feci, questa orina? Perché il letame? Perché questa lotta tra tutto ciò che vive, finché chi vince si rimpinza del cadavere del vinto? Perché questa ronda ineluttabile, maestosa, dei fagociti? Chi dirige questo mostro perfetto? Quale instancabile motore muove la strage? Chi agita gli atomi con tanta forza? Chi sorveglia ogni sasso, ogni filo d’erba, ogni bolla di sapone, ogni neonato, con un’attenzione costante fino a condurli alla putrefazione? Cosa c’è di certo oltre alla morte? dove ci si può riposare se non nella morte che è solo decomposizione? A chi appartiene la morte? cos’è questa Cosa enorme e molle, indifferente alla bellezza, alla gioia, alla pace, all’amore, che si stende su di me e mi soffoca? […]. Dove la trovano gli altri la forza di sopportare la Cosa? Come fanno a vivere insieme a essa? Sono pazzi! Sono tutti pazzi! Non posso nascondermi, non posso fare niente, sono in balia della Cosa che si avvicina lentamente, inesorabilmente, che mi vuole per nutrirsi.

Una corrente di vita putrefatta mi stava portando via, mio malgrado, verso la morte invincibile e obbligatoria che era l’orrore stesso. Tutto questo m’ispirava una paura agghiacciante, insopportabile”.

Mano mano che si procede nella lettura, Marie Cardinal riempie di dettagli, di parole e significati quella Cosa sino a qualche riga prima indefinibile … E questo va in parallelo con la chiarificazione che fa di se stessa rispetto alla Cosa, come può fare ciascuno di noi qualora dovesse percepire quel “vuoto pieno e compatto”.

L’Autrice, ad esempio, rintraccia nella percezione di appartenenza al Tutto la chiave per ricollocare la Cosa in una cornice di Senso per lei:

Che sia a causa di quei momenti che nel corso della mia vita sino a oggi, le mie riflessioni mi hanno sempre riportata alla mia condizione: un frammento dell’universo? Che sia a causa dell’armonia di quelle notti antiche che accetto la mia esistenza solo quando sento che è cosmica? Che sia a causa dell’intesa che esisteva tra me e lei che mi sento felice soltanto quando ho l’impressione di partecipare a un tutto?

Come facevano gli antichi filosofi delle scuole ellenistiche, che si esercitavano a contemplare l’infinitamente grande (il cosmo) per risignificare e ridimensionare l’infinitamente piccolo che l’uomo è.

Ognuno di noi ha la possibilità di trovare il suo Senso rispetto alla consapevolezza della Cosa.

Ognuno di noi può (e deve) trovare le parole per dirla. Perché reperire le parole, è un primo passo per ritrovare il Senso. Ciascuno il proprio.

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Aisthesis

Visione del mondo e banalità del male

https://www.youtube.com/watch?time_continue=73&v=JUl8gyuxMKY&feature=emb_logo

Uno dei concetti fondamentali ai fini della relazione di aiuto è, per il Counseling Filosofico, quello di Visione del Mondo. Essa è una sorta di “vuoto e nudo reticolato” – come diceva Karl Jaspers, autore di Psicologia delle visioni del mondo (1950) –, che durante l’esistenza di ciascuno di noi viene riempito tramite le esperienze, i vissuti, le emozioni, la cultura e la formazione scelta, l’educazione ricevuta (compresa quella religiosa) e, potremmo dire oggi, anche mediante ciò che il DNA impone, caratterizzandoci geneticamente in un certo modo. Soprattutto la Visione del Mondo, fatta di tutti questi fattori consapevoli e inconsapevoli, viene composta da ciascuno di noi in virtù di un Senso, inteso sia come direzione che vogliamo dare alla nostra vita, sia come Significato che desideriamo attribuirle.

Essere consapevoli della propria Weltanschauung è fondamentale, al fine di poter tendere ad un’Esistenza Autentica, ossia congrua rispetto a quelli che sono i presupposti del nostro reticolato e rispetto al télos cui tendiamo. Affinché la vita pensata corrisponda alla vita vissuta.

Molte sofferenze, affrontate in sede di relazione di aiuto, sono riconducibili al vacillare delle coordinate esistenziali in base alle quali agiamo nel quotidiano, pensando che corrispondano al vero e al giusto, ma che – alla resa dei conti – si rivelano non appartenenti alla nostra autentica Visione del Mondo. Spesso le persone stanno male perché vivono un’esistenza non scelta, senza rendersene conto. Il malessere è un indicatore cui prestare ascolto, al fine di mettere al vaglio del dubbio i presupposti della concezione dell’esistenza e verificarne la coerenza.

La Visione del Mondo è paragonabile a degli occhiali, attraverso cui contempliamo il mondo e attribuiamo senso a ciò che ci accade. Pensiamo che non filtrino la realtà, che questa possa essere contemplata nella sua veridicità; tuttavia, a volte, non è così. Togliamo le lenti, o ci facciamo aiutare da qualcuno a farlo, ed ecco: riusciamo a vedere chiaramente, risvegliandoci dal torpore da – cui sino a quel momento – eravamo pervasi.

Un esempio concreto di Visione del Mondo inconsapevole è quella fornitoci da un episodio della serie televisiva Black Mirror: Men against fire (Gli uomini e il fuoco, stagione III, episodio 5).

La puntata narra la storia di un militare del futuro, Stripe, addestrato duramente a combattere delle strane creature, tra lo zombie e il vampiro, definite “i parassiti”. Sono mostruosi, violenti e repellenti … Molto semplice eliminarli poiché non meritano di esistere pericolosi come sono, abomini della natura. Compie, dunque, serenamente il suo dovere sino a quando qualcosa non va. Senza entrare troppo nel merito della trama, per non rovinare la visione di chi volesse vederlo, un giorno Stripe va in crisi: al cospetto di un cosiddetto “parassita”, non vede più un mostro, bensì una Persona. Una persona proprio come lui. E l’aiuta a scappare dai parassiti, ma un suo commilitone la uccide; non capisce come mai, fino a quando non comprende che qualcosa, nella sua “maschera” (un dispositivo impiantato nel suo cervello per aiutarlo a svolgere il suo lavoro) non funziona. Insomma, era la maschera che gli faceva percepire quelle creature come mutanti, terrificanti e aborti della natura, mentre erano semplicemente uomini come lui.

Al di là dell’interessante scelta del termine “maschera” per definire il dispositivo neuronale (il cui etimo latino ci porta, guada caso, al significato di “persona”, come era nella tragedia), ciò che colpisce è il fatto che ci si trovi di fronte ad una concretizzazione di visione del mondo inconsapevole: Stripe pensava di percepire la verità, che le cose stessero proprio come gli era stato inculcato o insegnato, invece si trattava di un inganno, di un modo per evitare a lui e ai suoi compagni d’armi sia il dissidio morale che la possibilità di scegliere. Era più semplice per loro vedere in quel modo l’altro, li faceva sentire legittimati nel togliere loro la vita.

Tale depersonalizzazione dell’altro in funzione del sistema, legata al macro-discorso intorno ai danni e ai pericoli insiti in una visione del mondo inconsapevole, ha un precedente storico-filosofico molto importante: La banalità del male di Hanna Arendt, pubblicato nel 1963.

Come è noto, la pensatrice tedesca narra del caso Adolph Eichmann, processato per i crimini contro l’umanità proprio in quegli anni, dopo essere scappato in Argentina, dove visse per diverso tempo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. In breve, Arendt sostiene che il male perpetrato da Eichmann, e così da molti uomini immersi nel sistema messo in moto dal Nazismo, fosse dovuto all’inconsapevolezza circa il significato delle azioni operate da ciascuno di loro. Ne fa un eroe della mediocrità, della banalità appunto, un esempio di “uomo-massa” kierkegaardiano o dell’“uniformità gregaria” di cui parlava Michele Torre: viveva all’insegna del Man, del Si dice, Si fa, formulata da Martin Heidegger. La sua visione del mondo era eteronoma, non messa alla prova e, per questo, non si poteva considerare Eichmann pienamente responsabile delle atrocità perpetrate nei confronti degli altri esseri umani, presentati come inumani, proprio come nell’episodio di Black Mirror. Gli Ebrei vennero privati del loro essere persona nei campi di concentramento, tutto era pensato per togliere loro umanità e favorire il non-riconoscimento reciproco da parte di coloro che dovevano così recitare la parte degli aguzzini: ogni effetto personale era sottratto loro, così come ciò che li distingueva l’uno dall’altro (capelli, nomi, ricordi, cibo, etc.). Dovevano diventare delle ombre, ripugnanti e logore al fine di mettere a tacere la coscienza morale dei nazisti. Eichmann non era pienamente consapevole, e – affermando questo – Hanna Arendt non vuole scagionarlo completamente dalle sue responsabilità.

Entrambi i casi ci dimostrano, infine, quanto sia importante che ognuno di noi cerchi sempre di agire consapevolmente: la consapevolezza è alla base di un’etica veramente propria e garante di autonomia e non di eteronomia. Di conseguenza, bisogna avere ben chiaro, essere coscienti, dei principii e dei valori, delle norme su cui si regge il nostro agire morale, ossia avere coscienza di quale sia la propria personale Visione del Mondo. Molti di noi, invece, pur avvertendo malessere, procedono per inerzia, deresponsabilizzandosi e pensando che il mondo sia quello che viene filtrato dalle proprie lenti, dalla propria maschera. Il “sacrificio dell’intelletto”, di cui parla il nostro amato Jaspers, non favorisce una vita consapevole, anzi: ci mette, come Eichmann e Stripe, nella condizione di agire, vivere, secondo il pensiero altrui, seguendo la corrente del sistema di cui facciamo parte. Non bisogna essere sovversivi, ma tendere alla consapevolezza, al fine di non essere mere comparse bensì attori della nostra Esistenza.

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Riconoscimento

Riconoscimento, Amore e Amicizia.

L’autocoscienza è in sé e per sé solo quando e in quanto è in sé e per sé per un’altra autocoscienza, cioè solo in quanto è qualcosa di riconosciuto”. (G.F.G. Hegel, Fenomenologia dello spirito)

La prima forma di riconoscimento, totalmente incondizionato, è quella che incontriamo da piccoli nello sguardo di nostra madre: lei ci vede, ci accetta in maniera completa e ci ama per quel che siamo. Avremo nostalgia tutta la vita di quegli occhi in cui ci sentiamo sicuri, riconosciuti e amati.

Il volto è un’altra figura essenziale della madre. È solo grazie al volto della madre che il piccolo dell’uomo può specchiarsi, può vedere il proprio volto, può riconoscere la propria identità. Il volto della madre funziona come un primo specchio capace di svelare la natura irreducibilmente dialettica del processo di umanizzazione della vita. Solo attraverso il volto dell’Altro posso incontrare il mio volto, solo grazie alla presenza dell’Altro posso costituire la mia vita. È il grande insegnamento della dialettica servo-padrone di Hegel, che Lacan riprende a suo modo illustrando come il desiderio dell’uomo sia sempre necessariamente desiderio dell’Altro, desiderio di essere riconosciuto da un altro desiderio, desiderio di desiderio, desiderio del desiderio dell’Altro. Il volto della madre incarna il tempo primario del riconoscimento: esplorando questo volto, il bambino fa esperienza del proprio”. (M. Recalcati, Le mani della madre)

Se mi guardo allo specchio, mi riconosco? Che cosa vuol dire riconoscersi e sentirsi riconosciuti?

Diverse problematiche esistenziali sono legate al Riconoscimento, tema sviscerato dai filosofi sotto molte declinazioni, sempre attestanti l’importanza costitutiva di questo sentimento per ciascuno di noi.

Abbiamo bisogno di riconoscere noi stessi e di essere riconosciuti dagli altri.

Desideriamo l’Altro perché ci può confermare chi siamo o aiutarci a capirlo. L’Altro è uno specchio.

Molte sofferenze esistenziali derivano, dunque, dalla percezione di un mancato riconoscimento, sempre in questo duplice legame, quello che intratteniamo con noi stessi e quello che viviamo con le altre persone. Spesso non ci riconosciamo, infatti; magari perché abbiamo tradito dei valori che reputavamo fondanti la nostra visione del mondo; oppure sono gli altri a farci sentire non riconosciuti, poiché ci rimandano una disconferma rispetto alle nostre intenzioni, ci fanno avvertire fraintesi, travisati. Nei contesti lavorativi, diverse sono le occasioni in cui ci sentiamo misconosciuti o disconosciuti.

La congruenza tra percezione interna e risposta del mondo (costituito dalle persone con cui entriamo in relazione), è alla base della nostra identità. Se non vi è equilibrio tra riconoscimento interiore ed esteriore, l’identità vacilla, con conseguente malessere. Luigi Pareyson, esistenzialista italiano, definiva la Persona come «coincidenza di autorelazione e di eterorelazione».

Abbiamo bisogno degli altri per comprenderci. Ma se siamo tanto diversi come facciamo a intenderci? Come è possibile comunicare? Qui sta la sfida. Senza neppure renderci conto della difficoltà, noi proviamo ogni giorno a comunicare con l’altro, dando per scontato che ci si capisca, che si intendano le stesse cose, che ci sia coincidenza tra me e l’altro. In realtà non è così. Un elemento forse frustrante, ma allo stesso tempo avvincente e foriero di fascino, è il rendersi conto che alla fine non comprenderemo mai sino in fondo quanto l’altro ci vuole comunicare: l’inesauribilità della persona e dei significati di cui è portatrice è uno dei misteri e, allo stesso tempo, dei problemi della comunicazione e della relazione. Per quanto si pensi di conoscere una persona, questa ci sfuggirà sempre nel profondo, non potremo mai possederla né etichettarla come “compresa” una volta per tutte. Arthur Schopenhauer (1788-1861) non a caso parlava del “mondo come volontà e rappresentazione” (titolo della sua opera più famosa, del 1819): il pensiero, la visione del mondo, il modo in cui io mi rappresento il mondo plasmano la vita:

Il mondo è una mia rappresentazione […] Niente è più certo che nessuno può mai uscire da sé per identificarsi immediatamente con le cose diverse da lui; tutto ciò di cui egli ha coscienza sicura, quindi immediata, si trova dentro la sua coscienza.

Lottiamo, insomma, per essere riconosciuti e per guardarci allo specchio riconoscendoci.

Ci sono delle eccezioni, però, durante l’esistenza di ciascuno, in cui la lotta subisce una tregua. Non sarà come incontrare il volto materno, ma quello che destano tali occasioni ci fanno riposare, infondendoci autostima e appagamento, dandoci forse l’illusione di poter uscire da noi raggiungendo l’alterità: l’Amore e l’Amicizia.

L’Amore ci rende inermi e ci dona una “seconda nascita”: nasciamo per l’Altro e rinasciamo a noi stessi, come esprime bene Roberta De Monticelli ne L’ordine del cuore:

Ogni amore, in qualche modo, ha un principio. Fosse pure la comparsa di questo nuovo nato – il caso in cui qualcuno comincia letteralmente a esistere. Ma è vero di ogni amore incipiente che qualcuno cominci veramente a esistere, agli occhi di qualcun altro, al momento di un incontro. […] improvvisa percezione dell’unicità e preziosità di quell’esistenza data fino ad allora per scontata. […] Questo dato, che nel principio di un amore qualcuno cominci a esistere agli occhi di qualcun altro, non stupisce se si pensa che l’oggetto formale dell’amore personale – e di questo solo fra tutti i sentimenti – è precisamente l’identità altrui. L’amore infatti è una risposta possibile a un vero incontro di individualità essenziali. Esso è, nel suo principio, lo spontaneo attivarsi di uno strato di sensibilità a valori positivi che era rimasto «dormiente» o inattivato: perciò la caratteristica meraviglia con cui si annuncia il suo sorgere, e anche il senso di un allargarsi del respiro vitale e dell’orizzonte mentale, perciò anche la caratteristica sensazione di «vita nuova» che lo accompagna, e che viene a volte percepita come un aver «cominciato a essere vivi» solo «ora», non prima … Ed è, nella sua essenza, il riconoscimento di una individualità essenziale – curiosamente, il solo riconoscimento pieno e assoluto di esistenza e unicità di un altro che ci sia dato esercitare […]. Riconoscimento che è veramente tale, capace cioè di perspicacia o veggenza – ed è questo l’aspetto misterioso del fenomeno – in quanto è il più possibile conforme a se stessa o alla sua essenza, di quel determinato altro. Incondizionato: non si ama qualcuno perché è una persona di valore, ma lo si ama perché è quella persona e misteriosamente si vede più degli altri quanto al valore che in lei può vivere.

E poi vi è l’Amicizia, l’altra relazione in cui – se autenticamente fondata sulla reciprocità – ci sentiamo riconosciuti, accettati totalmente e facilitati nel diventare ciò che siamo:

Senza reciprocità – o, per usare un concetto caro a Hegel, senza riconoscimento – l’alterità non sarebbe quella di un altro da sé, ma l’espressione di una distanza indiscernibile dall’assenza. Altro mio simile: questa è l’aspirazione dell’etica nei confronti del rapporto tra la stima di sé e la sollecitudine. È nell’amicizia che similitudine e riconoscimento più si avvicinano all’eguaglianza tra due insostituibili […] In tal senso, concepisco la relazione del sé con il proprio altro come la ricerca di una eguaglianza morale attraverso le diverse vie del riconoscimento” (P. Ricoeur, La Persona).

Come diceva Hegel, nell’Amore e nell’Amicizia si sperimenta il Riconoscimento come “intuizione di se stessi entro l’altro”. L’inesauribilità di cui siamo portatori rimane, ma la percezione che ne deriva ci conforta, facendoci sentire vicini all’Altro, che – guardandoci – ci vede.

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Angoscia esistenziale

Melancholia

Cos’è dunque la malinconia? È l’isterismo dello spirito. Giunge un momento nella vita di un uomo, in cui l’immediatezza diviene quasi matura ed in cui lo spirito esige una forma superiore nella quale afferrare se stesso come spirito. Come spirito immediato l’uomo è una cosa sola con tutta la vita terrena, e lo spirito si vuol quasi raccogliere fuori da questa dispersione, e trasfigurarsi in se stesso: la personalità vuol diventare cosciente di sé nel suo eterno valore. Se questo non accade, se il movimento si ferma, e viene represso, subentra la malinconia. Molte cose si possono fare per dimenticarla, si può lavorare, ci si può aggrappare a mezzi più innocenti di quelli di Nerone, ma la malinconia rimane. Chi ha dolori e preoccupazioni sa perché è triste e preoccupato. Se si domanda ad un malinconico quale ragione egli abbia per essere così, cosa gli pesa risponderà che non lo sa, che non lo può spiegare. Questa risposta è giustificatissima, perché non appena egli conosce il perché, la malinconia è dissipata”. (S. Kierkegaard, Aut-Aut)

Ciò che la caratterizza in modo estremamente significativo è la frequenza del suo insorgere dopo i supremi appagamenti e compimenti vitali. Perché essa fa seguito all’atto sessuale, perché si è tristi dopo una sbornia formidabile o un eccesso dionisiaco, perché le grandi gioie sono foriere di tristezza? Perché di tutto lo slancio consumato in questi eccessi restano solo il sentimento dell’irreparabile e il senso di perdita e di abbandono, contrassegnati da una fortissima intensità negativa” (E. Cioran)

https://www.youtube.com/watch?v=1JEYnjKxf4A

Si narra che Lars von Trier abbia realizzato il film Melancholia (2011) per esprimere la depressione esistenziale che lo attanaglia da tutta la vita. L’opera artistica, in quanto autopoiesi, può facilitare processi di autochiarificazione, in maniera catartica. È una forma di cura di se stessi.

Ma l’opera d’arte è anche un mezzo che, attraverso la sinestesia, può aiutare laddove la parola non arriva anche nelle relazioni di aiuto quali il Counseling Filosofico: si propone un testo stimolo mediatico, o il consultante lo porta, per disquisire di ciò che verbalmente non riesce ad essere formulato. Se ne parla filosoficamente, per entrare dentro la visione del mondo del cliente.

La gran parte dei malesseri affrontati in sede di Counseling Filosofico individuale riguarda – per dritto o per rovescio – l’Angoscia Esistenziale, ossia quel sentimento di malinconia persistente, che pervade di vacuità ogni gesto di chi la prova, senza che vi sia causa scatenante esogena. Proprio come una delle due protagoniste del film: Justine (interpretata da Kirsten Dunst). È una percezione interiore, non ancora patologica, ma che può diventarlo se si cronicizza. Riguarda anche l’inclinazione individuale di alcune persone, ovvero il loro modo peculiare di guardare a sé e al mondo in un certo “colore”, potremmo dire: nero, come l’etimo di “melancolia” ci ricorda (“umor nero”).

Non è la semplice accidia, la malattia del chiostro, ma un alone pervasivo che può invalidare lo slancio vitale e il progetto esistenziale delle persone che la esperiscono.

Ancora prima di Kierkegaard e Cioran, Kant – ne Il Conflitto delle facoltà – affermava:

La debolezza di abbandonarsi scoraggiati ai propri sentimenti morbosi, senza un oggetto determinato (senza fare quindi il tentativo di dominarli mediante la ragione) – la malattia del cattivo umore («hypocondria vaga»)

Albrecht Dürer[1] rappresenta magistralmente tale

intrusione derisoria della fine metaempirica nel pieno della continuazione che si dispiega nell’intervallo temporale” (V. Jankélévitch).

L’incisione dell’artista di Norimberga, simboleggia la difficoltà del tramutare il piombo in oro, ovvero di passare dalle tenebre alla luce. Tra i vari oggetti rappresentati, molti spiccano per contrasto: il cane scheletrico, la clessidra, la campana, la scala a pioli, ma anche l’arcobaleno e la cometa. Emerge la compresenza di luce e ombra, come l’essenziale della tecnica mostra, a metafora della vita di ciascuno. Questo ci fa intuire come la malinconia, espressione della depressione esistenziale, possa essere un’opportunità per chi ne è pervaso: l’opportunità di trasformare se stesso da piombo – greve, scuro e solido – in oro, luminoso, splendente e prezioso. Insomma, se oppott unamente affrontata e intesa come occasione, tale condizione esistenziale può aprirci la via dell’Autenticità, quel sentimento di congrua presenza a noi stessi e di armoniosa relazione con l’altro.
[1] L’opera di Dürer cui si fa riferimento è Melencholia I, facente parte di un trittico di incisioni, realizzato tra il 1512 e il 1514: Il cavaliere, la morte e il diavolo, San Girolamo nello studio e Melencholia per l’appunto.
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Aisthesis

Il presente ricordato

Quel che fa problema è il semplice fatto che la persona esiste sotto il regime di una vita che si snoda dalla nascita alla morte. In cosa consiste quel che si può definire la concatenazione di una vita? Detto in termini filosofici: è questo il problema dell’identità. Cosa permane identico nel corso di una vita umana?” (P. Ricoeur, La persona).

Ogni vecchio sa che presto morirà. Ma che cosa significa in questo caso saperlo? … In sostanza, l’idea che la morte si avvicini è erronea. La morte non è né vicina né lontana… Non è esatto parlare di un rapporto con la morte: il fatto è che il vecchio, al pari di tutti gli altri uomini, ha un rapporto con la vita e con nient’altro” (Simone De Beauvoir)

In una delle ultime puntate della quarta stagione di This is us (Season 4, Episode 16), Rebecca si ritrova al cospetto di un dipinto del Metropolitan Museum of Art (Met) di New York. Madam X, di John Singer Sargent. Aveva già contemplato quel dipinto da piccola; in realtà, aveva sostato sulla soglia della sala che lo contiene perché avvinta dall’espressione di una signora elegante e bellissima, che trascorse là davanti diverse ore. Rebecca si chiedeva come fosse possibile essere tanto belle e sofisticate e, soprattutto, libere di spendere il proprio tempo nella contemplazione estetica più assoluta. Da adulta, tante volte avrebbe voluto ritornare per sostituirsi a quella donna adulta e padrona di sé per provare a tuffarsi, a sua volta, in quella dimensione di vertigine che il sublime, nelle sue rappresentazioni, desta, al fine di comprendere cosa potesse aver provato la sosfisticata sconosciuta. Nonostante le successive occasioni di visita a New York, per un motivo o per l’altro, non vi riesce, sino a quando, ormai anziana, fugge da un’occasione mondana (una premier del figlio attore) per rifugiarsi in quel luogo senza tempo. E il figlio la ritrova lì. Assorta, nel suo bellissimo vestito di gala, completamente dentro Madam X. Tutta la vita è presente in quella contemplazione: la Rebecca bambina portata lì dai genitori, la Rebecca anelante la contemplazione del quadro ormai madre di tre figli e che – proprio perché tale – rinuncia per dedicarsi a loro, la Rebecca in procinto di entrare al Met ma ormai vedova dell’amato marito… Insomma, non ci era più tornata sino a qualche giorno in seguito alla diagnosi di Alzheimer ricevuta… e tutto cambia: non può più permettersi di dire “la prossima volta!”, ma deve vivere il suo nuovo motto: “carpe diem!”.

Di fronte a quella diafana figura, con le spalle scoperte e il profilo eloquente, ricontempla se stessa, in un eterno presente finalmente ora scandito dal Senso che, improvvisamente, le si palesa. Sta per perdere se stessa, tutti quei ricordi che – grazie all’abile narrazione e regia della serie tv – lo spettatore tiene tra le mani in tutta la relatività del tempo. Lei è lì, in quel momento, e si ha la sensazione di volerle riconsegnare quel presente di cui, in quanto spettatori, si è messi a parte e custodi rispettosi. Sta per perdere la sua identità, fatta di memoria, e molti sono gli interrogativi sollevati da questo destino. Proprio a causa del continuo andare e venire tra passato, presente e futuro, sappiamo già che cosa capiterà a Rebecca. Viene spontaneo immedesimarsi in lei, chiedendosi come verrebbe giudicata la nostra esistenza da uno spettatore esterno che, in poche ore, potesse contemplarne l’intero dipanarsi dall’inizio alla fine. Tocca profondamente osservarla, nel giro di qualche scena, bambina, ragazza, adulta e anziana malata… è la compresenza di tutto quello che un essere umano, nella sua vita, è.

Rebecca è, ancora, se stessa perché padrona del suo “presente ricordato”, espressione pregnante usata dal neuroscienziato Gerald Edelman per designare la coscienza, intesa come percezione di uno stato di continuità rispetto a se stessi pur nel mutamento cui siamo soggetti, anche a livello sinaptico; quindi i ricordi non sono statici, sempre identici a se medesimi, bensì variano ogni volta che vengono richiamati o riemergono, in virtù della stessa vita che conduciamo.Quindi, ora che il cervello di Rebecca sta perdendo questa capacità di reminiscenza, che ne sarà di lei? Della sua unicità e irripetibilità? Noi possiamo custodirla per lei, ma la sua coscienza sta per svanire.

Che ne sarà del ricordo di Madam X?

Per questo penso sia bellissimo intendere il ricordo altrui come possibile forma di immortalità che ci possiamo concedere, per quanto dolga il fatto che il singolo stesso non ci sia più a goderne: nella memoria dell’altro – anche quella biologica perpetuata geneticamente nei figli, ad esempio – noi possiamo continuare a vivere ed essere custoditi.

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Counseling Filosofico Libri Riflessioni

Perché “Filosofia di Bene”?

Un po’ tale espressione è stata suggerita dal desiderio di giocare col mio cognome; poi mi sono accorta che, forse, nel nome stesso non è tanto contenuto un destino quanto un monito ad incarnare ciò in cui si crede: il Bene.

“Filosofia di Bene” vuole esprimere il cardine della mia visione del mondo: la Filosofia viva, che parla dell’Esistenza.

Ci sarebbe tantissimo da disquisire in merito, ma in questa sede per me “Bene” è il tèlos cui tendere quando accompagno le persone in un processo di chiarificazione e comprensione di se stesse. “Filosofia di Bene”, quindi, è sia la mia personale Filosofia, sia un progetto e un compito che cerco di perseguire: aiutare a stare meglio, facilitando le persone a realizzare se stesse e il loro “bene”.

Si fatica a pensare che la Filosofia, percepita dai più come totalmente slegata dalla fattualità della vita, possa in realtà essere utile alla stessa. Il Counseling Filosofico nasce proprio da questa esigenza: far uscire la Filosofia dal chiostro, dal “ghetto accademico”, diceva Achenbach, ricollocandola al centro della vita stessa da cui emerge: la Filosofia è la vita, vita che desta domande, sempre.

Pierre Hadot, nel 1981, scrive Esercizi spirituali e filosofia antica, mosso dall’intento di far comprendere come la Filosofia, quella antica in particolare, abbia un valore psicagogico. Emblematica rispetto a quanto detto sopra, la sua distinzione tra “discorso filosofico” e “filosofia”: il primo informa l’anima, la seconda la forma. L’esercizio spirituale cui improntavano la loro vita i filosofi di età ellenistica – quindi stoici, scettici, epicurei – non è da intendersi come esercizio religioso o teologico, bensì come coinvolgente l’intero psichismo di cui siamo fatti in quanto individui: pensiero, immaginazione, sensibilità e volontà. Senza dimenticarsi del corpo, che – facente parte della nostra singolarità ed essendo il nostro tramite col mondo – non deve essere dimenticato, ma a sua volta educato. L’ἄσκησις è, dunque, completa, perché complesso è l’essere umano.

Quindi, gli esercizi spirituali conformano la nostra esistenza, possono e devono divenire, mediante il loro esperirli, tramite verso noi stessi e l’Autenticità cui tutti tendiamo, al fine di raggiungere il nostro “bene”, uno stato di congruenza tra il nostro pensiero e il nostro agire, tra l’interno e l’esterno, tra il dire e il fare.

Insomma, il discorso filosofico non è la filosofia: il primo – come gli Stoici dimostrano – consta dell’insegnamento della filosofia a livello teorico (logica, fisica ed etica); la seconda vive la logica, la fisica e l’etica:

Le teorie filosofiche sono al servizio della vita filosofica […] Nell’epoca ellenistica e romana la filosofia si presenta dunque come un modo di vivere, come un’arte della vita, come una maniera di essere. In effetti la filosofia antica aveva questo carattere, almeno a partire da Socrate […] La filosofia antica propone all’uomo un’arte della vita, mentre al contrario la filosofia moderna si presenta anzitutto come la costruzione di un linguaggio tecnico riservato a specialisti”

“Filosofia di Bene” si richiama proprio a quest’arte di vivere e nasce con l’intento di coinvolgere tutti potenzialmente, poiché ciascuno di noi è un essere pensante, bisognoso di un “secondo pensare”, come Achenbach stesso diceva. Non dobbiamo sapere la filosofia (scolastica) per filosofare, bensì la Filosofia è di tutti dal momento che ciascuno di noi si confronta ogni giorno con le domande che la vita pone.

Tutti siamo filosofi…

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Il “limite” come esperienza di vita

L’interesse alla morte e alla malattia, ai fenomeni patologici, alla decadenza non è che una variata espressione dell’interesse alla vita, all’uomo, come dimostra la facoltà umanistica di medicina: chi s’interessa ai fatti organici, alla vita, s’interessa in particolare alla morte; e potrebbe essere oggetto di un romanzo avente per tema la formazione spirituale dell’individuo, mostrare che l’esperienza della morte è infine un’esperienza di vita, e che conduce all’uomo.

Ne La montagna incantata (1924), Thomas Mann ci ricorda come il concetto di “limite” sia cifra della nostra Esistenza. Limen è “confine”, ma anche – in alcune accezioni – “dimora”. Infatti nel limite sostiamo, in quanto la nostra vita è delimitata da due confini estremi, quello della morte e quello della nascita: la nostra esistenza è, dunque, circoscritta, connotata dalla Finitudine. Per cui il Tempo è il dipanarsi della nostra libertà, inscritta nella necessità.

A tal proposito, anche Karl Jaspers ci ricorda che:

noi non viviamo immediatamente nell’essere, perciò la verità non è il nostro possesso definitivo, noi viviamo nell’essere temporale, perciò la verità è la nostra via.

Oggi tutti viviamo, a causa dell’essere-gettati-nella-pandemia, una “situazione limite“, ossia quello che proprio l’Autore di Psicologia delle visioni del mondo (1950) intendeva come unica possibilità per sperimentare la trascendenza dell’Essere: quelle situazioni che ci pongono al cospetto della nostra limitatezza e che ci fanno esperire in scacco. Sofferenza, malattia e morte. Attraverso l’accettazione di questa cornice entro cui ciascuno di noi vive, possiamo riconquistare noi stessi: proprio al cospetto dello specchio di fronte al quale il limite ci pone.

Per cui, senza retorica, possiamo sfruttare questo periodo di quarantena anche per fare un bilancio delle nostre esistenze, cogliere l’occasione per guardare dentro noi stessi e dialogare interiormente, al fine di far emergere e comprendere se stiamo ben sfruttando l’unico spazio di libertà di cui disponiamo: la vita stessa.