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L’arte di essere sereni

Quanto più uno vive solo, sul fiume o in aperta campagna, tanto più si rende conto che non c’è nulla di più bello e più grande del compiere gli obblighi della propria vita quotidiana, semplicemente e naturalmente. Dall’erba dei campi alle stelle del cielo, ogni cosa fa proprio questo; c’è tale pace profonda e tale immensa bellezza nella natura, proprio perché nulla cerca di trasgredire i suoi limiti” (Rabindranath Tagore)

Generalmente e in maniera legittima, lo scopo principale della vita di ciascun individuo è quello di essere felice. La felicità è ciò cui tendiamo, ma essa – il più delle volte – non dipende da noi; almeno nel suo essere un’esperienza puntiforme, improvvisa e scarsamente veicolabile. Essa può essere, tuttavia, ricercata e preparata attraverso l’esercizio della serenità, che è invece una predisposizione d’animo, un atteggiamento nei confronti dell’esistenza in cui ci possiamo esercitare.

Che cos’è propriamente la vita? È qualcosa che può essere sentito intensamente, e poi nulla, poi apparentemente sempre uguale a se stessa e, di nuovo, completamente diversa, estremamente varia e, nello stesso tempo, pura abitudine. È fonte di piacere e felicità, ma anche di dolori e infelicità. Nessuno sa come questi elementi siano ripartiti. La vita ci consente di cercare contatti e relazioni che vanno subito perduti. Richiede fin troppa attenzione, ma procede in maniera del tutto scriteriata. La polarità è il suo tratto fondamentale. Pulsa tra elementi contrapposti, tra gioia e rabbia, paura e speranza, anelito e delusione. E, ancora, tra futuro e passato, assumendo i tempi lunghi della storia come un destino inevitabile. Qualcosa deve nascere e, allo stesso modo, è inevitabile che qualcos’altro passi. Ogni divenire procede assieme al passare, e ogni passare si accompagna al divenire”[1]

Il filosofo tedesco Wilhelm Schmid fornisce questa fotografia della vita, in un testo dedicato proprio alla serenità.

Egli afferma che la modernità tenda a negare la polarità di cui è fatta l’esistenza, obbligando l’uomo a rincorrere la felicità, fatta di giovinezza, di un continuo qualcosa da conseguire, in cui la morte e l’invecchiamento, così come tutte i poli negativi da cui siamo caratterizzati, non trovano spazio. Tale rimozione collettiva ha inevitabili ripercussioni sull’equilibrio individuale, sortendo un esito di perenne insoddisfazione, irrequietezza e un profondo senso di inadeguatezza.

Ma come è possibile essere sereni di fronte a ciò che è fonte di inquietudine come la vecchiaia e la morte? Le riflessioni di Schmid ci sono utili per comprendere quanto sia importante apprendere l’arte di essere sereni sin da subito … anche per prepararsi ad affrontare l’ineluttabile epilogo delle nostre vite.

Ispirandosi probabilmente alla tradizione greco-antica, soprattutto di età ellenistica, il Filosofo propone una sorta di «eserciziario» per allenare la serenità. Se l’abitudine è ciò che desta noia e accidia, quella – se opportunamente intesa – può invece riconsegnarci le chiavi del divenire, aiutandoci a sviluppare un propositivo amor fati in cui siamo attori dei nostri giorni, e non meramente piegati e rassegnati allo scorrere del tempo. Come ci ricorda Tagore nella citazione dell’incipit, la natura accetta il suo corso, nulla si oppone al divenire e ai cambiamenti che la dominano. E noi, che siamo parte della natura, dobbiamo da essa imparare. Dobbiamo accettare i nostri obblighi e i nostri limiti. Questo è sicuramente uno dei messaggi fondamentali su cui insiste anche Schmid, che elenca dei veri e propri passi per aiutare il lettore ad apprendere e comprendere la serenità:

Le epoche della vita procedono allo stesso modo, anche se la loro sequenza e la loro durata possono variare da individuo a individuo, distinguendosi per i dettagli che le caratterizzano. Un passo verso la serenità dovrebbe consistere, perciò, nel dare loro il tempo necessario. Il primo quarto della vita corrisponde al primo mattino. Anche quando è faticoso alzarsi, la vita dei giovani è contrassegnata da innumerevoli possibilità. […] Tutto è possibile”.

Durante la giovinezza, ci sentiamo difatti immortali. Il pensiero della finitezza non ci tange, se non in maniera marginale e come evento che riguarda gli altri, mai noi in prima persona.

L’invecchiamento però inizia subito e spesso è impercettibile. […] Tutti iniziano a invecchiare già nel grembo della loro madre, senza farci caso. […] Se per i bambini le cose non vanno abbastanza veloci, nei giovani adulti la velocità è tale da non lasciarli più tranquilli”.

Man mano che “cresce la coscienza della limitatezza dell’esistenza”, l’individuo vede sempre meno tempo davanti, le possibilità si riducono e, spesso, si cade nello sconforto. Ma proprio perché le opportunità diminuiscono, ecco che bisogna recuperare la gioia di vivere – dice il pensatore tedesco, introducendo al secondo passo:

Anche il pomeriggio della nostra giornata esistenziale prevede una specifica «capacità eccellente». Affermare «posso farlo» adesso significa qualcosa di più: so come vanno le cose e potrei controllarne il corso anche se stessi dormendo. In questo modo posso riequilibrare le forze che si stanno indebolendo (compensazione). Le mie forze spirituali sembrano addirittura aumentare, perché so canalizzarle meglio (concentrazione). Non devo necessariamente fare tutto, ma so discernere e scegliere in maniera mirata (selezione). Quello che faccio riesco a farlo bene e anche molto bene (ottimizzazione)”.

Ovviamente tale dosaggio degli sforzi prevede una conoscenza di sé che solo il trascorrere del tempo può donare: proprio perché mi conosco meglio, anche grazie agli errori e alle esperienze pregresse, riesco ad ottimizzare il tempo a mia disposizione, non ne perdo più come prima, quando – giovane – pensavo di poter procrastinare ad oltranza. Non rimandiamo più, esercitando il senso di responsabilità nei nostri confronti.

Il passo successivo è l’aver cura delle abitudini:

Arrivati all’ultimo quarto sarebbe meglio evitare di trapiantare la nostra vita altrove e lasciarla dov’è, presso le abitudini che la qualificano. […] Gli esseri umani si abituano a tutto (perfino al dolore quando non è troppo forte), ma da vecchi hanno bisogno di tempo – e di forza – per imparare a non poterne disporre. Il senso delle abitudini consiste proprio nel poterle mantenere senza doversi spostare. Prendersene cura costituisce un terzo passo sulla via della serenità. Chi invecchia ne dipende e vi è essenzialmente rimesso. Solo così non deve stare ogni momento a ristrutturare la propria vita”.

Sembrerebbe un invito alla noia, nemica dell’uomo contemporaneo. Invece Schmid valorizza le abitudini intendendole in senso classico, riferendosi all’habitus, ovvero a quella condotta che fa dell’uomo ciò che è, che gli permette di scolpire il suo modo di essere. Le abitudini sono scelte consolidate, dunque, che ci danno sicurezza, che ci tolgono dalla graticola delle infinite possibilità; sono decisioni già prese, su cui non dobbiamo tornare perdendo tempo. Non sono automatismi, ma confini di riconoscimento e di tranquillità, che semplificano la vita quotidiana, facendola scorrere secondo i binari che – da tempo – abbiamo scelto di seguire.

Il quarto passo per la serenità consiste nel “godimento consapevole dei piaceri e l’esperienza della felicità”:

sapere che non potremo goderceli all’infinito, li valorizza. […] Essere sereni significa farsi irraggiare da questo piacere. La capacità di procurarsi un godimento consapevole rende l’età qualcosa da «accettare e amare», perché, come afferma Seneca nella sua XII lettera a Lucilio, «è una grande gioia saperne fare uso»”.

E anche il ricordo diviene così una fonte di piacere: la capacità di ricordare, ovvero di “riportare al cuore” ciò che ci ha reso felici è foriera di serenità, indicativa del potere che abbiamo nei nostri confronti quando riconosciamo ciò che ha dato pienezza alla nostra esistenza, che ci ha permesso di diventare chi siamo. In fondo, sottolinea il Filosofo, ricordare è sempre un narrare a se stessi le proprie gesta, componendo “le fibre sparse della vita in un unico filo rosso, che ha senso”. E, visto che siamo bisognosi di dare Significato alla nostra esistenza, quello del ricordo è un esercizio fondamentale.

Invecchiando facciamo i conti con i limiti anche corporei; la cosa di cui più avremmo bisogno per stare bene, viene a mancare inevitabilmente: la salute.

Il quinto passo per raggiungere la serenità consiste nel potenziare la capacità di sopportazione, che permette di fronteggiare piccoli doloretti e grandi problemi”.

Schmid mette in luce come l’askesis è sempre allenamento sia mentale che fisico: esercitarsi al dolore, la possibilità di ridimensionarlo – accettando i limiti del corpo – passa necessariamente attraverso l’allenamento dello spirito, come insegnavano gli Stoici.

Ma tale dominio su di noi non è sufficiente a garantirci la serenità. Infatti, poiché siamo esseri-nel-mondo, oltre che di un buon rapporto con noi stessi, necessitiamo del rapporto con gli altri.

Ecco, dunque, che il sesto passo è proprio quello relativo alla “ricerca del contatto”, a detta di Schmid, che parte proprio dal bisogno di contatto fisico che emerge quando invecchiamo, riportandoci a quell’esigenza originaria del corpo dell’altro che ci caratterizza quando siamo bambini e il contatto materno è ciò che ci calma e che ci fa sentire amati:

La gradevole prossimità di qualcun altro placa la tachicardia e riduce l’ipertensione. […] Toccarsi è spesso il termine medio che avvicina le persone. […] Il contatto è attenzione. Quando manca, l’anima e il corpo si inaridiscono e sfioriscono”.

Invecchiando, aumenta il bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi, che ci stia accanto quando siamo malati; dobbiamo accettare di delegare la cura del nostro corpo ad altri prima o poi, esattamente come eravamo accuditi da nostra madre quando siamo venuti al mondo. Il cerchio si compie e, anche sul letto di morte, ciò cui tendiamo è una mano che stringa la nostra, assieme simbolo di presenza e di imminente assenza.

Il contatto di cui parla l’Autore è ovviamente anche di natura “psichica” e “spirituale”, aspetti che possono essere compromessi da circostanze che prescindono da noi, come nel caso di malattie neurologiche che inficiano la possibilità di essere sereni soprattutto da parte dei cari che si prendono cura di una persona che ne è toccata. Eppure rimane il bisogno del tocco, del contatto visivo, della carezza…

Inerente alla sfera dell’essere in relazione, è anche il settimo passo previsto da Schmid, ovvero riguardante la cura dell’amore e dell’amicizia. Figli, nipoti, fratelli, amici, coniuge (se si ha la fortuna di averlo ancora accanto): sono tutti fiori da coltivare quando siamo al volgere della nostra esistenza. Dovremmo farlo sempre, è vero; tuttavia la frenesia delle nostre vite quando sono al culmine della loro fioritura ce lo impedisce, cosa cui invece possiamo porre rimedio quando il tempo che ci rimane è solo nostro, svincolato dalla responsabilità di professioni che hanno fagocitato la nostra libertà, per quanto ci abbiamo aiutato a realizzarci e a soddisfare i nostri bisogni primari. L’età ci permette di dedicare le nostre attenzioni al soddisfacimento dei nostri bisogni spirituali, finalmente, manifestando l’affetto che a lungo abbiamo magari dovuto rimandare, perché

tutte le modalità di relazione hanno la loro importanza per creare una vita serena e piena di senso”,

scrive Schmid, invitando addirittura a valutare la possibilità di riconciliarsi o di chiarire anche con i nemici che, nonostante tutto, hanno pur avuto un ruolo nella creazione di ciò che siamo.

L’ottavo passo ci porta al cospetto di un concetto cui raramente diamo importanza, ossia quello di avvedutezza. Essa, per il pensatore tedesco, “consiste in una ricerca del senso e delle connessioni”. Poiché la vecchiaia ci permette uno sguardo retrospettivo sulla nostra esistenza, ecco che è un vero e proprio elogio di questa facoltà che emerge dalle parole di Schmid: l’avvedutezza ci consente di cogliere un senso laddove pareva non esserci, attraverso uno sforzo ermeneutico che compiamo rispetto a noi stessi:

È arrivato il tempo della pienezza e della completezza, in cui è possibile dare uno sguardo alla vita nel suo complesso, interpretando, analizzando e valutando da dove sono giunto, qual è stata la strada che ho percorso e cosa ho ottenuto”.

Essere avveduti vuol dire sostituire l’ordine al caos che, sino a quel momento, sembrava aver regnato sovrano, ovviando alla casualità in cui molti ripongono la loro fede, e – con un certo approccio costruttivista – rintracciare un Senso sia nella nostra esistenza che nell’Esistenza in generale. Tale capacità di ordinare dona un’aura di tranquillità alla nostra vita, inevitabilmente foriera di serenità e coerente all’amor fati di cui si diceva sopra:

Essere d’accordo con la vita, nelle sue basi anche se non in tutti i dettagli, è la disposizione d’animo che distingue fondamentalmente la tranquillità”.

Anche sul far della sera delle nostre vite, possiamo insomma acquisire maggior consapevolezza, proprio grazie all’individuazione a posteriori dei bivii di fronte ai quali ci siamo trovati, alle scelte che ne sono derivate e che hanno fatto di noi ciò che siamo. L’avvedutezza, a detta di Schmid, ci fa incarnare il saggio che i più vedono nell’anziano: uno sguardo sereno e consapevole, fatto di esperienze vissute, sulle cose del mondo e della vita.

Il nono passo è quello inerente la sfida più grande richiesta ad ogni singolo individuo: l’accettazione della propria finitezza. Essa consiste

nella ricerca di un atteggiamento rispetto al limite della vita capace di avvicinare a esso. […] Non solo la vita, ma anche la morte è una questione di interpretazione. Nessuno sa quale sia la realtà. Probabilmente questo è il motivo della nostra inquietudine. È doverla interpretare a renderci inquieti. Possiamo vederla come un evento che dà senso alla vita, nella misura in cui segna il limite che le conferisce un valore. […] La limitatezza del tempo implica lo sforzo per rendere preziosa la vita, come se si trattasse di una gemma”.

Per Schmid, il limite non va spostato all’infinito, pena la perdita di senso e di profondità della nostra esistenza. Senza un termine, ogni nostro sforzo per realizzarci e carpire significato in ciò che viviamo, verrebbe vanificato. Io comprendo e concordo con tale prospettiva a livello razionale; tuttavia, non riesco a trovare requie in questo tipo di ragionamento a livello emotivo: la rabbia, dovuta alla perdita definitiva dell’unicità consapevole di ciascuno di noi, continua a destare sgomento e mancanza di accettazione. E tale tipo di rivolta di fronte al limite estremo rappresentato dalla Finitudine, pervade di inquietudine ogni aspetto dell’esistente, a mio parere, ostacolando la tensione alla Serenità qui tanto ben argomentata. Dovrei forse esercitarmi maggiormente nelle praemeditatio malorum, come sembra consigliare Schmid:

Visto che la modernità offre molte possibilità di morire, è consigliabile pensarci. Proprio per questo motivo è importante il pensiero della morte che, già dai tempi di Pitagora, nel VI sec. a. C., rappresentava un esercizio filosofico volto a considerare continuamente la vita dal suo punto più esterno, a valutarla e magari anche a orientarla di nuovo”.

Tuttavia, e con personale sollievo per il ritrovarlo affine, Schmid poco dopo ammette di non trovare per nulla confortante questo tipo di esercizio:

è impossibile sapere quando e come si verificherà la nostra fine, anche se la pianifichiamo. Ma posso farmene una rappresentazione. E perché? Per non avere paura di fronte alla morte? Finora non ci sono mai riuscito; la morte mi sembra sempre un fatto inaudito. E allora perché? Per prendere confidenza con un evento così spaesante e per ottenere una chiarezza maggiore su ciò che nella mia vita è importante a partire dalla morte stessa. La immagino come la fine del tempo e del mondo, sebbene soltanto per me”.

Ecco, è l’accettazione di tale visione che può, al limite, generare serenità. Una sfida, dal cui esito può derivare la coerenza necessaria per incarnare la Serenità qui elogiata.

Un modo per uscire in una certa maniera dalla tenzone, è quello che Schmid presenta come decimo e ultimo passo, quando afferma che giunte al limitare della vita

le persone arrivino a concepire una dimensione metafisica. Non deve trattarsi assolutamente, come qualcuno crede, di un «al di là della natura» […]. Può anche essere una natura cosmica che si trova al di qua, che oltrepassa infinitamente ogni finitezza e la «trascende» nel senso letterale da attribuire a questa parola. La serenità consiste nel sentimento e nel pensiero del sentirsi protetti in un’infinità di cui non è importante il nome. Più rilevante è, invece, riconciliarsi con la propria finitezza nel momento in cui la nostra fine si sta avvicinando, forse confidando semplicemente, e in maniera, infantile, di appartenere a una totalità più ampia, di essere una parte del mondo che ci ha dato alla luce. Questo atteggiamento è implicato nel fatto stesso che viviamo. Non ce ne sono altri disponibili”.

Per l’Autore non conta tanto sapere come andranno le cose quando non ci saremo più o identificare precisamente che cosa sia la trascendenza in assoluto, quanto l’interpretazione autonoma che ne diamo.

Un possibile decimo passo verso la serenità consiste nell’aprire la vita a una dimensione infinita, che si dischiude al di là della sua finitezza, quantomeno a livello della nostra immaginazione”.

Qualunque sia l’infinito verso cui tendiamo, sembra fondamentale ai fini di una visione serena dell’esistenza stessa, concepirla come aperta verso qualcosa che la trascenda, su cui sospendiamo il giudizio. Il filosofo tedesco, parla di “esperienze divine” di cui è costellata la vita, che ci danno una sorta di prova del fatto che non siamo solo destinati al Nulla. Come le situazioni limite di Jaspers ci mettono al cospetto della nostra Finitudine, tali esperienze divine ci aprono ad un orizzonte che va oltre la Finitudine stessa:

il dimenticarsi di sé, il sentimento di una connessione totale, l’intensità. […] L’intensità dell’energia di cui facciamo esperienza in questi casi nutre la convinzione che l’essere e l’autenticità della vita si trovino oltre l’io e il tempo che la caratterizza”.

Che sia anima o energia poco conta; questo “qualcosa” permane, anche quando invecchiamo: esso permane “giovane”, pure alla fine dei nostri giorni, non deperisce, non decresce. E perché non può permanere anche quando il corpo verrà meno?

Si può immaginare che l’energia di un essere umano torni nel mare dell’energia cosmica e che vada a riempire nuove forme di vita. In questo modo potremmo arrivare a pensare che i morti sopravvivano in altri esseri umani, in altri enti o nelle cose. Questo è l’eterno ritorno della vita. […] La vita, diversamente da quanto tendono ad ammettere gli esseri umani moderni, non finisce mai nel nulla, bensì in qualcosa di diverso d più grande”.

Questa prospettiva – definita transumanista da Schmid – apre alla questione del senso della vita:

Qual è il senso di ogni essere? Se l’energia può essere compresa come l’essenza dell’essere e dell’esistenza, e se l’essenza dell’energia può essere fatta consistere, a sua volta, nella pienezza delle possibilità che vi sono implicite, ne risulta che il senso dell’essere non è altro che l’esecuzione di tutte le possibilità dell’essere stesso senza uno scopo ultimo, per tutta l’eternità, e cioè ad infinitum. […] Il senso della vita umana potrebbe pertanto essere la sperimentazione di tutte le possibilità dell’essere uomini. […] Il senso della singola vita umana potrebbe consistere nella partecipazione individuale al pieno svolgimento delle possibilità della vita. […] Io sono una delle possibilità che arricchiscono la vita, questo è il senso della mia esistenza. […] E così per tutti. Ogni nostra esperienza assume il suo significato nella prospettiva del tutto”.

Intesa così, anche la morte potrebbe essere letta serenamente, in quanto degna di approvazione. Tuttavia, rimane l’appello del singolo che si chiede: come può rendermi sereno sapere che, sì, non sparirò completamente perché mi trasformerò in qualcos’altro che permarrà e concorrerà alla Vita, quando la mia vita, unica e irripetibile, svanirà?

Tale quesito rimane, comunque, insoluto.

[1] W. Schmid, Serenità. L’arte di saper invecchiare. Fazi editore, 2015.

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Il mito dell’amore materno

Tenete lontano il più possibile i figli, non lasciarli avvicinare alla madre. L’ho vista mentre li guardava con occhio feroce, come se avesse in mente qualcosa”. (Euripide, Medea, vv. 89-92)

Ne I miti del nostro tempo (2012), Umberto Galimberti mette in dubbio diversi pilastri su cui si fonda l’essere-nel-mondo di ciascuno di noi, su cui si regge e di cui si nutre – per educazione e formazione, spesso – la nostra visione del mondo: i cosiddetti «miti».

L’identità sessuale, la giovinezza, la felicità, l’intelligenza, il potere, la tecnica, la razza, la globalizzazione, etc. sono idee divenute padrone del nostro modo di vivere e di concepire l’esistenza, modelli cui conformarsi e cui tendere, in quanto ormai percepite come la giusta forma che devono assumere i diversi aspetti della nostra vita. Queste idee vengono sottoposte al setaccio del dubbio dal pensatore lombardo, ossia problematizzate attraverso un processo di «demitizzazione»:

Certe idee, per ragioni biografiche, culturali, sentimentali o di propaganda, sono così radicate nella nostra mente da agire in noi come dettati ipnotici che non sopportano alcuna critica, alcuna obiezione. E non perché siamo rigidi o dogmatici, ma perché non le abbiamo mai messe in discussione, non le abbiamo mai guardate da vicino. Chiamiamo queste idee miti, mai attraversati dal vento della demitizzazione”.

Tali idee ci rendono tranquilli – spiega Galimberti –, permettendoci di sentirci parte del tutto (contesto sociale, familiare, lavorativo, ambientale) cui vogliamo appartenere; stabiliscono dei confini rassicuranti, impediscono alla nostra visione del mondo di andare in crisi, di percepire il conflitto che spesso la attraversa quando subentra una mancanza di riconoscimento interiore di questi miti che, invece, siamo tenuti a venerare per non essere fuori dal gregge.

Eppure capita molto di frequente che il singolo provi costrizione all’interno di tali confini predefiniti, la maggior parte delle volte perché – sebbene in maniera irriflessa e inconsapevole – ciò che viene impartito, indotto e acquisito mediante l’educazione e l’influenza dei costrutti della società non coincide con il sentimento personale, ovvero con la nostra potenziale Autenticità. Le persone vivono, allora, in una dimensione di Inautenticità, senza neppure accorgersene; si lasciano scorrere, assistono come spettatori al fluire della loro esistenza e nascondono la sofferenza che ne deriva. Perché non è concesso protestare contro quei modelli tanto alti e così assodati incarnati dai miti.

E questo accade anche per quanto concerne l’amore materno, il primo mito affrontato a setacciato da Galimberti:

Tutti sappiamo che l’amore materno non è mai solo amore. Ogni madre è attraversata dall’amore per il figlio, ma anche dal rifiuto del figlio”.

Quando stai per diventare madre, nessuno ti mette in guardia su ciò che stai per affrontare. Viene sottolineata solo la gioia – innegabile – che ne deriva; tuttavia, soprattutto alla prima esperienza di maternità, la donna si trova subito disorientata e incapace di affrontare serenamente il nuovo ruolo e aspetto della propria esistenza. E, in questa fase esistenziale cruciale, non viene accompagnata da nessuno: è sola, al cospetto di un essere, fatto di lei, nutrito dal suo corpo, ma comunque esterno ed estraneo. Come il filosofo sottolinea, la solitudine della madre è oggi acuita dalla mancanza del supporto della famiglia: sino al secolo scorso, infatti, oltre al partorire in casa, la puerpera poteva contare sulla presenza e sull’accompagnamento di altre donne: la madre, la nonna, la levatrice del paese, eventualmente le figlie più grandi erano lì, al suo fianco, a prendersi cura di lei e della prole appena venuta al mondo. Si poteva delegare, confidarsi, ricevere consigli su come allattare e allevare il nuovo essere venuto alla luce. I tempi odierni non consentono più questo: la nascita e la morte sono relegate all’ospedale; ci sono corsi pre-parto o di massaggio per i neonati certo, ma nessuno sta quotidianamente al fianco della donna; neanche il compagno può comprenderla in questo passaggio esistenziale. E la neo-mamma si ritrova ad affrontare sentimenti che, spesso, poco hanno a che fare con il rapporto idilliaco che si dovrebbe avere col proprio figlio somministrato dalla propaganda del mito circa la maternità. Questo non parla mai dei risvolti dolorosi dell’essere madre, del fatto che non sia solo amore quello che suscita l’«estraneo» da lei generato, e non parliamo di mera depressione post-parto. Il sentimento materno è difatti ambivalente:

L’amore, che come ci ricorda Norman Brown è «toglimento di more (amors)», confina con la morte, e sottilissimo è il margine che vieta di oltrepassare il limite che fa di uno sguardo sereno uno sguardo tragico. Nella donna, infatti, molto più marcatamente che nel maschio, si dibattono due soggettività antitetiche perché una viva a spese dell’altra: una soggettività che dice «io» e una soggettività che fa sentire la donna «depositaria della specie». […] Questa ambivalenza del sentimento materno generato dalla doppia soggettività che è in ciascuno di noi, e che il mondo delle madri conosce meglio del mondo dei padri, va riconosciuta e accettata come cosa naturale e non con il senso di colpa che può nascere dall’interpretarla come incompiutezza o inautenticità del sentimento”.

Riconoscere tale ambiguità di cui l’essere è intessuto, così come l’ambiguità che connota ogni aspetto della nostra esistenza, è un passo fondamentale per scongiurare tanta sofferenza, per accettare la complessità della vita che – dal suo esordio – è anche e sempre inizio di morte. La Persona è una trama di luce e di ombre; non si può vivere cercando di non vedere le zone oscure della nostra interiorità. Sarebbe un abbaglio; e provare a forzare o a mitizzare la natura umana, non rischierebbe che far emergere il mostro che è in noi … come la tragedia di Medea ci rammenta.

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Aisthesis Riconoscimento

L’incomunicabile

https://www.youtube.com/watch?v=ADt5anp7iJY

Grazie ad un’amica, mi sono imbattuta in questo film. Appena terminato, il senso di oppressione è pervadente. Xavier Dolan, con quest’opera del 2016, comunica perfettamente l’incomunicabilità.

Louis, il protagonista, è un uccellino, come decide di raffigurarlo la cognata mettendogli un gingillo a forma di volatile per segna-bicchiere…

Si rimane interdetti di fronte all’impossibilità di dialogo dei protagonisti, prigionieri del non-detto, e risuonano le parole di Wittgenstein secondo cui “di ciò che non si può parlare è meglio tacere”.

Così sceglie di fare Louis, il protagonista. Affetto da un male incurabile, torna da sua madre e dai suoi fratelli per un ultimo congedo e, teoricamente, per comunicare loro della sua malattia. Eppure non lo fa. La cognata intuisce, ha un’intelligenza emotiva che le consente di farlo. Gli altri, madre, fratello e sorella non possono intuire, troppo in balìa dei preconcetti su di lui, del non-detto relativo al passato, dell’assenza cui il fratello artista affermato li ha obbligati. C’è troppo da recuperare, un’eccedenza che niente può colmare, neppure l’eventuale notizia di un’imminente morte di Louis. Solo Catherine – interpretata da Marion Cotillard – riesce, forse proprio perché non fa parte in maniera diretta di quella famiglia in cui, ora, l’unico registro possibile è quello della rabbia, del rancore reciproco e della recriminazione.

Louis tace, quasi per tutto il film. Ascolta gli sfoghi altrui, sempre relativi alla frustrazione personale; ma nessuno gli chiede come stia … Però la madre, ad un certo punto, lo fa: la sua è tuttavia una domanda retorica perché già si dà la risposta: “è evidente che tu stia bene”. Ma noi sappiamo che così non è. Louis abbozza, tace e conferma, con tale silenzio-assenso, quello che la madre vuole sentirsi dire. Così come nella scena finale a tavola. Ci aspettavamo che, finalmente, avrebbe concesso loro la verità rivelando il motivo del suo ritorno in famiglia dopo tanta assenza, invece dice loro quello che vogliono sentirsi dire. E infine intima, con un solo gesto, di non dire nulla sulla verità alla cognata, che lo guarda comprensiva e pregna di dolore.

A volte le persone non sono pronte ad accogliere, ad ascoltare la verità. Preferiscono la rabbia, il risentimento e il rancore alla verità che sta loro di fronte. Meglio non sentire. Meglio non parlare. Meglio non vedere. O raccontare, per l’ennesima volta, delle “domeniche”, come fa la madre di Louis.

Il silenzio del protagonista, la sua scelta di non rivelare, è un estremo gesto d’amore, coerente con la sua decisione di abbandonare anni prima una famiglia in cui non era probabilmente possibile essere se stessi e parlare autenticamente.

La sua sensibilità è aliena, fonte di ammirazione (per il successo cui lo ha portato), ma anche di estraneità: non lo riconoscono. Lui è “diverso”. Anche per la sua omosessualità forse, che amplifica la diversità nella diversità.

Ogni giorno, i ruoli cui siamo soggetti, le maschere che dobbiamo indossare sono fonte di incontro inautentico con l’altro. Rimane il dolore, come ciascuno dei protagonisti del dramma familiare attesta, di non potersi esprimere, condividere, comprendere ed essere compresi. Ci si incancrenisce nel non-detto e il solco che ci allontana anche da coloro che amiamo è nascosto con una toppa.

Si prova rabbia di fronte a questa occasione mancata, eppure si comprende: non bisogna sconvolgere l’equilibrio altrui, non si osa turbare l’immagine di noi che è stata costruita. Non possiamo. Ma il tempo – così ben presente e scandito dall’orologio a cucù che domina diverse scene del film – scorre, inesorabile, ricordandoci la nostra occasione: o si parla o si tace. Ognuno può scegliere la sua strada, ma il tempo concessoci non potrà da solo mettere a posto le cose, donando l’esplicitazione del non-detto ai vari interlocutori “ellittici” … Come “ellittiche” sono le cartoline che Louis mandava ai suoi familiari: così lontano, così vicino. Prossimo per il legame di sangue, alieno per identità. Era il suo modo per dire “Io ci sono. Vi sono accanto, anche se non posso esserci (perché non mi comprendete)”. Ed ellittico è anche il suo ultimo saluto: “Io vi amo, ma non posso dirvelo”, perché la modalità del suo affetto è tarata su altri canoni rispetto a quelli della soggettività altrui.

La vita, la comunicazione non dovrebbe essere ellittica, ovvero sottintendere un elemento essenziale. Eppure, spesso, non può che essere così.

Laddove non si può parlare, è meglio tacere.

Come la scena finale lascia intuire, Louis avrebbe voluto volar via dal cucù, eppure vi ritorna. Sacrificando se stesso per il bene dell’altro. È la sua scelta. Ma probabilmente avrebbe potuto e dovuto trovare la strada per volare via molto prima, quando ancora il cucù scandiva il suo tempo in famiglia.

La possibilità di comunicare il nostro mondo, quello che pensiamo, ciò in cui crediamo e chi siamo, è la condizione di un rapporto autentico anche con l’Altro, da cui ci sentiamo riconosciuti e cui possiamo aprirci. Se ciò non accade, è la fine del mondo … del nostro mondo. In questo caso, ancora più amara perché sappiamo che il “mondo” del protagonista, ovvero la sua Singolarità, sparirà completamente con il male che lo sta conducendo alla fine dei suoi giorni. E quanta amarezza sapere di non poter essere ascoltati da coloro che ci sono più vicini …

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Riflessioni

Libertà di, libertà da

La scelta stessa è decisiva per il contenuto della personalità; con le scelte essa sprofonda nella cosa scelta e quando non si sceglie, appassisce in consunzione […]. La tua scelta è una scelta estetica; ma una scelta estetica non è una scelta. Scegliere è soprattutto un’esperienza rigorosa ed effettiva dell’etica. Sempre, quando nel senso più rigido si parla di un aut-aut, si può essere certi che è in gioco anche l’etica. […] Ed è assai triste, quando si considera la vita degli uomini, che tanti trascorrano la loro vita in tranquilla perdizione. Cessano di vivere prima della fine della loro vita […] finiscono col vivere quasi fuori di sé, scompaiono come ombre, la loro anima immortale viene dissipata e non si spaventano al problema dell’immortalità, poiché sono già disciolti prima di morire […]. Il mio aut-aut non indica la scelta tra il bene e il male; indica la scelta con la quale ci si sottopone o non ci si sottopone al contrasto tra bene e male. Qui la questione è, sotto quale punto di vista si voglia considerare tutta l’esistenza e vivere. […] poiché l’estetica non è il male, ma l’indifferenza, ed è perciò che dissi che è l’etica a fondare la scelta. Perciò non importa tanto scegliere di volere il bene o il male, quando di scegliere il fatto di volere”. (S. Kierkegaard, Aut-Aut)

L’Esistenza è circoscritta da due necessità: la nascita e la morte. Sono tali in quanto non le scegliamo: non dipende da noi il venire al mondo, così come il dipartirsene. Anche se scegliamo di porre fine ai nostri giorni, tramite l’atto del suicidio, in realtà non facciamo altro che anticipare la fine ineluttabile che ci attende.

Nonostante questi contorni vincolanti, la vita è comunque lo spazio della Libertà. Tra l’inizio e la fine ineludibili, noi possiamo scegliere. Il nostro progetto esistenziale è tutto da scrivere e, quotidianamente, ci confrontiamo con le possibilità tra cui dobbiamo operare una scelta. Sempre Kierkegaard, ci rammenta quanto sia angosciante il crogiuolo delle possibilità: sono tante, svariate, foriere di pieghe differenti che potremmo conferire alla nostra vita. Dalle nostre scelte dipende l’autenticità della nostra Esistenza. Per questo spesso ce ne sentiamo soffocati, perché sappiamo che – se commettiamo un errore di valutazione – ci saranno inevitabili conseguenze su di noi e, magari, anche sugli altri. Scegliere, inoltre, comporta sempre l’esclusione di quello che non scegliamo, quindi una rinuncia.

Come esprime bene Renata Salecl, oggi viviamo un tempo in cui è celebrata la cosiddetta “scelta razionale“, quella scelta lucida, ben ponderata sul piano dei costi-benefici, che comporta il minor danno altrui e il maggior profitto personale. Come fossimo dei calcolatori, dovremmo decidere ben consapevoli delle conseguenze che scaturiranno dalla nostra decisione.

Ma la pensatrice sottolinea anche come non sempre la scelta possa essere razionale, in quanto ci sono molti fattori che vi influiscono: ambientali, sociali, legati all’educazione, alle caratteristiche genetiche e, soprattutto, fattori di cui non siamo consci. Insomma, tutto quello che compone la nostra visione del mondo, sia che ne siamo consapevoli sia che ne siamo inconsapevoli. Di queste variabili, bisogna tener conto.

Si pensa che, nell’epoca dell’autodeterminazione e del mito dell’individualismo, ciascuno possa essere chi vuole in virtù della libertà di scelta. Ma non è sempre così.

In apparenza sembra che viga la libertas maior, ossia quella libertà interiore intesa come autonomia, come libertà di essere chi si è: possibilità di autenticità. In realtà, siamo spesso in balìa della libertas minor, che è mera libertà di scegliere, libero arbitrio.

Kierkegaard è alla prima che guarda quando afferma che la scelta è fondamentale per dare contenuto alla nostra personalità, alla nostra visione del mondo – diremmo noi.

Un limite di questa possibilità è sicuramente il confronto/scontro con la volontà altrui, che – a volte – decide per noi. Quante volte rimaniamo delusi perché l’altro ci mette di fronte a qualcosa che non avremmo scelto! La libertà individuale, si sa, si ferma laddove inizia quella di un’altra persona. La delusione che ne deriva, getta il singolo in stallo perché non può più sviluppare la sua scelta nella direzione desiderata: c’è il confine stabilito dal dispiegarsi della libertà altrui. Non potendo piegare l’altro alla propria volontà, dopo l’amarezza iniziale, il singolo deve fare i conti con questa presa di coscienza e capire come ritrovare la possibilità di sentirsi libero anche rispetto al muro che, in apparenza, gli è stato messo di fronte.

Altre volte, invece,

molte persone devono fare i conti con l’impossibilità di fare qualunque scelta. Quando ci sono tante opzioni tra cui scegliere, quando la scelta diventa qualcosa di opprimente, e quando la responsabilità di aver compiuto una scelta sbagliata è causa di tanta ansia, sprofondare nell’indecisione può sembrare l’unica salvezza dai rimpianti e dalla delusione che possono seguire a una scelta. […] Quando le possibili direzioni da prendere sono così numerose, e quando è così importante prendere quella giusta, l’individuo può procrastinare all’infinito, informandosi minuziosamente sulle diverse opzioni, e non decidendosi mai, in modo da prevenire la possibilità del fallimento”. (R. Salecl, La tirannia della scelta, p. 115)

Anche evitare di scegliere è una scelta, ma generante stallo – di nuovo! – e comunque angoscia, quella stessa angoscia che prelude invece all’opportunità di diventare autenticamente chi si è optando per una delle svariate possibilità al nostro cospetto.

L’indifferenza, in senso kierkegaardiano, è una via, ma non è “la” via: per essere noi stessi, a posto nella nostra pelle, dobbiamo scegliere di volere. Non è possibile porre freno allo slancio vitale nè farsi fermare dal limite – da rispettare, certo – della volontà altrui. Bisogna cercare la nostra via per decidere come interpretare e vivere anche di fronte all’apparente stallo, alla delusione e all’impasse dovuto alla molteplici possibilità.

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Riconoscimento

Il corpo dell’Altro

L’espressione è come un passo nella nebbia: nessuno può dire dove e se da qualche parte condurrà. Io sono come mi vedo, un campo intersoggettivo, non malgrado il mio corpo e la mia storia, ma perché io sono questo corpo e questa situazione storica per mezzo di essi” (M. Merleau-Ponty)

Il corpo è il nostro biglietto da visita rispetto al mondo. Prima di vedere noi, gli altri vedono la nostra fisicità, la nostra apparenza. Da qui conseguono tutte le preoccupazioni relative all’aspetto, al desiderio di piacere all’altro, di essere “come tu mi vuoi” … Ma ciò che dovrebbe veramente premerci è che il corpo parli di noi, esprima pienamente la nostra interiorità, perché non esistono corpo e anima – a mio modo di vedere – bensì il tutt’uno che siamo. La mia esteriorità deve, dunque, essere incarnazione di quello che sono interiormente o no?

Non necessariamente. L’individualità di ciascuno di noi può essere sicuramente veicolata attraverso il corpo. Pensiamo, ad esempio, alle mode dei più giovani: ai miei tempi, c’erano i “dark” (oggi “gotici”), i “punk”, i “metallari”, etc. Categorie in cui riconoscere se stessi, essere riconosciuti e individuare i simili. Ma a noi le categorie non piacciono, credendo che ciascun individuo sia unico, singolo e irripetibile. Il corpo non è mera esteriorità o apparenza. Per cui bisogna preoccuparsi che il corpo parli la stessa lingua del singolo che la contiene. Molte persone soffrono perché vivono una sorta di iato: “quando non coincide più l’immagine che hai di te con quello che realmente sei” – come canta Franco Battiato in Personalità empirica –, ecco che il malessere è dietro l’angolo. Il corpo si trasforma, nella trasgressione, nell’illecito che ciascuno può realizzare, nella fuga da ciò che gli altri si aspettano; o si ammala, si logora, manifesta la sofferenza che risiede all’interno della persona …

Ognuno ha il diritto e, soprattutto, il dovere di divenire ciò che è, anche vivendo e non dimenticando la corporeità, per tanto tempo trascurata, rimossa o messa tra parentesi.

Non si può negare chi siamo… Il corpo è il ponte tra la Soggettività e la Soggettività altrui; è oggetto ed è reificabile dallo sguardo dell’altro. Nasciamo grazie a un corpo che ci accoglie e ci nutre, cresciamo per merito del sacrificio di parte di un corpo che non ci appartiene e cui non apparteniamo: quello materno è il corpo che dà vita e da cui trae fondamento la singolarità che ci accompagna per tutta la vita. Grazie a quel legame, iniziano le vicende dell’intersoggettività: incontriamo altri corpi, uno dopo l’altro, costituendo noi stessi e lasciando il segno sul corpo altrui. Quei corpi siamo noi. Sono il nostro modo di incarnare la vita che ci attraversa, con i tutti i segni, rughe, cicatrici, malattie, lutti ed esistenze incrociate.

La comunicazione che passa attraverso la nostra corporeità non è fatta solo di carne e gesti, bensì di tutto quello che siamo; il corpo non è un mero contenitore dell’essenza spirituale, ma è la concrezione della nostra visione del mondo. Entrando in contatto con il corpo dell’Altro, abbiamo un accesso speciale all’unicità dell’Altro. Il corpo è sacro in questo senso, in quanto veicolo di ciò che siamo in toto.

Il dualismo corpo/anima, di retaggio orfico-pitagorico – cresciuto col platonismo, diventato “verità” col Cristianesimo e affermatosi come paradigma grazie a Cartesio –, ci ha portato a denigrare il nostro corpo, a vederlo come transeunte, luogo di menzogna, una prigione della nostra vera essenza (l’anima); e tale visione ha causato grandi sofferenze, nel singolo e nella storia dell’umanità cresciuta con questa credenza.

Merleau-Ponty, tra tanti, dice:

La distinzione tanto frequente di psichico e somatico trova luogo in patologia ma non può servire alla conoscenza dell’uomo normale, cioè dell’uomo integrato, perché per esso i processi somatici non si svolgono isolatamente ma sono inseriti in un raggio d’azione più ampio”.

Questo “raggio d’azione più ampio” è la totalità che siamo, che definiamo come “anima” o “corpo” a seconda di quello che vogliamo sottolineare di noi, ma che sempre a noi appartiene. Sono nomi diversi che diamo alla stessa cosa. Sfumature… Il corpo è l’anima e l’anima è il corpo.

Chiedersi, dunque, se siamo veramente corpo e anima o piuttosto un “tutto”, un’“unità” in cui il dualismo non ha più ragion d’essere, comporta il propendere per una visione complessa dell’essere umano, implica una risposta diversa alla domanda “chi sono io?”, risposta secondo la quale il corpo non è da svalutare a favore dell’anima, né cieco né sordo, bensì da intendersi come elemento fondamentale e costituente il nostro stesso io. Tale prospettiva oggi è molto attuale nella riflessione filosofica ma anche scientifica. Quindi il fatto che proprio la scienza si interroghi su questo aspetto, dimostra come sia cambiata la visione del problema posto da Pitagora. Pure le neuroscienze ci forniscono importanti stimoli per comprendere pienamente i termini in cui è stato formulato oggi. Antonio Damasio, ad esempio, ci mostra come sia impossibile guardare solo alla componente razionale (l’intelletto di cui parlava Pitagora) per comprendere la complessità individuale, affermando appunto l’importanza delle sensazioni e delle emozioni nello stesso processo del ragionamento, così come del corpo.

Non possiamo essere, dunque, parcellizzati, disgregati dalla distinzione tra una res cogitans e una res extensa, in quanto siamo un unicum complesso, in cui nessun aspetto può e deve essere lasciato indietro. Dando “nutrimento” al nostro corpo, generiamo quello che siamo, ci permettiamo di crescere, tendendo a divenire chi siamo.

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Angoscia esistenziale

Il “sonno di cristallo”

Le notti in cui abbiamo dormito, è come se non fossero mai esistite. Restano nella memoria solo quelle in cui non abbiamo chiuso occhio: notte vuol dire notte insonne” (Emil Cioran)

Anni fa, preda dell’insonnia, mi sono imbattuta in un talk show notturno. Ironia della sorte, a parlare era un uomo, all’incirca di mezza età, che affermava (con mio grande disappunto) di non chiudere occhio dall’età di 18 anni. Ammesso che quanto narrava fosse vero, egli sosteneva di non riposare per nulla da quando – al militare – imparò a stare desto per evitare il crudele nonnismo che, per tradizione, veniva portato avanti nella sua caserma. Effettivamente non aveva un bell’aspetto; dimostrava molti più anni, i suoi occhi erano profondamente segnati, la pelle era tirata e sembrava che, da un momento all’altro, dovesse assopirsi mentre raccontava la sua tragedia personale al conduttore. La medicina non aveva potuto nulla nei suoi confronti, così come la psicoterapia. Non so che fine abbia fatto oggi quell’uomo rassegnato e spossato.

Christian Bale, nel film The machinist (diretto da Brad Anderson nel 2004) offre un’incarnazione molto vivida di quella notte eterna senza requie, che fagocita la carne di chi soffre di insonnia. L’uomo senza sonno è una concrezione dell’inquietudine del singolo.

Oltre che essere un disturbo psichico, l’insonnia è sicuramente un segno dell’irrequietezza dell’anima.

Durante la veglia, chi ne è turbato cade in balìa di una ruminazione mentale estenuante:

Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni?” (Marguerite Yourcenar)

Le domande esistenziali si fanno largo, diventano impellenti; il senso di vacuità e frustrazione toccano limiti vertiginosi, generando spesso angoscia. Tuttavia l’insonnia non è solo questo. È, difatti, anche foriera di lucidità, di comprensione della nostra finitudine, come Emil Cioran stesso sottolinea:

L’insonnia è una vertiginosa lucidità che riuscirebbe a trasformare il Paradiso in un luogo di tortura”

Io passo molte notti così, intervallate – fortunatamente – da qualche ora di ristoro e sollievo; ma, quando non li trovo, ammetto di essere messa a dura prova. Di cosa mi parlano le ore di veglia?

Mi parlano di un rapporto conflittuale con la vita, secondo cui la notte è “spreco di tempo”. Dovrei vivere, invece mi abbandono al mero bisogno fisiologico di riposo. Come sostiene sempre Emil Cioran ne Il funesto demiurgo:

Durante l’insonnia mi ripeto, a mo’ di consolazione, che quelle ore di cui prendo coscienza le strappo al Nulla, che se dormissi non mi sarebbero mai appartenute, anzi non sarebbero mai esistite”

Non dormo e sono fiera di questa vittoria rispetto al vuoto di esistenza che – in apparenza – avviene durante il sonno. Allora sto desta, in maniera serena, cercando di lavorare, leggere e pensare a quanto – durante il giorno – ho dovuto sospendere perché presa tra un’incombenza e l’altra, cadendo in un paradosso colossale visto che – all’indomani – rischio puntualmente di vanificare la fruttuosità delle mie ore, dal momento che avverto la stanchezza conseguente all’operosità notturna. Quindi, cerco di fare pace con il mio essere anche Körper e non solo Leib. Lo accetto.

L’insonnia mi parla anche del fatto che, a fatica, io accetti la “piccola morte” che il sonno rappresenta. Hypnos, ci ricorda Esiodo, è fratello gemello di Thanatos. Il racconto mitologico, come sempre, ci offre una spiegazione delle “cose della vita”, provando a rendere pregnante e comprensibile ciò che, altrimenti, sarebbe ineffabile. Quando percepisco il sonno come puntiforme esperienza di morte, ecco che il sentimento del Nulla mi pervade. Emil Cioran esprime ciò molto meglio di quanto non possa fare io:

Avete mai subìto la tortura dell’insonnia, quando si avverte ogni istante della notte, quando esistete solo voi al mondo, e il vostro dramma diventa il più importante della storia, di una storia ormai svuotata di senso, e che neppure più esiste, giacché sentite levarsi in voi le fiamme più spaventose, e la vostra esistenza vi appare come unica e sola in un mondo nato solo per portare a termine la vostra agonia?”

La veglia diviene, allora, occasione di tormento, in cui l’angoscia è sovrana, impedendomi di godere della vita che, se dovessi essere coerente con quanto asserito poc’anzi, non starei sprecando … Invece sudo freddo, la vertigine mi coglie, il respiro diviene faticoso… rischio di venirne sopraffatta. Non è un attacco di panico, ma molto gli assomiglia. Quando avviene ciò, attuo diverse strategie. In primis, il divertissement: leggo, per portare il pensiero altrove, laddove il libro lo conduce. Se proprio non funziona, provo la meditazione trascendentale, quindi – partendo dall’ascolto di ogni parte del mio corpo – cerco gradualmente di tornare padrona della mia coscienza, di pilotarla verso riflessioni serene, fondate su un senso di accettazione del Nulla stesso da cui scappo. Non posso scapparne perché ne sono parte. Se, infine, anche la meditazione non funziona, mi alzo e faccio iniziare la mia giornata da quel momento. Ma quest’ultimo rimedio prelude alla vanificazione del giorno, che sarà inevitabilmente votato alla fatica e alla stanchezza … Sicuramente, l’esercizio filosofico – per come è stato connotato in precedenza – aiuta a rieducare i pensieri, favorisce l’acquisizione di un habitus fruttuoso, senza snaturare il singolo che lo pratica.

Il mio sonno – così come quello di molte persone – è un sonno di “cristallo”, quindi fragile in quanto facilmente disturbabile, ma anche in quanto parla della mia fragilità esistenziale. È un momento che parla di me e della mia visione del mondo. Il modo in cui dormiamo (o non dormiamo) parla di noi. Dobbiamo ascoltare perché ci fornisce un modo per conoscerci anche quando non siamo desti. È un indicatore importante del nostro rapporto con l’Esistenza e della concezione che ne abbiamo.

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Riflessioni

Individuo, morte e lascito

“Queste lettere che non giungono a destinazione – forse per la scomparsa del destinatario – sono il vero segreto di Bartleby e di ciò di cui Bartleby è il segreto. Un messaggio che non arriva a destinazione, che non comunica o che non realizza il suo scopo, è un messaggio che rimane aperto ad ogni interpretazione. Un messaggio che sopravvive. Deleuze afferma, citando Malraux, che l’opera d’arte resiste in primo luogo alla morte. Tuttavia solo esponendosi ad essa, solo sabotando le proprie difese, può resisterle. La lettera deve opporsi al proprio stesso movimento, deviando dal proprio cammino, per arrivare – forse – a destinazione. Delle opere d’arte si può dire quanto Melville dice delle dead letters: «Messaggere di vita, queste lettere corrono verso la morte»” (M. Di Bartolo[1])

https://www.youtube.com/watch?v=HSH–SJKVQQ

Ascolto The man who sold the world. David Bowie, morto a gennaio 2016, è ancora qui e mi parla.

Sono sempre stata colpita dall’Arte, in ogni sua forma, probabilmente perché è l’unico mezzo a nostra disposizione (secondo il mio punto di vista) per perpetuare noi stessi attraverso il tempo e lo spazio. È una “forma di resistenza”, come un collega e amico mi ha insegnato, disquisendo il testo da cui ho estrapolato la citazione iniziale. Il senso non era propriamente questo, ma tali riflessioni mi hanno aiutato a chiarificare il mio trasporto per la musica e la contemplazione estetica.

Esse resistono alla morte.

Ognuno di noi ha una scadenza, ma non la produzione artistica che – come è noto – è espressione dell’individualità più pura, fatta di consapevolezza e di inconsapevolezza. L’espressione artistica rimane. La singolarità – unica e irripetibile – dell’artista supera la finitudine attraverso la sua opera. È una sorta di magia. Non ci è dato sapere se la consapevolezza permanga – cruccio fondamentale! – ma l’oggetto rimane e, con questo, il Singolo. Fa da ponte tra il soggetto dell’artista e il soggetto del fruitore dell’opera d’arte.

E il fruitore dell’opera ne gioisce. Se ne lascia interpellare. Ascoltando quella canzone, sento la vita – unica, singola e inesauribile – di Bowie. Mi lascio interpellare da lui, dalla sua voce. Mi parla. Siamo in dialogo. Apertura sua, ma anche apertura di chi l’ascolta. Posso essere triste perché non c’è più, ma allo stesso tempo sono consapevole di quanto abbia lasciato di se stesso all’umanità. La sua musica è la sua eredità ai posteri.

L’arte è il mezzo, privilegiato, per esprimere se medesimi, per diventare ciò che si è, ab origine. E il suo potere “terapeutico” sta proprio nel fatto che l’individualità della Persona che l’ha prodotta si metta in relazione con la singolarità del fruitore dell’opera stessa. Un prodotto artistico nasce per l’Altro ed esiste per l’Altro. Ma serve anche all’individualità di colui che la produce. Che il senso, che il fine sia lo stesso poco importa. La strada, ciò che desta è fondamentale: “io ci sono!”, urla l’artista, in barba al The end che è stato scritto a posteriori.

Non è una consolazione, ma un’importante fonte di stimolo e riflessione. Se la visione del mondo si sorregge sul pilastro di una “singolarità a scadenza”, l’arte ci permette di ovviarla. Assieme ai figli, la produzione artistica è il lascito del singolo all’umanità. Di quella stessa umanità per cui deve – necessariamente – sacrificarsi, compiendo il suo tempo.

Penso che David Bowie, come ciascuno di noi, avrebbe fatto a meno del cancro per mettere il punto alle pagine della sua esistenza. Ma queste devono essere concluse; non può essere altrimenti. E che gioia sapere, in vita – sebbene al termine della stessa –, che qualcosa di noi permarrà. Non solo a livello biologico, bensì a livello di sentire, di visione della vita e di singolarità. La libertà, con cui il Singolo ha espresso se stesso, riuscirà ad aggirare l’ostacolo ultimo, rappresentato dalla necessità per antonomasia: la Morte.

Il “segreto” dell’artista rimarrà – poiché non ci è dato sapere cosa volesse comunicare componendo una determinata opera –, tuttavia ognuno ne coglierà cosa crede, a seconda del suo modo di farsi interpellare dall’opera d’arte stessa. E questa permarrà.

Ma chi artista non è, come può consolarsi e trovare conforto per la Finitudine che lo attanaglia e che preme sulla sua Esistenza?

 

 

[1] Tratto da Bartleby o il segreto della letteratura, Logoi.ph – Journal of Philosophy – ISSN 2420-9775 N. II, 4, 2016

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Riflessioni

Il fiducioso “elitario”

Sono poche le persone che io amo veramente, e ancora meno quelle che stimo. Più conosco il mondo, più ne sono delusa, ed ogni giorno di più viene confermata la mia opinione sull’incoerenza del carattere umano, e sul poco affidamento che si può fare sulle apparenze, siano esse di merito o di intelligenza” (Jane Austen)

“Non sono turbato perché mi hai tradito, ma perché non potrò più fidarmi di te!” (Jim Morrison)

Fiducia”, dal latino fidĕre, aver fede.

È sempre opportuno avere fiducia e, di conseguenza, rivelare tutto all’altro?

Essere in balia del vero o, per lo meno, della propria schiettezza, giova sempre alla nostra esistenza?

Si pensa che nelle relazioni più profonde, in amicizia o in amore, si debba necessariamente essere onesti e schietti con l’altro, consegnandogli anche i pensieri più reconditi.

Ma questo può generare incrinature proprio in quel rapporto che tanto abbiamo voluto tenere in alto con la promessa della verità ad ogni costo.

Molto ha a che fare con la fiducia nell’altro e con una certa concezione antropologica dell’essere umano. Se, difatti, vi riponiamo la nostra fede, allora pensiamo di poterlo innalzare anche a legittimo depositario del nostro animo. Ma bisogna stare accorti e ricordarsi, in primis, l’amor proprio. Quel sentimento di stima che ci dobbiamo e che dobbiamo imparare a coltivare. Perché capita, ai “fiduciosi”, di “dare le perle ai porci”, ossia di affidare e affidarsi in maniera troppo ingenua all’altro che, invece e nonostante le apparenze, non comprende sino in fondo.

Il “fiducioso” dovrebbe sempre tenere a mente la formula citata in ogni film poliziesco degno di questo nome: “Lei ha il diritto di rimanere in silenzio. Qualunque cosa dirà, potrà essere usata contro di lei in tribunale. Può chiedere l’assistenza di un avvocato, etc.”. E chi è il nostro “avvocato”? Siamo noi stessi. Solo noi possiamo intuire a chi dare fiducia e da chi guardarci, perché quello che i più chiamano “sesto senso” in realtà affonda le proprie radici nel vero che è dentro di noi, quel vero che non riusciamo ad afferrare completamente o in maniera consapevole, ma che ci parla e ci mette in guardia. Quante volte ci capita di pentirci di non averlo ascoltato? Invece la fiducia in se stessi, nel proprio advocatum, risiede proprio in questo: nella capacità di darsi ascolto e di ascoltarsi. Ed è opportuno, in determinate circostanze, esercitare il diritto (e dovere) di restare in silenzio.

Chi, come me, nutre profonda fiducia nelle capacità dell’essere umano – e non potrebbe essere altrimenti per la professione che svolgo – deve stare in ascolto di sé, anche quando è al cospetto dell’altro. La fiducia deve essere bidirezionale: fondamentale per chi si rivolge a me, ma anche pilastro del mio essere in relazione con l’altro. Se non credo alle parole del mio interlocutore, il rapporto non può andare avanti. Esattamente come non possono andare avanti quelle relazioni in cui la fiducia è venuta meno. Oscar Wilde lo esprime molto bene:

I matrimoni senza amore sono spaventosi. Tuttavia, c’è qualcosa di peggio di un matrimonio senza amore: un matrimonio in cui esiste l’amore, ma da una sola parte, ed esiste la fiducia, ma da una parte sola. Un matrimonio in cui uno dei due cuori è destinato a essere infranto.”

Ma vale anche nelle amicizie. Molte non si rivelano tali perché colui che pensavamo ci fosse amico, tradisce la nostra fiducia, magari svelando ad altri ciò che gli avevamo affidato come custode, usandolo – come si diceva sopra – proprio contro di noi. I custodi devono essere rintracciati con cura, scelti, a costo di fare epochè momentanea sull’inclinazione naturale a confidare nell’altro. Anche Aristotele invita a temporeggiare prima di darsi in dedizione:

Non c’è amicizia salda senza fiducia: e non c’è fiducia senza far passare un certo tempo”

Non voglio esaltare la diffidenza, bensì porre l’attenzione sul fatto che affidarsi al nostro prossimo sia un dono. Né voglio fare l’elogio della dissimulazione o della menzogna, piuttosto sottolineare come sia importante mettere in guardia coloro che si danno in dedizione in maniera cieca e incondizionata, i “fiduciosi” appunto: è un’inclinazione meravigliosa e rara, ma – proprio perché tale – deve essere protetta e tutelata non dal ricevente bensì dall’emittente, ovvero da noi stessi. Molte persone mi portano la loro sofferenza derivante da un vissuto legato al tradimento della fiducia. La loro visione del mondo vacilla, poiché lo slancio accogliente e aperto verso gli altri è uno dei cardini fondamentali del modo di intendere e impostare l’esistenza da parte di questi individui. Bisogna ridefinire tale capacità, accompagnando alla ricostruzione di fondamenta rinnovate e più solide, meno inclini agli agenti esogeni che, inevitabilmente – e anche ai più accorti –, possono causare terremoti disastrosi.

Perché, pure se scossa da fattori esterni, se tradita, la fiducia non è qualcosa che si rigenera: deve essere ben salda in noi. È un bene indisponibile della Persona, come Anna Freud ci rammenta:

Cercavo sempre al di fuori di me la forza e la fiducia, ma queste vengono da dentro. Sono sempre state dentro per tutto il tempo.”

Essere “elitari” in questo senso: non dare le perle ai porci.

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Aisthesis Angoscia esistenziale

Angoscia esistenziale e Tempo vissuto. L’arte come “ponte”

Io non vivo nell’oscurità: vivo nella chiarezza più assoluta. A volte intuisco la fine … ed è allora che non vedo niente. Perché non c’è niente! È tutto inutile. Vivere è una perdita di tempo”. (Caotica Ana, di Julio Medem, 2007).

Ci sono persone che intuiscono. Che intuiscono il loro destino, che è il destino di ciascuno di noi. A differenza di altri – magari sorretti dalla fede o da un sereno agnosticismo -, questi individui faticano a tollerare la Consapevolezza che, una volta fattasi breccia nella loro visione del mondo, non può più essere ignorata.

Il velo si apre e la vita non ha più senso …

Proprio come le parole della protagonista di questo film esprimono.

Il Tempo diviene un insostenibile interludio della “destinazione ultima”: non più spazio del vissuto, ma gabbia, prigione.

Molti, tuttavia, non riescono a trovare il modo per esprimere lo stato di malessere che li attraversa.

Ed ecco che l’opera d’arte, offre una appiglio comunicativo, una chiave privilegiata per ovviare all’ineffabile ed entrare in contatto con noi stessi e con l’Altro. Dove le parole non arrivano, possiamo affidarci all’espressione artistica per gettare un ponte, rispetto a noi e rispetto all’altro.

Per quanto ci si debba adeguare al registro comunicativo altrui, infatti, ci sono aspetti della comunicazione verbale che difficilmente possono essere “corretti” ad hoc. Per cui la scelta e l’utilizzo di film, musica, narrativa, opere pittoriche, fotografia o altro può metterci in relazione con l’Altro (che sia la nostra interiorità o una persona), sopperendo a tale impossibilità. Ci collega.

Nel caso, poi, dell’angoscia esistenziale, che – quando sorge – prende le viscere di chi la prova, spesso può risultare arduo rendere, attraverso le parole, le sensazioni epidermiche, le emozioni che essa desta; proprio perché – come detto altrove – essa è quello stato di irrequietezza, di vacuità pervadente, che senza motivo piomba come una scure sulla testa di colui che la sperimenta, bloccandolo in una sorta di limbo da cui fatica ad uscire da solo. Non ci sono motivi esogeni scatenanti, non vi sono fatti che la legittimino, eppure c’è. E l’individuo ne è avvinto e vinto, al tempo stesso.

Per un counselor filosofico, facilitare il singolo alla verbalizzazione di quello che si presenta come un magma indefinito, fonte spesso di vergogna, proprio a causa della mancanza apparente di una ragione contingente che legittimi la sussistenza di un tale malessere esistenziale, è un’impresa. Ancora più frequentemente, le persone sono completamente inconsapevoli dell’esistenza di questo tipo di angoscia che, se non riconosciuta, può sconfinare nel campo del patologico in cui un counselor filosofico non può entrare, se non lavorando in sinergia con uno specialista dell’ambito psicologico.

Nell’esistenza di un individuo che prova angoscia esistenziale, questa può essere spesso accompagnata da una sorta di percezione, in vita, del Nulla cui la morte conduce, come emerge dalle parole di Ana. Il Tempo di queste persone non è un tempo vissuto, ma subìto, deprezzato e privo di significatività. A prescindere dal possesso di una fede o meno, tale condizione rappresenta un assaggio dell’esperienza-limite per eccellenza, di quello che Vladimir Jankélévitch definisce l’organoostacolo: la Morte.

La morte è il fallimento insensato, il fastidio cieco, l’impedimento assurdo e non compensato, per un essere, a realizzarsi pienamente. In che modo questa negazione che nessuno può vivere, che nessuno ha mai visto, può essere costitutiva dell’esistenza umana?” (La morte, 1966).

È ostacolo quando genera disperazione, Angst, a causa della percezione del destino ineluttabile cui la singolarità di ciascuno di noi – definita dal pensatore russo semelfattività – è votata. L’ostacolo, il limite estremo, non fa che acuire il senso di insignificanza di qualsiasi iniziativa umana, il dipanarsi dell’esistenza si sgretola nell’insensatezza:

il divenire che ci serve non solo ad abbreviare tutti i termini della realizzazione vitale, ma anche a far indietreggiare il nulla, ci mette, in fin dei conti, sulla strada di questo nulla”

È quando il tempo si riduce alla temporalità nuda, è dunque quando l’uomo è in una situazione tragica, che l’ostacolo prende davvero il sopravvento sull’organo: allora il tempo inerte, pietrificato, devitalizzato, rappresenta solo lo spessore ritardante del nostro destino. È così che il tempo della disperazione, il tempo tragico è tornato ad essere puro ostacolo”.

L’essere ostacolo del pensiero della finitudine non fa che rammentarci come la vita non sia nient’altro che un dimenarsi frenetico, un diversivo perenne per distoglierci dal pensiero dei pensieri. Il tempo risulta così privo di valore, negativo, essendo mero trascorrere verso la mèta invalidante, che tutto vanifica.

Ma il pensiero della fine e del fine di tutte le esistenze è, fortunatamente, anche organo, ossia strumento, quando comporta una visione del tempo inteso come opportunità per l’uomo di diventare ciò che è autenticamente, mettendo assieme la propria unica e insostituibile biografia personale che, senza scelte che escludano tutte le altre possibilità, non sarebbe appunto irripetibile quale in realtà è; in quest’ottica, il tempo ha dunque un ruolo positivo nell’aiutare l’individuo, pressato da esso e dalle sue scadenze, a divenire, radunando l’uno dopo l’altro i possibili scelti. Questo modo di vivere la temporalità infonde speranza all’esistenza umana.

Non tutti riescono a cogliere l’opportunità offerta dal pensiero della finitudine, o non riescono a formulare i pensieri in cui sono invischiati perché le emozioni si frappongono nel processo di chiarificazione di questo tassello fondamentale della visione del mondo. Non tutti la vivono così; i più sono paghi del loro tempo e la morte li tange solo nella misura in cui capita ad altri: come se la mortalità non definisse anche loro. Si muore, tutti lo sappiamo, ma è una morte in “terza persona”, dice Jankélévitch.

Proprio come capita al protagonista del bellissimo racconto di Tolstoj, La morte di Ivan II′ič (1886), che rappresenta – ai fini del nostro discorso- un altro esempio di come si possa usare un mezzo narrativo, in questo caso, per accompagnare e stimolare una persona alle prese col tentativo di dare voce alla propria angoscia.

Ivan Il′ič sta per morire e realizza ciò che, per tutta la vita, non ebbe il coraggio di guardare onestamente: la Fine cui la singolarità di ciascun uomo è chiamata. Il suo intero mondo scomparirà con lui non appena avrà chiuso gli occhi. E tale pensiero è cruento, gli rende inaccettabile la consapevolezza di vivere i suoi ultimi giorni. Sino a quel momento, infatti, egli aveva concepito la morte come un qualcosa che capita, certo, ma agli altri. Un sillogismo mette in discussione questo Man del morire in cui Ivan si era rifugiato: Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, quindi anche Caio è mortale … In questo caso, Caio è lui – Ivan! –, anche se non lo vuole ancora realizzare.

Un conto era Caio, l’uomo in generale, e allora quel sillogismo era perfettamente giusto; un conto era lui, che non era Caio, che non era un uomo in generale, ma un essere particolarissimo, completamente diverso da tutti gli altri; lui era il piccolo Vanja, con mamma, papà, Mitja e Volodja, con i giocattoli, il cocchiere, la governante, con Katja, con tutte le gioie, le amarezze dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza. […] Certamente Caio era mortale ed era giusto che morisse, ma non lui, il piccolo Vanja, divenuto Ivan Il’ič, con tutti i suoi sentimenti e pensieri; questo era tutto un altro caso. E non era possibile che toccasse a lui morire. Era troppo orribile”.

Insomma sottoponendo alla persona che ci si rivolge un’opera artistica, non si pretende di risolvere il problema per cui ci interpella; non si tratta di somministrare una soluzione preconfezionata in cui possa riconoscersi; bensì si cerca di catalizzare la chiarificazione mediante l’offerta di stimoli con cui possa confrontarsi, per aiutarla a dare forma al proprio malessere e – grazie a tale rinnovata (o ritrovata) consapevolezza – trovare da sé le vie per dare nuovamente senso al suo tempo, affinché questo diventi tempo vissuto.

Il ponte, infine, può e deve essere sempre eretto … Che sia fatto di parole, di musica o di immagini poco importa: basta cercare e reperire assieme i “giusti” mattoni.

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Riconoscimento

Incontrare l’Altro

L’Altro uomo non mi è indifferente, l’Altro uomo mi concerne, mi riguarda nei due sensi della parola «riguardare». In francese si dice che «mi riguarda» qualcosa di cui mi occupo, ma «regarder» significa anche «guardare in faccia» qualcosa, per prenderla in considerazione”.

(Totalità e infinito, Emmanuel Lèvinas)

Quando una persona viene da me, per la professione che svolgo, io devo cercare di “incontrarla”.

Incontrarla autenticamente, facendola sentire accolta, accettata, non giudicata.

È una missione, una Beruf: l’Altro mi parla e io accedo al suo mondo… Almeno ci provo.

Sicuramente l’incontro autentico con l’Altro è conditio sine qua non del prendersi cura, con efficacia, di colui o colei che si rivolge al counselor filosofico. Questi è chiamato, ogni volta, a ingaggiare una sfida con se stesso per entrare in relazione, e comunicare con la persona che bussa alla sua porta.

Non si può insegnare a nessuno, tantomeno ad un professionista della relazione di aiuto, come entrare in empatia con l’Altro. È una caratteristica, quella dell’empatia, che o si possiede o che non si può improvvisare nè apprendere. Anche un buon medico dovrebbe essere empatico, ma non possiamo insegnargli l’arte dell’empatia, proprio perché l’Einfühlung fa parte del saper-essere e non del saper-fare dello specialista. Si nasce, insomma, con la predisposizione all’ascolto dell’Altro.

Ma anche chi ha questa naturale inclinazione, non è detto che riesca ad “accogliere” l’altro, a farlo sentire “a casa” …

Ciascuno di noi è un “inesauribile”: per quanto ci sforziamo di comunicare in maniera efficace, qualcosa sfuggirà sempre nel ricevente del messaggio. Questo – come dico sempre – è frustrante, ma allo stesso tempo è la fonte del mistero di cui ognuno è portatore. Anche quando amiamo e abbiamo l’impressione di essere compresi con un solo sguardo dall’amato, qualcosa rimane necessariamente fuori… Poiché l’amato è una persona diversa da me, unica, singola e irripetibile, proprio come sono io.

Tuttavia, come l’Amore dimostra, ci sono dei momenti – rari e, come tali, preziosi! – in cui ci riconosciamo nello sguardo dell’Altro. In cui la distanza è colmata e percepiamo il volto dell’Altro come specchio in cui ci riconosciamo. Sono perle di Esistenza, di cui abbiamo sete e che sono fondative per la nostra vita.

Il volto dell’Altro ci scruta e ci chiama… e viceversa: il nostro volto chiama l’Altro e ci fa sentire “visti”.

Non abbiamo paura di essere “nudi” davanti a quello sguardo. Non ci fa paura. Possiamo affidarci.

Così deve essere lo sguardo del counselor filosofico: non un diktat, bensì qualcosa che deve accadere spontaneamente. Se la persona che gli si rivolge non si sente accolta da quello sguardo, ecco che il rapporto di “cura” è inficiato sin dall’inizio.

Non si può insegnare; ed è deontologicamente corretto riconoscere – da parte del professionista – l’incapacità eventuale di “vedere” l’Altro.

Ogni rapporto con l’Altro è a sé. Anche se la problematica esistenziale affrontata è la stessa, non è detto che il counselor filosofico riesca ad accogliere la persona che gli si rivolge. Deve, dunque, essere onesto e riconoscere, in primis a se stesso, tale limite.

Ma quando avviene, quando riesce ad entrare in empatia con l’Altro, ecco che è una magia.

E, assieme, si può andare molto lontano.