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Aisthesis

La Perla

Tutti quegli anni, a vivere la vita di qualcuno che neanche conoscevo”

Che sciocco che sono! Giacere qui in segrete puzzolenti quando potrei andarmene in giro in libertà. Ho una chiave nel mio cuore, chiamata promessa che aprirà, ne sono persuaso, ogni serratura del castello del dubbio. Sebbene in uno stato oscuro e tetro, egli muta l’ombra di morte in aurora”

Knight of cups è un film del 2015 diretto da Terrence Malick e interpretato dal tormentato Christian Bale.

Rick è il suo nome e, sin dall’inizio, vaga nella sua stessa vita, fatta di festini, scenari lussuosi, belle donne e perdizione. Il regista ci accompagna in questo pellegrinaggio, perché tale è, sebbene il contesto sia in apparenza stridente con la solitudine e il carattere ascetico di un pellegrinaggio vero e proprio. Rick è disperso e frammentato, quasi sempre spettatore della vita altrui e della propria. Ma noi sappiamo anche che egli ricerca una Perla, così come il giovane principe della “favola” che il padre (pellegrino a sua volta) gli narrava:

ricordi la storia che ti raccontavo quando eri piccolo? La storia del giovane principe? Del cavaliere, mandato da suo padre – il re dell’Oriente – a Occidente, in Egitto, per trovare una perla… Una perla dagli abissi del mare. Ma quando il principe arrivò, gli diedero da bere in una coppa che gli portò via la memoria: si dimenticò di essere il figlio del re. Si dimenticò della perla e cadde in un sonno profondo. Il re non aveva dimenticato suo figlio; continuava ad inviare missive, messaggeri, guide. Ma il principe non si svegliava”.

Questo racconto è mutuato da un testo gnostico del III secolo, L’Inno della Perla – La Nostalgia Gnostica del Ritorno al Pleroma, in cui si narra appunto della ricerca di questa fatidica Perla da parte del figlio del re del mondo spirituale, ricerca per la quale il ragazzo viene inviato nel mondo materiale… Quindi sembrerebbe avviare alla classica dicotomia anima-corpo, spirito-materia, bene-male di cui i testi gnostici sono intrisi e che ricordano il dualismo orfico-pitagorico-cartesiano su cui si regge la tradizione filosofica occidentale volta a condannare tutto ciò he è ascrivibile all’immanente. Eppure si evince altro da questa trasposizione cinematografica di Malick: la dimensione nomade dell’Io, che – per definire se stesso – ha bisogno di errare, di incontrare diversi altri Io, scegliendo se rimanere monade (chiuso in se stesso) o aprirsi al necessario confronto con gli altri, proprio come nel pensiero di Ricoeur. Qui non si rinnega la materia, bensì la si riconosce come trama della complessità dell’esistenza.

Rick raffigura un Io disperso, frammentato, gregario. Spesso gli siamo accanto, lo vediamo contemplare, assistere e ascoltare le parole delle persone che incontra durante il “pellegrinaggio”; siamo spettatori del suo essere a sua volta spettatore del regno del Man in cui è gettato, quel mondo materiale del racconto gnostico che, nel film, è fatto di lustrini, belle donne, ebbrezza e sorrisi inebetiti. Eppure la “voce” dentro di lui – quella paterna che gli rammenta la ricerca della Perla – lo spinge ad andare oltre, a sperimentare diverse forme di esistenza grazie all’incontro con l’Altro. Questo Altro è quasi sempre una donna, portatrice di amore gratuito, di progetti futuri, di opportunità di realizzazione… Alcune lo vogliono salvare da se stesso, altre lo esortano a sognare, a essere tutto ciò che vuole; altre ancora gli offrono l’opportunità di trascendere se stesso attraverso la paternità. Eppure non basta: Rick rimane “addormentato”, proprio come nel racconto gnostico; nonostante i messaggeri che la vita gli mette davanti, non riesce a destarsi.

Ma sembra che non si svegli poiché, difatti, incontrando queste figure catalizzatrici di Autenticità, Bale in realtà cesella se stesso… Senza intenzione, quasi per caso egli, alla fine, riesce a intuire la filigrana della propria esistenza e trovare il bandolo della matassa… la sua Perla: il Significato della propria esistenza. Ha sperimentato il “teatro del mondo”, lo ha assaporato, vissuto sulla propria pelle e poi? In ultimo si rende conto che

l’unica via d’uscita è all’interno. Respira!”

Finalmente può respirare… dopo l’apnea provata per tutto quel tempo, alla ricerca di un qualcosa che non era all’esterno, bensì dentro di lui. Si sveglia.

Molte persone fanno come Rick: vagano, erranti, nella loro stessa esistenza. Stanno male senza conoscerne la causa, pensano che la loro felicità dipenda da circostanze esterne o da altri individui. Invece la Perla è lì, dentro di loro, a portata di mano. Bisogna solo trovare la via per arrivarvi; e, da soli la si può intuire, ma in compagnia (con la giusta compagnia), vi si arriva in maniera ancora più fondata e autentica.

Si è soliti pensare che, per uscire dall’abulia e dallo stallo in cui ci si avverte come imprigionati, sia necessario un cambio radicale, una rottura: un evento che irrompa in quella monotonia accidiosa e pervadente e che ci salvi. Mentre la via passa proprio attraverso quello stesso impasse esistenziale: bisogna sostare all’interno di quella prigionia per poter procedere senza rinnegare ciò che si è stati e la vita stessa che abbiamo vissuto sino a quel momento. Quindi dobbiamo rimanere dentro noi stessi, senza timore di guardare al nostro interno né nutrendo speranza di salvezza eteronoma. François Jullien esprime molto bene questo carattere di continuità tra quella che definisce una prima e una seconda vita: questa non può esserci senza la precedente. Non si tratta di rinnegare chi siamo stati né di stravolgere completamente le nostre esistenze, bensì di avere pazienza, far decantare i vissuti e lasciar emergere – fenomenologicamente – la figura dallo sfondo. Di riprendere (in senso kierkegaardiano quasi). Il tempo, quello stesso tempo che è stato luogo di pena, sofferenza e vita subìta, sarà funzionale a far emergere la famosa filigrana della nostra esistenza, riconsegnandocela risignificata, finalmente nostra, scelta e non imposta. Non cambia nulla eppure cambia tutto: muta la luce della Perla. Che, comunque, è già un nostro possesso.

I dialoghi – spesso soliloqui – della pellicola del film sarebbero tutti da trascrivere. Di seguito, riporto alcune battute, che interpellano e che possono essere utili ai fini di un ipotetico esercizio rispetto a noi stessi e alle nostre esistenze:

– “Vedete le palme? Le palme ci dicono che tutto è possibile: possiamo essere qualsiasi cosa… fare qualsiasi cosa. Ricominciare” (Rick)

– “Figlio, sei proprio come me. Non riesci a comprendere la tua vita? Non riesci a mettere insieme i pezzi? Proprio come me… un pellegrino su questa terra, uno straniero…… frammenti, pezzi di un uomo. Dove ho sbagliato?” (Padre)

– “Il Desiderio è così profondo. Butterò via la mia vita” (Rick)

– “Non tornare a essere morto… Che cosa vuoi?”. “Non stiamo vivendo le vite scritte per noi… il nostro destino è un altro” (una delle donne di Rick)

– “Dove ti incontrerò? Da che parte devo andare? Immagino non sia lì per me, alla fine… Da dove comincio?” (Rick)

– “Da giovane avevo paura. Paura della vita. Chi paga per essa? Mi dispiace abbia dovuto pagare anche … La mia speranza… Mi hai dato la pace; mi hai dato quello che il mondo non può dare: pietà, amore, gioia. Tutto il resto sono nuvole, nebbia… stai con me. Sempre.” (Rick, rivolto a Nancy)

– “Pensi che, quando arrivi ad una certa età, le cose inizieranno ad avere un senso, invece scopri che sei perso esattamente come prima. Immagino sia proprio questo la dannazione… i pezzi della tua vita che non si uniscono mai. Che sono lì, sbattuti in giro”. “Ricorda: la perla! Sussurra… invita … ogni uomo, ogni donna una guida, un dio. Tu vivi in esilio, straniero in terra straniera. Un pellegrino, un cavaliere. Trova la tua strada! Dall’oscurità alla luce” (il padre)

– “Ho passato trent’anni senza vivere la vita. Anzi, rovinandola… a me stesso e agli altri. Non riesco a ricordare che uomo volevo essere” (Rick)

– “io insegno solo una cosa: insegno solo il momento presente. Fare attenzione al momento presente. Ed è tutto lì, perfetto e completo, così com’è” (il monaco)

– “Conserva tutto della tua vita. Non perdere tutto solo perché hai perso una parte” (Rick a Elizabeth)

“Trova la luce che conosci a est. Come un bambino. La luna… le stelle. Sono al tuo servizio. Ti guidano nel cammino. La luce negli occhi degli altri… la Perla!” (il padre).

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Aisthesis Riconoscimento

L’importanza dell’autorelazione

La serie Solos (Assolo, in italiano) si colloca nel solco del filone filo-sci-fantasy ora molto in voga, e consta di 7 episodi che indagano il rapporto dell’individuo con se stesso e col mondo sempre più digitalizzato verso cui siamo lanciati. Sono “assoli” in quanto la mezz’ora scarsa di ogni puntata è dedicata ad un solo personaggio che, quasi in un flusso di coscienza, si confronta con se stesso, a volte al cospetto di un interlocutore. La presenza del futuro digitalizzato e quasi transumano sembra faccia da catalizzatore rispetto al tentativo di far emergere – da questo orizzonte apparentemente disumanizzante – tutta l’umanità che è in noi. I temi filosofici emergenti sono, difatti, quelli su cui – ab origine – ci si interroga: la morte, la malattia, i fallimenti, i progetti inattuati, la relazione con gli altri, l’identità. Nonostante il futuro ci corredi di dispositivi (di controllo e di potere, alla Foucault), l’uomo rimane sempre tale, caratterizzato dalle medesime questioni esistenziali da cui ha preso avvio la Filosofia.

Il secondo episodio è dedicato a Tom. Si rimane subito spiazzati, perché questo rampante uomo di successo si trova al cospetto di un altro Tom, seduto di fronte a lui, sul divano del suo studio. Li si distingue solo perché vestiti diversamente. E si viene catapultati in una sorta di esperimento mentale:

Immagina di incontrare te stesso. Chi vedi?”

Questo dice, infatti, la voce fuori-campo che introduce alla storia. Tom incontra questo altro da sé, quasi una concrezione del Sé come un altro di cui parlava Paul Ricoeur: quell’Altro che ci inabita, e che è sia medesimezza che ipseità. La prima è l’identità che permane, che consente a Tom di riconoscere se stesso nella persona che ha davanti; la seconda è il mutamento, che comunque ci caratterizza in quanto siamo noi ma, nel tempo, non possiamo che constatare che cambiamo. Tom, all’inizio, è indispettito, urtato da questo Altro al suo cospetto, che lo guarda e sembra giudicarlo: non riconosce il suo stesso corpo, deride l’usurpatore diffidando del suo collo, del suo naso … stenta a vedersi in lui. Sicuramente, dato il contesto della storia narrata, lo spettatore può cogliere in questa ribellione al riconoscersi nell’altro-Tom, una forma di resistenza da parte del protagonista, che deve accettare … Scopriremo presto che questa fatica è dettata dal fatto che sia inaccettabile ciò che l’Altro rappresenta per Tom: la sua fine imminente. L’uomo seduto sul divano, difatti, è davvero un usurpatore: dovrà prendere il suo posto visto che il Tom “originale” ha avuto una diagnosi infausta e ha pochi mesi davanti. Allora egli cerca di usare quei minuti concessigli dalla società che ha costruito il suo clone robotico (perché questo è l’altro-Tom!) per indottrinarlo e spiegargli chi egli sia: non cosa faccia, perché – come dice il suo sosia – questo è risaputo e già uploadato nel suo hardware, ma chi sia. Gli pone, insomma, la domanda delle domande: chi sei tu? E qui emerge tutta la potenza della narrazione del sé, che consente a Tom di vincere l’iniziale rabbiosa resistenza e di sondare se stesso nel tentativo di far emergere ciò che conta, ossia quello che lo caratterizza, nella relazione coi figli e con la moglie da cui presto dovrà congedarsi. Ma in tale racconto di sé di fronte a sé medesimo, come in uno specchio, Tom prende anche consapevolezza di se stesso, dismette la maschera di cinico che sino a poco prima lo corazzava rispetto al mondo, lascia fuoriuscire il magmatico cuore che lo distingue come unico e si auto-riconosce.

Pochissimi e intensi minuti, in cui si tocca con mano l’importanza del dialogo interiore, della confessione allo specchio, un esempio di esercizio spirituale cui dovremmo allenarci non solo al limitare della vita ma – come volevano le scuole ellenistiche – quotidianamente. Il riconoscimento, per cui lottiamo tutta la vita, passa necessariamente attraverso l’auto-riconoscimento; se non abbiamo un rapporto autentico con noi stessi, non possiamo ambire a un’esistenza autentica. Per questo è davvero interessante assistere a questo stimolante esperimento in cui l’altro che è in noi prende forma e si incarna davanti ai nostri occhi, perché spesso lo diamo per scontato, trascurandolo come interlocutore.

Il valore dell’assolo che dovremmo imparare ad ascoltare.

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Riconoscimento

Come cervelli in una vasca

Di recente ho come l’impressione di vivere in una mente disincarnata.

Cosa intendo? Da un anno siamo ormai costretti al distanziamento, all’isolamento, alla paura del contatto fisico con l’altro. Il coronavirus ci ha abituato a questo. Di conseguenza, chiusi al mondo, stiamo esasperando l’unica cosa che ci rimane: la dimensione comunicativa «filtrata». Schermi, tanti schermi! Smartphone, tablet, pc… ormai viviamo mediante loro e, sebbene sempre connessi, non siamo mai stati così lontani dall’altro e dal corpo dell’altro.

È come se avessimo realizzato il paradosso del filosofo e matematico Hilary Putnam, così ben descritto in questo video:

In Ragione, verità, storia (1981), Putnam usa questo esperimento per dimostrare il cosiddetto realismo interno: uno scienziato pazzo preleva un cervello ad un uomo e lo pone in una vasca, contenente una soluzione nutritiva; collega i neuroni ad un computer esterno e, mediante gli input che questo gli rimanda, il cervello ha comunque l’impressione di vivere normalmente, in un mondo reale, sebbene sia totalmente slegato dalla contingenza stessa e privato del suo stesso corpo. La persona cui appartiene quel cervello non riuscirebbe più a discernere il vero dal falso, il reale dall’irreale… Scrive Putnam:

Sembra che ci siano persone, oggetti, il cielo ecc., ma in realtà l’esperienza della persona (la vostra esperienza) è in tutto e per tutto il risultato degli impulsi elettronici che viaggiano dal computer alle terminazioni nervose. Il computer è così abile che se la persona cerca di alzare il braccio la risposta del computer farà sì che «veda» e «senta» il braccio che si alza. Inoltre, variando il programma lo scienziato malvagio può far sì che la vittima «esperisca» (ovvero allucini) qualsiasi situazione o ambiente lo scienziato voglia”.

E, arrivando a ipotizzare che potremmo essere tutti immersi in una sorta di macro-esperimento di questo tipo, aggiunge:

in un certo senso io e voi siamo davvero in comunicazione. Io non mi inganno sulla vostra esistenza reale, ma solo sull’esistenza del vostro corpo e del mondo esterno, cervelli esclusi”.

L’unica certezza, l’indubitabile, è il cervello.

Ma ci basta? È sufficiente? Io penso di no.

Mi sembra, difatti, di vivere in una concrezione distopica: un cervello in una vasca convinto di vivere realmente ciò che il processore gli fa percepire. Cerco di sublimare questo contatto con l’altro, insapore e incompleto perché sempre filtrato; provo a farne contenuto della mia coscienza; ma qualcosa non torna … Ci si può accontentare – meglio questo che nulla e il totale isolamento cui saremmo obbligati se la tecnologia non ci consentisse comunque di comunicare – mi dico. Eppure cosa manca? La coerenza con ciò in cui credo: che siamo un tutt’uno, mente incarnata. Abbiamo bisogno anche dei nostri corpi per stare con gli altri. La privazione di un abbraccio, di un contatto, di un gesto di affetto o della piena espressività dei nostri volti – ora mascherati – ci impone un grosso sacrificio di una parte di noi stessi. L’intersoggettività non si realizza senza l’intercorporeità. Per salvare il mero Körper, il nudo βίος, stiamo dimenticando il Leib… Siamo, dunque, solo software o anche hardware?

Io non penso che possiamo prescindere dal nostro corpo. Come ci dimostrano pensatori come Shaun Gallagher e Dan Zahavi (La mente fenomenologica), sono convinta che la nostra realtà e identità siano plasmate sì dal cervello, ma non come vuole dimostrare l’esperimento di Putnam, bensì da una mente incarnata, in cui Körper e Leib sono poli della stessa sostanza. Per cui, in assenza della pienezza esistentiva garantita e permessa anche dal corpo, voglio ribadirmi che esso non deve essere dimenticato e che è un grosso rischio abituarsi a questo esperimento folle cui, inevitabilmente, ora siamo costretti.

Indipendentemente dal fatto che il cervello in una vasca sia una possibilità reale oppure no, quello che è certo è che la nostra esperienza cognitiva è plasmata da un cervello incarnato. Infatti è sempre più ampiamente accettato che i cervelli che abbiamo sono plasmati dai corpi che possediamo e dalle azioni che compiamo nel mondo reale. La cognizione, non solo è incarnata, ma è anche situata, ed è tale perché incarnata” (S. Gallagher, D. Zahavi)

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Aisthesis

Your Honor. La ribellione di Abramo

Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio” (Ebrei, 11-17)

Coleman si allontanò rendendosi conto, come mai prima di allora aveva dovuto fare al di fuori delle lezioni sulla tragedia greca, della facilità con cui la vita può essere una cosa piuttosto che un’altra e della casualità con cui si crea un destino… E anche, d’altra parte, di come il fato può sembrare accidentale quando le cose non possono andare a finire che come sono finite”. (Philip Roth, La macchia umana)

Casualità e causalità; libero arbitrio e destino.

Quante volte, nella nostra vita, ci troviamo di fronte a bivi che ci impongono una scelta? Praticamente ogni giorno. Ciò che siamo è determinato anche dalle nostre decisioni e – esercitando quella libertà che opta per un possibile piuttosto che per un altro – cerchiamo di pilotare la nostra vita, di darle una parvenza di ordine congruo, al fine di sfuggire al caos. Qualche volta vi riusciamo: seguendo la logica causale, speriamo di allontanare eventuali conseguenze negative delle nostre decisioni; altre volte, ci ritroviamo spiazzati al cospetto di conseguenze imprevedibili, disarmati di fronte al caso che sembrerebbe dire l’ultima parola.

Possiamo, dunque, essere artefici del nostro destino?

La miniserie televisiva Your Honor offre importanti spunti di riflessione.

Michael Desiato (interpretato da Bryan Cranston) è il protagonista di questa serie. Dieci episodi in cui lo spettatore assiste allo snaturarsi di un uomo integerrimo, un giudice, che da sempre lotta per sospendere il giudizio verso gli imputati della sua corte, cercando di contestualizzare sempre la ragione per cui sono finiti al banco degli imputati, ascoltandoli e indagando dietro le apparenze e i pregiudizi. Un giudice giusto, incarnazione di una Giustizia che non è davvero la dea bendata. Michael, difatti, desidera sempre vederci bene, accertando imputazioni e accuse, al fine di essere retto e nel tentativo di comprendere più che di spiegare le Persone che si ritrovano al suo cospetto. A lui si rivolgono per la sua umanità, per la sua capacità di andare contro corrente laddove la vita, nella sua singolarità, è messa a repentaglio o giudicata erroneamente a causa di stereotipi. Un faro e uno spirito incorruttibile.

Ma la sua luce si spegne. Poiché egli, a causa di circostanze che non vogliamo spoilerare, si ritrova a fare di tutto, a sovvertire ogni suo principio in nome di quello che reputa essere il più alto di tutti: l’amore per il proprio unico figlio, Adam. Per evitare di sacrificarlo e di consegnarlo alla Giustizia degli uomini di cui lui stesso è custode, il giudice Desiato deve trascendere se stesso, ciò in cui ha sempre creduto e fa una scelta: salvare suo figlio dal sacrificio richiesto.

Inevitabile il paragone con il biblico Abramo, cui Dio chiese di sacrificare quello stesso figlio, Isacco, che gli avrebbe garantito – dopo le difficoltà avute per concepirlo – la prosecuzione del suo seme…

Entrambi, Michael e Abramo, sono considerati “giusti”; entrambi hanno un unico figlio. Ma – di fronte alla possibilità di sacrificarlo – reagiscono in maniera completamente diversa l’uno dall’altro.

Abramo è pronto a sacrificare suo figlio, come una sorta di precursore del credo quia absurdum: egli si chiede come sia possibile che Dio gli garantisca la discendenza se deve sacrificare l’unico mezzo che ha per perpetuarla, Isacco; eppure crede in Dio e lo ascolta nella sua richiesta inaccettabile, facendo il salto della fede. Non a caso Kierkegaard pensa a lui quale emblema dell’etica religiosa, in Timore e Tremore:

Ma non dubitò, non si mise a sbirciare a destra e a sinistra con angoscia, non importunò il cielo con le sue preghiere. Sapeva che era Dio, l’Onnipotente, che lo metteva alla prova; sapeva che si poteva esigere da lui il sacrificio più duro: ma sapeva anche che nessun sacrificio è troppo duro quando è Dio che lo vuole – e cavò fuori il coltello”.

E, per questo coraggio, Dio lo premia: risparmia Isacco, mantenendo quindi la promessa iniziale.

Michael Desiato fa una scelta invece diversa: si ribella. Pretende di pilotare gli eventi, guardando “a destra e a sinistra”, per modificarli. Crede solo nella Giustizia, sì, ma è anche esempio dell’homo artifex sui. La sua visione del mondo si regge su altri valori rispetto a quelli di Abramo. Alla fine della sua vicenda, una volta smascherato da quelle persone che amava e che si è ritrovato a manipolare suo malgrado, cede ed enuncia la sua priorità a giustificazione: salvare il figlio. Michael, a differenza del paladino della fede, si rivolta facendo di tutto per evitare di sacrificare la sua progenie. Prova a forzare il destino, che sembrerebbe già scritto nell’indagine delle possibili conseguenze di quella fatidica causa iniziale che ha innescato la sua trasformazione esistenziale; allora cerca di lavorare sulle cause stesse per sortire degli effetti diversi da quelli temuti. Ingaggia una lotta contro il fato proprio per porre ordine, rimedio, per ovviare all’inevitabile epilogo.

Ma – come abbiamo detto – non tutto è prevedibile. E quando l’individuo cerca di autodeterminarsi, piegando quello che può essere fuori del suo controllo, rischia l’ὕβϱις. E la tracotanza viene punita. Alla fine la progenie Desiato non potrà andare avanti, nonostante le lotte, il sacrificio di sé e di tutti i valori da parte di un padre che si rivela disposto a tutto.

La ribellione di questo nuovo Abramo dimostra che, per quanto ci si possa e ci si debba autodeterminare, si incappa sempre in incognite che non sono prevedibili e che esulano dal nostro controllo. Epitteto avrebbe tanto da dire in merito. Destino e libero arbitrio sembrano legati in un vincolo indissolubile poiché la libertà individuale si incaglia negli scacchi dell’esistenza e della sua imprevedibilità. Si può reagire con rabbia, dolore, frustrazione, ma sempre ci imbattiamo nel limite della nostra libertà e della possibilità di scegliere come determinare il nostro esistere.

Il finale della miniserie sembra ripristinare una teodicea, contro cui ha sempre lottato il protagonista. Pur non pensando che esista il fato o il karma, sicuramente, ci si domanda come si possano affrontare le sconfitte delle scelte rivelatesi infelici. Perché qualcosa ha portato a quell’epilogo e, sicuramente, non è imputabile al destino o al fato.

La vicenda termina lasciandoci come una corda tesa. Non sappiamo cosa avvenga dopo il trionfo dell’ineluttabile. E risuonano le parole di Roth:

Pensava gli stessi inutili pensieri, inutili per un uomo di non grande talento come lui, se non per Sofocle: la casualità con cui si forma un destino… E come tutto può sembrare accidentale quando è inevitabile”.

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Libri

L’amore che resta

Hanno questo di proprio le opere di genio, che, anche quando dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande, che si trovi anche in uno stato di enorme abbattimento, disinganno, nullità e scoraggiamento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle più alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa), servono sempre di consolazione, riaccendono l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta” (Leopardi, Zibaldone)

Questo passo leopardiano, citato dall’Autore del libro di cui stiamo per parlare, rende splendidamente l’intento di “L’amore che resta”, scritto dal filosofo spagnolo Fernando Savater, appena pubblicato da Laterza.

Fernando, un uomo che, a distanza di quattro anni dalla morte dell’amata moglie, si ritrova ancora al cospetto di un dolore fatto appunto di “enorme abbattimento, disinganno, nullità e scoraggiamento della vita”. A chi ancora si stupisce del suo dolore, egli reagisce con rabbia e inevitabile rivolta, infastidito da come lo sollecitino ad allontanarlo – sebbene a fin di bene – dall’unico modo che ancora ha per amarla: soffrire. Ecco, il valore della sofferenza come strumento di eternazione: solo il ricordo di colei che ha amato così tanto gli consente di tenerla accanto. “Se non fa male, non è dolore”. In questo lui crede profondamente.

Savater, canta l’“eco della sua assenza”, unico movente di vita ormai per lui, che ha perso il gusto di esistere, limitandosi a una mera sopravvivenza. Spesso ribadisce come si possa continuare a vivere nonostante tutto, nonostante la perdita della luce che lo ha illuminato per 35 anni. Si vergogna quasi di questa capacità, di quella che definisce essere una volontà biologica che annulla la volontà interiore, che lo spingerebbe a raggiungerla, a detta del pensatore. Egli vive per continuare ad essere il suo “cavaliere”:

Dovevo cercare di parlare: non solo della sua perdita, ma di lei viva e palpitante, di ciò che abbiamo vissuto assieme, di tutto quello che mi ha dato e non solo di quello che mi ha tolto con la sua assenza”.

In apparenza un nuovo De consolatione philosophiae, il testo in realtà esprime bene la sconfitta della filosofia stessa di fronte all’ineludibilità della morte. Nessuna argomentazione filosofica può consolare Savater per la perdita di colei che gli ha permesso di essere se stesso, che lo ha reso migliore – come continuamente ribadisce elogiando una donna che ha della Beatrice dantesca in sé – unica e irripetibile.

Docente universitario e scrittore, si è sempre riconosciuto nel pensiero di Cioran (che ha conosciuto e con cui aveva avuto un intenso scambio epistolare), Schopenhauer, Leopardi, Chestov, Lovecraft, che lui chiama “i grandi pessimisti”. Eppure, nonostante questo retaggio nichilista, il suo è sempre stato un atteggiamento allegro nei confronti della vita, capace di cogliere nell’unica cosa concessaci – l’esistenza in questo mondo – tanta energia e voglia di vivere:

Su di me i grandi pessimisti hanno sempre avuto un effetto tonificante e il messaggio che ho cercato di trasmettere […] consiste proprio nel paradossale rinforzo dell’appetito vitale e nel miglior modo per incanalarlo”.

Fernando è stato, dunque, un gaudente, amante della vita e – anche quando già aveva incontrato la sua Pelo Cohete – per diverso tempo non si negò storie clandestine, piaceri di ogni tipo, sensuali e trasgressivi. Ha sempre riso con lei, lo ribadisce in continuazione. Smette di sorridere all’avvento di quello che lui definisce il “peggio”: la diagnosi infausta di glioblastoma multiplo. Un male che nomina solo alla fine per coerenza con il suo intento:

Ciò che racconto qui […] non è la «la parte peggiore» della mia vita, ma senza alcun dubbio la migliore, oro e pietre preziose incastonate nella memoria che sfuggono alla pattumiera dell’esistenza”.

Quindi il libro è un inno alla vita e a colei che lo ha reso vivo, speciale, sempre credendo in lui e più che musa, quasi motore immobile che tutto muove all’interno di quella che – a detta dell’Autore stesso – sarebbe stata una vita insulsa senza di lei, come lo è ora che esiste come mancanza. Lotta per ricordarla e consegnarla ai posteri, perché – senza memoria – lei non sarebbe più davvero:

forse riuscirò a far sì che il lettore si innamori un po’ di lei, per contagio; e che magari apprezzi di più la vita, perché lei ha reso il mondo più bello. In ultima istanza, può essere che questo libro sconsolato racchiuda per qualcuno un messaggio consolatorio […]. Così formulò il concetto il giovane Cioran nel suo primo libro Al culmine della disperazione: «La sola cosa che possa salvare l’uomo è l’amore […]»”.

Più che una consolazione, io – da lettrice – ho trovato una conferma di ciò in cui credo a mia volta: il potere del ricordo e della memoria di coloro che abbiamo amato. E che amiamo ricordando. Inoltre, il valore del dolore:

per chi ha amato davvero e ha perso la persona amata, ammortizzare il dolore è la prospettiva più crudele e dolorosa di tutte. Come scrisse uno specialista in materia, Cesare Pavese, «il dolore più atroce è sapere che il dolore passerà». E con il dolore passerà l’amore stesso, che non potrà più essere altro che la certezza dell’assenza”.

Per questo Savater si erge a “guardiano dell’assenza” e sancisce una differenza fondamentale tra quello che definisce come “amor proprio” e “Amore”: il primo è narcisismo, dice il Filosofo,

l’unica forma di innamoramento in cui l’oggetto […] rimarrà sempre alla nostra portata. E se fa molto male all’inizio per poi diluirsi fin a lasciare solo un lieve bruciore facilmente superabile, è amor… proprio”.

Quindi è un amore opportunistico, utile per sopravvivere, ma “che non sa nulla della perdizione”, scrive inoltre Savater. Mentre l’Amore (vero) è quello intriso di sofferenza e di angoscia, “che ci rende autentici più di qualunque piacere”:

è un amore che non accetta di spegnersi dopo la perdita irreversibile della persona amata ma che anzi, […] si scopre più puro, spavaldo e irrefutabile, oltre che infinitamente, disperatamente doloroso”.

Insomma si tratta pur sempre di due forme di amore per l’altro, ma l’amor proprio obiettivizza la persona amata, e fa soffrire momentaneamente quando si perde l’oggetto del proprio desiderio (autoreferenziale), in cui amavamo noi stessi, in fondo; si tratta di orgoglio ferito, in questo senso è una forma di narcisismo; è una perdita superabile poiché è amore per sé. Mentre l’Amore è amore per l’Altro come soggetto, in quanto Singolo (è reciproca fioritura)… e il dolore permane quando quella persona ci lascia. L’amor proprio è inautentico, un amore di sé nell’Altro; il secondo è invece autentico in quanto amore dell’Altro in sé.

Confermo inoltre che, leggendo, ci si innamori davvero un po’ della “dama” eccezionale di cui si narra: Pelo Cohete. Questo, ovviamente, non era il suo vero nome. Esso è Sara Torres Marrero. Ma diventa e rimane Pelo Cohete anche per noi, partecipi di questa conoscenza unica e insostituibile. La conobbe quando era sua studentessa, presso l’università di Zorroaga in cui Savater insegnava già da qualche tempo. La chiamavano Pelo Cohete perché, allora, portava i capelli acconciati in una cresta molto alta, come quella dei punk…Tale caratteristica di ribellione permane nella donna per tutta la sua vita, nonostante la modestia e semplicità con cui si presentava al mondo. Dotata di un fascino particolare, mai civettuola eppure femmina sino al midollo, era in grado di sedurre tutti e di illuminare il mondo circostante…

Non vogliamo riassumere ciò che chi l’ha amata ha faticato ad esprimere – perché la Bellezza e la Felicità sono ineffabili, come ribadisce Savater stesso –, bensì sottolineare come ciò che resta dell’amore, del legame tra Pelo Cohete e Fernando, sia una testimonianza di quello che l’Amore dovrebbe essere:

Che altro è l’amore se non ciò che ci rende insostituibili? Esiste desolazione più grande e insopportabile della consapevolezza che continueremo ad amare per sempre la persona che abbiamo perso e che nessuno sostituirà? E il paradosso più grande è che si tratta di una desolazione a cui il vero amante non sarebbe disposto a rinunciare per nulla al mondo”.

Solo lui poteva cantare di questo amore e della sua insostituibilità, Pelo Cohete lo sapeva:

Se tu non lo racconti, nessuno saprà che cosa siamo stati l’uno per l’altra”.

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Riflessioni

Senza gusto e senza olfatto

E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaio del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attendendo al fenomeno straordinario che si svolgeva in me […]. All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di Maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o ti tiglio” (M. Proust, Dalla parte di Swann)

Il modo in cui lo spirito è legato al corpo è meraviglioso nella sua interezza e non può essere compreso dall’uomo – e tuttavia proprio questo è l’uomo”. (Agostino, De Civitate Dei XXI)

Che sapore ha la vita? Appena veniamo privati di ciò che caratterizza i nostri giorni, nel bene e nel male, ne sentiamo la mancanza. Quando qualcosa va via, ecco che – col permanere della sua assenza – facciamo fatica a rievocarlo… una reminiscenza impossibile. Senza i sensi e il nostro corpo, da cui scaturisce la presenza del ricordo, perdiamo definitivamente qualcosa. Come quando stentiamo a ricordare i dettagli del volto di una persona amata, che ci ha lasciato… Che cosa sarebbe il ricordo delle Madeleines senza il loro profumo e sapore, ovvero senza il naso e il palato sensibile di Proust? Nulla… come rendere presente ciò che non vi è più?

Abbiamo un bel dire a denigrare il corpo e a metterlo tra parentesi. Molte persone, motivate dalla religione o da un pudore sociale, tendono a mettere in secondo piano la carne di cui sono fatte. Eppure siamo un Tutto: rinunciando al corpo, svilendolo, rinunciamo ad una parte costitutiva di noi stessi.

Da qualche giorno sono positiva al Covid19 e, pur ringraziando per la levità dei sintomi, sento una profonda mancanza, quella appunto del Sapore della Vita. Cucino per me e i miei cari e non capisco realmente cosa stia mettendo assieme perché mi manca ciò che, dentro di me, dà il senso al mio agire tra i fornelli: l’olfatto. Dal profumo riesco a capire se i cibi che sto componendo saranno buoni o meno. Assaggio e nulla: come mangiare “aria”. Non mi sto lamentando, anzi; voglio solo constatare quanto i sensi siano forieri di significanza anche di un gesto quotidiano come la preparazione delle pietanze, attraverso cui mi prendo cura e amo i miei cari.

Senza il corpo, cosa saremmo? È come se esso fosse il luogo in cui risiede la nostra identità, il nostro modo di essere, la nostra individualità. Quando il corpo si ammala, perde un pezzo di autonomia, si logora e invecchia… ecco che anche ciò che siamo, si ammala, perde in autonomia, si logora e invecchia.

Inutile dire che, qualcosa permane anche se il corpo non è più. Che sia luogo dell’anima o che piuttosto questa sia indisgiungibile da esso, il corpo è il ponte con l’Altro: con l’altro-uomo, con l’altro-mondo, con l’altro-ulteriore… Ma sempre da noi stessi, dalla nostra carne si deve partire per poter arrivare o non arrivare all’altro. Se non ho olfatto e gusto, non potrò coronare il messaggio d’amore nei confronti dei miei cari, perché cucinerò all’insegna del caos o di un meccanismo che, ben che vaga, ricorderà a mala pena la bontà ideale cui tendo; se non ho corpo, non posso vivere o esplicare me stesso.

Il corpo siamo noi… Mentre attendevo a questo scritto autoreferenziale e catartico, ho assistito ad una meravigliosa lezione di un docente del master presso cui insegno. Perché permango nel mio essere discente, in maniera coerente allo spirito della filosofia che mai si conclude o si ferma alle certezze precostituite. Ebbene, a fagiolo, il carismatico oratore parlava di come il corpo siamo noi. Se lo sedo potentemente, viene meno la mia coscienza, la mia identità. Altro che assenza di gusto e olfatto: la mia identità si spegnerebbe in concomitanza con l’interruttore che dosa il farmaco nelle mie vene. Come ci ricorda Platone nel Fedone, in cui descrive l’ultimo giorno di vita di Socrate:

Socrate, seduto sul letto, ripiegò la gamba, se la frizionò con una mano e, continuando a massaggiarla, disse: «Amici miei, che strana cosa sembra essere ciò che gli uomini chiamano piacere! Che singolare relazione naturale esso ha con quello che pare il suo contrario, il dolore! Ambedue non dovrebbero essere presenti contemporaneamente in un uomo, eppure, se qualcuno insegue il primo e lo prende, ecco che quasi sempre è costretto a prendere anche l’altro, come se, pur essendo due, essi fossero tenuti assieme da un’unica testa. Mi pare», egli aggiunse, «che se Esopo ci avesse pensato, ne avrebbe tratto una favola in cui la divinità, volendo riconciliare i due belligeranti, siccome non vi riusciva, ne annodò assieme le teste. Di conseguenza, dov’è presente l’uno, ecco che subito segue anche l’altro, come, del resto, sembra accaduto anche a me, poiché nella mia gamba, là dove c’era il dolore per la catena, adesso pare che sopraggiunga un seguito di piacere»”.

Poi Socrate assume il φαρμακός, (vox media che è “veleno”, ma anche “rimedio”) e si lascia andare seguendo il corso dello stesso, come suggeritogli da chi glielo porta: cammina e, non appena sente le gambe intorpidirsi, si sdraia e aspetta il progressivo scemare delle sue forze vitali… abbandona il suo corpo, per liberare l’anima. Ma poi, le sue ultime parole: rendere grazie ad Asclepio, che ha saputo donare il rimedio stesso, che gli ha reso lieve il passaggio… Quante vite, oggi, grazie alla terapia palliativa, sono implicitamente grate alla Medicina!

Questo fa riflettere. Su tutte quelle condizioni esistenziali, quelle situazioni limite, in cui il corpo viene meno, in cui vi si deve rinunciare, quale ponte tra noi e l’esterno. È ancora possibile reperire un Senso a quelle vite costrette dalle malattie più invalidanti, dalle prognosi più infauste? Io penso di sì, nonostante sia qui ad encomiare l’importanza di un corpo che mi permette di essere anche ciò che sono…

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Aisthesis

La Memoria

Non esiste separazione definitiva sinché esiste il ricordo” (Isabel Allende)

La nostra memoria è un mondo più perfetto dell’universo: restituisce la vita a coloro che non esistono più” (Guy de Maupassant)

È risaputo quanto Magritte amasse disorientare lo spettatore con le sue opere. In fondo il surrealismo è anche questo: declinazione e concrezione di thauma – fonte da cui il pensiero trae movimento – ovvero destabilizzazione, spaesamento, angosciante stupore, oltre che semplice meraviglia. Ed effettivamente, con la sua rappresentazione della memoria, il pittore belga genera tutto ciò nel fruitore dell’opera. Inevitabile domandarsi il perché dell’associazione tra la testa decollata di una bellezza classica e il sangue che la imbratta. Ma Renè Magritte non ci offre interpretazioni rassicuranti, anzi, sceglie di dire ciò che il dipinto non è, quasi volesse – attraverso questa ermeneutica apofatica – indurre lo spettatore a riflessioni proprie.

Che cos’è, dunque, per me la memoria? È il solo mezzo in mio possesso per continuare a ridestare, a tenere vivi determinati ricordi. Soprattutto determinate persone. È un qualcosa di prezioso, che voglio custodire e coltivare. Attraverso la memoria, possiamo ad esempio continuare a rievocare, a riportare tra noi, i cari che non ci sono più. Rammentare (da readmentàre, “riportare indietro nella mente”, “ricondurre alla mente”) e ricordare (da re, “indietro” e cor, “cuore”, quindi “riportare al cuore”) sono gli atti attraverso cui possiamo ridestare ciò che non è più. Penso che questa capacità di “tenere in vita” sia, ad esempio, rappresentata dalla rosa e dal verde delle sue foglie, nel dipinto di Magritte… La memoria, dunque, ridà linfa, inverdisce ciò che è sopito. È la capacità di tramandare vita, nella sua singolarità, nella sua irripetibilità. Inevitabilmente, ricordare è raccontare. Gabriel Garcia Marquez affermava difatti che

la vita non è ciò che viviamo, ma ciò che ricordiamo e come lo ricordiamo”.

Nel momento in cui narro dei ricordi, modifico dunque i ricordi stessi. Spesso ci sarà capitato di tornare su un vissuto del passato e di accorgerci, nel narrarlo, di scorgervi nuovi significati, di averlo ricollocato all’interno della nostra mente e, quindi, della nostra esistenza. Non si tratta di mistificare ciò che è stato, né di edulcorarlo – anche se spesso il ricordo ha questa capacità –, bensì di risignificarlo.

La memoria consente inoltre di ovviare a ciò che in molti temiamo: l’oblio.

La mia memoria sarebbe stata inghiottita dal nulla. Le mie parole, la mia coscienza, tutto quello che era mio, giù nel pozzo nero dell’oblio. Erano destinati a sparire anche le case, le strade, la totalità degli esseri viventi, il nostro pianeta, il sole, la luna, le stelle, l’universo intero. Scagliai lontano il sasso bianco neanche fosse stata una strega: mi aveva iniettato un’angoscia che sarebbe durata tutta la breve vita che un destino indifferente mi aveva concesso”. (Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà)

Un pensiero che scatena la mia angoscia è proprio quello così ben descritto da queste parole: se un giorno dovesse sparire anche l’ultimo uomo sulla faccia della Terra, se la Terra stessa non fosse più, dove andrebbero a finire le nostre memorie? Chi o che cosa custodirebbe l’unicità delle nostre singole esistenze? Ecco che il pensiero del Nulla incombe… ma mi consolo pensando a ciò che posso nel qui ed ora che ancora mi è garantito: ricordare. Restituire vita, ripotare al cuore e alla mente ciò che non è più, ma che ancora mi appartiene.

E poi la memoria di me. Ovviamente un altro pensiero che mi lascia al cospetto del thauma come angosciante stupore è quello relativo alla possibilità che possa perdere la memoria, per accidente o per una delle tremende malattie neurodegenerative cui l’essere umano è soggetto. La perdita dei miei ricordi, sarebbe la fine della mia individualità, sarebbe perdere una parte costitutiva della mia esistenza, essendo costrizione del Leib a mero Körper. Ma questa eventualità non è passibile di controllo da parte mia, se non nei limiti della speranza – per quanto egoistica – che gli altri si ricordino di me.

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Riflessioni

L’incompletezza

C’è tutto un periodo di preparazione per venire al mondo, sia nel corpo della madre che in quello del figlio che ella porta in grembo. Così è per la morte: c’è tutto un lavorio che ci prepara a dipartire da questa vita. La Natura ci attrezza, sia per arrivare che per andare”[1]

[1] Da un dialogo realmente avvenuto

Questo testo ha un significato particolare per me. Mi ha accompagnato in un momento di commiato definitivo, mentre assistevo al compimento di un’esistenza fondamentale anche per la mia. E ora ritorna…

Nel 1997 Salvatore Veca scriveva Dell’Incertezza, testo in cui fondamentalmente venivano poste delle domande di ordine teorico su ciò che è: domande sulla verità e sul significato, sulla giustizia, sul linguaggio e la comunicazione, sulla libertà, sull’identità. L’idea di incompletezza cerca di dare risposte a quelle domande, dopo una lunga riflessione da parte dell’Autore. Il lavoro è articolato, come dice il sottotitolo, in quattro lezioni, rispettivamente sul valore, sulla giustificazione, sull’interpretazione e sulla dimostrazione.

Utilizzando la classica forma della lectio, Veca argomenta intorno a ciò cui è arrivato riflettendo sul concetto di incertezza:

qual è la natura delle teorie con cui rispondiamo all’incertezza?”.

La natura è appunto l’incompletezza: ogni teoria è insatura, per Veca, contenente i propri limiti, che devono essere vissuti come opportunità. La ricerca filosofica e così quella scientifica sono, per l’Autore, occasione di ricerca incessante, in cui l’inquietudine dovuta all’insaturazione che il paradigma dell’incompletezza porta con sé, apre al cambiamento e all’inaspettato.

Sebbene la formula della lectio renda di difficile fruizione il testo, l’argomento intorno cui è costruito, l’incompletezza, è di notevole interesse. Esso ingloba tantissimi concetti che postulano la necessità di accettare i limiti della conoscenza: l’incompletezza è ciò che spinge l’uomo, sempre inquieto, a ricercare e a migliorare se stesso oltre che la gnosi fine a stessa. L’inesauribilità della conoscenza va, difatti, di pari passo con l’inesauribilità della Persona, intesa proprio in senso esistenziale: Veca vede il filosofo come colui che è ben conscio dell’impossibilità di definire univocamente e una volta per tutte ciò che sa e che l’uomo è: l’individualità, la singolarità e l’irripetibilità del Singolo, fa da sfondo a ciò che il pensatore afferma.

D’altra parte l’essenza del filosofo è quella del “coltivatore di memorie” e dell’”esploratore di connessioni“: è colui che sa trovare un senso, il Senso, in maniera autonoma e consapevole, guardando a ciò che è stato e proiettandolo nel futuro; è un ermeneuta che costruisce il proprio orizzonte di significato senza attendere che questo gli si manifesti come un dono, dall’esterno, quale concessione eteronoma. Il filosofo padrone della ricchezza dell’incompletezza rifiuta le rassicuranti costruzioni teoriche, che pretendono esaustività e completezza, e predilige il baratro della ricerca incessante: come diceva Jaspers in Psicologia delle visioni del mondo, ogni dottrina è in sé rassicurante, ma bisogna sempre tenerne presente i limiti, accettandoli, proprio perché

ogni edificio troppo compiuto risulta sospetto”.

Ci vuole coraggio, perché non è semplice vivere all’insegna dell’inquietudine derivante dall’incertezza; molto più tranquillizzante è vivere facendo riferimento a quegli involucri, per dirla sempre con Jaspers, caratterizzati dal razionalismo, volti a porre un termine a ciò che, per sua natura, è invece infinito, sempre in movimento, incompleto, per l’appunto: il pensiero. Ogni razionalismo, ogni dottrina è riduzionistica quando assurge ad un’esaustiva e completa spiegazione dello stato delle cose. Mentre, lo abbiamo visto, è l’incertezza a contraddistinguere ogni tentativo di spiegare lo stato delle cose, dice l’Autore de Dell’incertezza. Come sottolinea Veca nella prima lezione sul valore, è filosofico mettere in discussione ciò che è ricevuto come edificio teorico e visto solo come tale. I limiti e le differenze consentono di cogliere nuovi orizzonti di senso, nuovi significati, sia nella filosofia che nella scienza; coltivare memorie è proprio questo: dare una “fisionomia non già data” allo stato delle cose.

Alla fine di una lettura ostica, quasi persa e affaticata dal tentativo di seguire Veca nella trattazione di Gödel, mi sono imbattuta in una sorpresa, per cui ho pensato che valesse la pena non lasciare incompleto (per quanto potesse essere coerente con l’intento dell’Autore) il libro: la disquisizione sull’attesa, uno degli exempla cui attinge il coltivatore di memorie incarnato dall’Autore. Noi possiamo, difatti, sperimentare sulla nostra pelle l’incompletezza perché siamo per definizione degli esseri finiti nel tempo: sembra una contraddizione in termini, in realtà è ciò che definisce l’esistere, ossia un’attesa e una tensione continua alla completezza. Come dice Jankélévitch, la vita di un uomo è completa solo agli occhi di coloro che rimangono; il singolo, che diparte, rinuncia a conoscere la parola “fine” della sua esistenza. Il tempo dell’attesa, dunque, esprime per Veca

l’intervallo nelle nostre vite che per noi ha valore”,

in altre parole designa ciò che conta, che dà significato, negativo o positivo che sia, al vivere, che – alla fine – è un vivere insaturo per l’Autore, proprio in virtù della Finitudine che lo caratterizza, com’è testimoniato dall’attesa stessa. E questa è strettamente congiunta al desiderio e alla mancanza, di cui è figlio Amore (assieme all’abbondanza, che è, tuttavia, anche saturazione e appagamento), per ricordare la genealogia platonica di quel sentimento che vivifica i nostri giorni. Veca, a tale proposito, fa una distinzione molto interessante tra desideri categorici o incondizionati e desideri ipotetici o condizionati: i primi definiscono il nostro desiderio di qualcosa, a prescindere dalla continuazione della vita, è il desiderio di futuro, che ci fa sentire il bisogno di vivere, per cui la nostra durata nel tempo non è altro che uno strumento per diventare ciò che desideriamo essere, quindi funzionale alla realizzazione del nostro progetto esistenziale; i desideri ipotetici, invece, ci sono per il solo fatto che continuiamo a vivere e le cose desiderate non sono altro che strumenti per protrarre la nostra durata nel tempo, mezzi per il fine che è la continuazione della vita stessa. Per Veca ciò che caratterizza l’attesa è il valore o disvalore che le diamo e questi sono chiamati in causa dai desideri categorici e non dagli ipotetici; insomma

perché il tempo dell’attesa generi per noi un’esperienza di valore o disvalore, dobbiamo presupporre che la condizione di avere desideri categorici sia soddisfatta […] ciò equivale a sostenere che il sé prova la propria essenziale incompletezza, la propria insaturazione nel tempo”

Per questo una vita senza termine, l’immortalità dell’Affaire Makropulos citata come esempio dall’Autore, è da rifiutare, è indesiderabile: non basta permanere in vita per definirne la qualità. E qui si aprirebbero miriadi di riflessioni di carattere bioetico a riguardo. Rimanendo sul testo, la speranza e la paura, ossia quelle passioni di incertezza di cui parlava Spinoza, sono testimonianza della qualità della vita e della sua intrinseca incompletezza: noi non siamo pazienti morali, dice Veca, non possiamo accontentarci dei soli desideri ipotetici, bensì siamo agenti morali, individui che progettano, che hanno fini. Insomma, il Nostro conclude postulando una riformulazione di ciò che si può intendere per dignità umana, che si regge proprio sui suoi due amori, l’incertezza e l’incompletezza, che chiamano in causa il corollario del rispetto dovuto ad ogni essere umano in quanto definito proprio da quelle caratteristiche.

La filosofia può solo indicare il terminus a quo, o direzioni, sentieri, percorsi. Non mete, né terminus ad quem”.

Anche se una vita si sta per compiere, se – al limitare dei nostri giorni – sembra che si compia un cerchio, ecco che sempre incompiuti rimaniamo. Perché ciascuno di noi, in quanto Persona, è inesauribile.

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Counseling Filosofico Riflessioni

La Filosofia zoppica

Il terreno del filosofo è la mobile duna o la savana deglutitrice: o meglio la tolda di una nave trascinata dalla tempesta: è il «bateau ivre» delle 12 dissonanze umane, sul cui ponte, e non che osservare e riferire, è difficile reggersi. Questa nave viaggia mari strani e diversi: ed ora la stella è termine di riferimento, ed ora, nella buia notte, il «metodo» non potrà riferirsi alla stella. Mobile è il riferimento conoscitivo iniziale; diverso, continuamente diverso, il processo”. (C. E. Gadda, Meditazione milanese)

L’altro giorno una persona con cui sono entrata in contatto di recente, mi ha chiesto se non avessi paura di “consigliare” le persone svolgendo la mia professione. Ho cercato subito di capire cosa le facesse pensare che io consigli i miei consultanti, e la sua risposta è stata “tu sei una counselor, quindi immagino che tu faccia questo: dare consigli”. Armandomi di pazienza, le ho spiegato che faccio tutt’altro rispetto al consigliare, ossia aiuto le persone a trovare da sé i propri “consigli”, la loro verità interiore rispetto alle problematiche che, nel quotidiano, la vita ci pone davanti. Certo che avrei, dunque, paura di consigliare perché non è questo che posso – né voglio – fare.

Sicuramente il preconcetto sulla mia professione era legittimo da parte dell’interlocutrice che ha destato in me queste considerazioni, visto che in inglese “counseling” vuol dire appunto “consigliare”, “consultare”.

Ma il Counseling Filosofico si distingue anche per il significato che sceglie per questo termine, mutuato da una delle accezioni intransitive del verbo latino “consulĕre” da cui la parola “counseling” deriva, ovvero: “aver cura di”, “darsi pensiero”, “venire in aiuto”, “curare”.

Se il mio compito consistesse nel consigliare, vorrebbe dire che chi viene da me spera di trovare direttive, indicazioni e suggerimenti tecnici per uscire dal problema, come fossi su un piedistallo in qualità di “esperta”. Invece, partendo e incarnando il presupposto socratico, io so di non sapere; quindi, come potrei offrire soluzioni o risposte? Io non faccio che accompagnare la persona, mi metto accanto a lei: intentiamo assieme la ricerca della soluzione che è già dentro di lei, ma che ora non vede poiché immersa dell’obnubilamento della situazione problematica in cui si trova. Insomma, consultante e counselor viaggiano assieme e, sicuramente, il counselor filosofico non direziona la ricerca, ma facilita, catalizza, procede accanto al cliente. Non gli dice mai cosa fare né cosa pensare, ma lo aiuta a tirar fuori – maieuticamente – le sue risposte. Non segue un metodo, anzi, questo – se proprio vogliamo contemplarlo – è da intendersi nel senso del suo etimo: meta-odos, ovvero “via da seguire”. Ma la via non è predeterminata, bensì è quella su cui la persona in difficoltà esistenziale conduce il counselor filosofico stesso, permettendogli di accedere alla sua personale visione del mondo. In punta di piedi, questi ha la possibilità di entrarvi, di contemplarla, cercando di farlo con lo stesso sguardo del consultante, accogliendolo empaticamente e ascoltandolo attivamente; lo aiuta a vederne le ramificazioni, i bivi, le crepe e gli ostacoli che la costellano attraverso l’arte del domandare. Quindi io faccio tante domande, cosa ben diversa e antitetica rispetto al fornire risposte o dispensare consigli. Ogni tanto può capitare che qualcuno chieda di averne, ma si cerca sempre di ovviare ponendo, appunto, altre domande, al fine di aiutare il singolo ad essere autonomo e consapevole nel viaggio all’interno della sua Weltanschauung, favorendo la sua tensione ad una percezione di congruenza verso se stesso, all’Autenticità.

La Filosofia che fonda questa professione non è, dunque, un bagaglio inesauribile cui attingere pillole da somministrare alla persona che si rivolge al counselor filosofico, bensì quella Filosofia consapevole della sua natura originaria, dei suoi limiti, tesa più al comprendere che allo spiegare, come Dilthey e Jaspers ci rammentano; una Filosofia che zoppica, che procede incerta e sempre pronta a rivedere le risposte cui giunge. Maurice Merleau- Ponty ben esprime tale caratteristica della Filosofia:

È inutile contestare che la filosofia zoppica. Essa abita la vita e la storia, ma vorrebbe situarsene al centro, nel punto in cui esse si configurano come evento, come senso nascente. La filosofia ha a noia il già costituito. Come espressione essa si compie solo rinunciando a coincidere con ciò che è espresso; piuttosto se ne allontana per vederne il senso. È l’utopia di un possesso a distanza.” (Elogio della filosofia)

Il Filosofo è zoppo, così come Socrate – figura cui il counselor filosofico si ispira inevitabilmente – è atopos, come ci ricorda Pierre Hadot: atipico, fuori luogo, non incasellabile … alla maniera della Filosofia che incarna:

E così quando gli altri uomini amano Socrate-Eros, quando amano l’amore rivelato da Socrate, ciò che amano in Socrate è quest’aspirazione, questo amore di Socrate per la bellezza e la perfezione dell’essere. Trovano dunque in Socrate il cammino verso la propria perfezione”

Anche Eros, come Socrate l’ironico, non insegna nulla, poiché è ignorante: non aumenta il sapere dell’uomo, ma rende quest’ultimo diverso. È anch’egli maieutica. Aiuta le anime a generare se stesse”.

Nulla da consigliare, insomma; nulla da insegnare. Solo accompagnare, appunto, nel cammino verso la perfezione (la quale è, soprattutto, un tèlos, ascrivibile all’Autenticità) e aiutare le anime a partorire se stesse (consapevolezza).

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Counseling Filosofico Libri

La questione del nome

“Di sicuro esiste una medicina per l’anima: la filosofia. Il suo intervento non si deve richiedere dall’esterno, come avviene per le malattie del corpo, e si devono impiegare tutti i mezzi e tutte le forze per metterci in condizione di curarci da soli” (Martha Nussbaum, Terapia del desiderio)

Quando mi chiedono che lavoro faccia, alla risposta “il counselor filosofico”, le espressioni parlano chiaro: disappunto, stupore, incredulità, incomprensione …. Alla fine esplicito: “sono un filosofo pratico”.

È davvero un peccato si debba sempre precisare come la Filosofia possa essere utile per la vita di ciascuno di noi, poiché il senso comune è convinto che essa non serva a nulla. Il pregiudizio su quello che, in realtà, è prerogativa di tutti è davvero uno dei grandi ostacoli che incontro nel mio intento di portare avanti ciò in cui credo. Bisognerebbe connotare nuovamente il significato di “filosofia”, che è amore per il sapere, ricerca incessante, domanda, costantemente tesa al reperimento della conoscenza di e del Senso che anima le nostre esistenze.

Il Counseling Filosofico arriva in Italia alla fine degli anni Novanta, su iniziativa di un gruppo eterogeneo di studiosi che colse tutta la potenzialità dell’intuizione di Gerd Achenbach, cui dobbiamo il ripristino della vocazione originaria della Filosofia: l’utilità nei confronti della vita. Dopo la laurea (1981), questi fonda la Gesellschaft fur Philosophische Praxis (1982), con l’intento di riportare la Filosofia al suo originario legame con l’Esistenza. Achenbach, difatti, reduce dall’esperienza accademica, era ben consapevole della deriva che – nel sentire comune – la madre di tutti i Saperi aveva subìto, divenendo mera astrazione, fondata su un linguaggio accessibile solo agli addetti ai lavori ed elucubrazione totalmente slegata dalla fattualità della vita. Invece il filosofo tedesco, così come il suo contemporaneo vicino d’oltralpe Pierre Hadot, desiderava rendere nuovamente manifesto quanto la Filosofia nasca dalle domande che l’esistenza di ciascuno di noi ci pone davanti, dai “perché” di cui è costellato il nostro quotidiano, sempre alle prese con questioni di Senso, di ordine morale (fare o non fare, giusto o sbagliato, etc.) e di conoscenza di sé. Rifacendosi all’antica tradizione filosofica ante Medioevo, momento in cui la Filosofia è stata relegata nei chiostri divenendo ancilla theologiae, Achenbach ricongiunge Filosofia ed Esistenza, dando vita alla Philosophische Praxis, col fine di far uscire la Filosofia dal “ghetto accademico” in cui era stata confinata. La Filosofia appartiene a ed è propria di ciascun essere vivente perché ogni individuo è dotato di pensiero e manifesta l’esigenza di un meta-pensiero (o “secondo pensare”, come lo definisce Achenbach), caratteristica che ci distingue – ad esempio – dagli animali che agiscono in base all’istinto, nel qui ed ora.

L’esigenza di un ritorno a una Filosofia Pratica, viva, è anche dettata – a parere di Achenbach, così come sancito a livello mondiale da Lou Marinoff (Platone è meglio del Prozac, 1999) – dalla necessità di rispondere alla tendenza alla medicalizzazione dell’individuo innescata dallo psicologismo imperante nel nostro secolo: ogni problema legato alla psyché, all’anima, è di pertinenza della Psicologia. Freud, i cui primi passi vengono mossi nell’alveo del contesto medico, all’inizio studia l’isteria; poi – imbibito di stimoli filosofici mai esplicitati opportunamente – arriva alla teoria dell’Inconscio da cui ha avuto inizio il successo della psicoanalisi. Ma questa fa comunque leva su una concezione ben precisa del funzionamento psichico, si regge su un modello e su paradigmi dogmatici che lasciano poco spazio agli interrogativi di senso, puntando tutto su una spiegazione causalistica delle caratteristiche devianti del comportamento psichico. Pur essendo grati e riconoscendo il carattere rivoluzionario della scoperta freudiana, non possiamo non rilevare come essa si regga comunque su un pensiero, fortemente legato alla personalità del suo inventore, e foriero di un modello interpretativo della realtà individuale. Ma ci sono cose che non possono rientrare in nessun modello: l’inesauribilità di ciascuno di noi sfugge ad ogni tipo di etichetta e di spiegazione rintracciata mediante il riferimento ad un modello precostituito.

Nella casa di psiche ha preso dimora un ospite inquietante che chiede, con una radicalità finora sconosciuta, il senso dell’esistenza. Gli altri ospiti, che già abitavano la casa, obiettano che la domanda è vecchia quanto il mondo, perché, dal giorno in cui sono nati, gli uomini hanno conosciuto il dolore, la miseria, la malattia, il disgusto, l’infelicità e persino il «disagio della civiltà» a cui prima le pratiche religiose, e poi quelle terapeutiche, con la psicanalisi in prima fila, hanno tentato di porre rimedio. L’ospite inquietante però insiste nel dire che nell’età della tecnica la domanda di senso è radicalmente diversa, perché non è più provocata dal prevalere del dolore sulle gioie della vita, ma dal fatto che la tecnica rimuove ogni senso che non si risolva nella pura funzionalità ed efficienza dei suoi apparati. […] Se nell’età pre-tecnologica la vita e il mondo apparivano privi di senso perché miserevoli, nell’età della tecnica la vita e il mondo appaiono miserevoli perché privi di senso. Di fronte a questa diagnosi, la psicoanalisi rivela tutta la sua impotenza, perché gli strumenti di cui dispone, se sono utilissimi per la comprensione delle dinamiche emotivo-relazionali e per i processi di simbolizzazione, sono inefficaci in ordine al tipo di insensatezza che caratterizza l’età della tecnica. La psicoanalisi, infatti, conosce il non-senso di una vita tormentata dalla sofferenza, ma non la sofferenza determinata dall’irreperibilità di un senso. Qui occorre la pratica filosofica”. (U. Galimberti, La casa di psiche. Dalla psicanalisi alla pratica filosofica).

L’ospite inquietante (la domanda di Senso) può essere accolta opportunamente dalla Filosofia, scevra di modelli interpretativi precostituiti e libera di reperire incessantemente le risposte di cui ogni individuo è portatore: non esistono risposte in assoluto, valide per tutti, ma ciascuno ha le proprie. Indagando – nel dialogo – la visione del mondo delle persone che si avvalgono della Philosophische Praxis, ecco che il filosofo pratico può accompagnarle al reperimento del loro Senso personale.

Soprattutto all’indomani della pubblicazione di Platone è meglio del Prozac, l’attenzione mediatica accende i riflettori su un nuovo (e assieme antico) modo di intendere la Filosofia: non più “aria fritta”, bensì catalizzatrice della verità individuale cui ogni singolo essere pensante tende e custodisce. Questa novità si diffonde in tutto il mondo: dall’America al Nord Europa, da Israele alla Francia, arriva in Italia appunto alla fine degli anni Novanta. Se nelle altre nazioni il ruolo della Filosofia Pratica è ben connotato, nel nostro Paese lo scenario si complica. Dopo qualche anno, infatti, dalla costituzione dell’AICF (Associazione Italiana Counseling Filosofico, citata anche alla fine del libro di Marinoff quale punto di riferimento italiano per la professione), si apre una questione sul nome, che è in realtà una questione relativa all’essenza stessa della professione: aiutare o condurre alla saggezza? Counseling Filosofico o Consulenza Filosofica?

Senza entrare nel merito delle realtà associative che propugnano l’uno o l’altro punto di vista, possiamo dire che il contesto in cui siamo crea spaccature all’interno di un mondo che dovrebbe rimanere coeso: siamo pochi e tutti crediamo nelle potenzialità pratiche della Filosofia. Questo è ciò che conta e dovrebbe essere la leva su cui poggiare il nostro sforzo.

Achenbach scelse l’espressione Philosophische Praxis perché, in tedesco, quest’ultimo termine indica lo “studio”, il luogo fisico in cui opera il filosofo come professionista, come nell’inglese “practice”. “Praxis”, invece, è stato tradotto in alcuni casi come “pratica”, il che va bene – dato il fine cui tende la Filosofia (ossia essere viva e utile per l’esistenza), ma a scapito della sfumatura di dignità professionale che il tedesco le conferiva. In italiano, poi, l’etichetta di Achenbach è stata tradotta come “consulenza filosofica”, ma essa rimanda al misunderstanding cui è andato incontro il nostro Paese, in cui con “consulenza filosofica” andiamo a connotare un tipo di professione che il filosofo svolge non tanto per aiutare il cliente, quanto per portarlo alla consapevolezza del proprio pensiero, per soddisfare esigenze expertise su domande che si pone e, in certi casi, a fornire le risposte che da un esperto ci si aspetta… ha valore consulenziale appunto. Il termine “Counseling filosofico”, invece, riporta all’intenzione di Achenbach: aiutare la persona a fronteggiare un problema esistenziale in cui è immerso. Tuttavia, se teniamo conto che anche la chiarificazione e la contezza conseguita – tramite il processo dialogico – del proprio modo di pensare può portare all’uscita dal problema in cui si rimane imbrigliati, ecco che la questione del nome viene meno. Le professioni del counselor e del consulente filosofico si fondono. È possibile che capiti.

La questione del nome, infine, è complicata ulteriormente dal rapporto conflittuale con la psicologia, che spesso inveisce contro il counseling (di impostazione psicologica) tacciandolo di abuso di professione. E a ragione avviene questo poiché spesso chi consegue nel nostro paese il titolo di counselor non ha seguito un opportuno iter formativo, che dovrebbe prevedere un percorso post laurea, sulla base di determinati requisiti, tirocinio e training individuali … Il counseling “selvaggio” (come lo definisce il professor Lodovico Berra, colui cui dobbiamo l’arrivo in Italia di questa nuova opportunità per la Filosofia) è fonte di problemi non solo per la psicologia, ma anche per il Counseling Filosofico stesso. Spesso viene voglia di trovare un altro nome, ma verrebbe meno il fulcro di questa vocazione: l’aiutare l’altro. Il Counseling Filosofico è di una natura totalmente altra rispetto agli altri counseling, di impostazione psicologica. Esso, difatti, è “filosofico”, ossia punta su una concezione ben precisa di Filosofia, quella stessa accezione da cui Achenbach parte per fondare la sua Philosophische Praxis.

Ma allora, perché non ci chiamiamo semplicemente “filosofi”? O “filosofi pratici”? Perché, purtroppo, tale termine è ancora legato al pregiudizio descritto dal padre di questa nuova disciplina. Sta a ciascuno di noi, che crediamo in questa prospettiva, spiegare e divulgare cosa sia veramente la Filosofia. Se ce la facessimo, allora potremmo semplicemente dirci “filosofi”.

Sono passati quasi quarant’anni dalla nascita di questo nuovo ruolo professionale; personalmente penso che, per quanto Achenbach abbia avuto le sue ragioni nel criticare la filosofia accademica e la psicologia, ora si possa e si debba ammettere che il Counseling Filosofico non possa prescindere da nessuna delle due: dalla prima può difatti trarre fondamentali spunti per aiutare il consultante ad ampliare la sua visione del mondo (sempre senza inculcare nulla o imporre l’auctoritas), con la seconda può poi stabilire un fruttuoso confronto ponendosi come sinergica, al fine di rispettare l’intento di mettere al centro la Persona nel processo di cura cui decide di sottoporsi (quindi lavorando in rete e mettendo al servizio del cliente tutti gli strumenti di cui ogni professionista, filosofo o psicologo, disponga).