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Riflessioni

La pandemia come crisi esistenziale

“Mentre l’animale può anche non conoscere se stesso perché la sua vita è regolata dall’istinto, l’uomo, privo com’è di istinti, come ci ricorda Platone, è delegato alla cura di sé. La carenza istintuale, infatti, se da un lato svincola l’uomo da qualsiasi comportamento codificato, dall’altro lo libera in quello scenario possibile dove, se vuole evitare di perdere la propria vita prima ancora che giunga la morte, deve reperire la propria misura. […] Creatura in eccesso, l’uomo è già oltre il limite fin dal primo momento della sua nascita, per cui suo compito non è tanto quello di infrangere i limiti, quanto di darseli, per dar forma alla sua vita e reperire il suo volto”. (U. Galimberti, La casa di psiche. Dalla psicanalisi alla pratica filosofica).

Probabilmente non ce ne siamo accorti, ma da due anni abbondanti stiamo attraversando una landa desolata dell’esistenza. La pandemia è la nuova cornice delle nostre vite, pervase ora da angoscia, inquietudine, e menomazioni della nostra libertà. Non l’abbiamo scelta, vi siamo stati gettati, heideggerianamente parlando. La cosa triste è constatare come sempre più persone si stiano abituando a queste coordinate, abbandonandosi al regno del Man, in cui si deve fare così…L’uniformità gregaria ha trionfato, facendoci seguire ciecamente dettami altrui, propinati a fin di bene. La libertà è un’illusione, perché concessa, perché guadagnata attraverso la conformazione a quel “si deve fare così” impostoci dalle istituzioni.

Lungi dalla polemica, ciò che mi preme in questa sede è interrogarci sul concetto di Limite. Dalla citazione del filosofo Umberto Galimberti, si evince il suo potere. Il Limite è una cifra esistenziale, ossia un elemento che caratterizza l’esistenza ab origine, poiché nasciamo finiti, dotati di una scadenza interna che, nello scorrere del quotidiano, tendiamo a rimuovere per vivere il più serenamente possibile.

I tempi in cui viviamo da ormai più di due anni ci hanno, invece, imposto il confronto con questo dato di fatto, con la cifra per eccellenza: la Finitudine. La pandemia del Covid19 ci fa toccare con mano la gettatezza in cui siamo, che proviamo a negare, ma le ricadute sono inevitabili: la nostra vita è cambiata, è stata limitata nella libertà da direttive che dobbiamo seguire, scandita da DPCM che si avvicendano l’un l’altro; la precarietà dell’esistenza si tocca con mano, nelle morti di persone care, nella malattia che ci tange, nel fatto che sia aumentata statisticamente la possibilità di morire; le nostre relazioni, il nostro modo di vivere il mondo, è mutato, obbligandoci prima all’isolamento, poi a contatti contingentati, pur sempre contatto, è vero, ma oppresso dall’alone della paura, del rischio, dell’angoscia di ammalarsi

Come fare a non vedere questo Limite che ci connota? Non possiamo più ignorarlo.

È tremendamente difficile essere quelli di prima, vivere cercando di non vedere tale ostacolo intrinseco. Sempre più persone stanno male, provate dalle nuove condizioni di vita: studenti in DAD che perdono il contatto con i pari, madri lavoratrici che cercano di tenersi assieme, di continuare a ricoprire i vari ruoli cui sono chiamate dalla società, anziani sempre più isolati, persone che perdono il lavoro, crisi economiche, matrimoniali, sociali, etc. La pandemia ha pervaso le nostre esistenze, anche in assenza di contagio. Il mondo è mutato. Conviviamo ormai con un’inquietudine perenne, come in apnea. Stiamo, insomma, tutti vivendo una crisi esistenziale senza rendercene conto a volte.

La crisi esistenziale emerge proprio al cospetto delle situazioni-limite, ossia – come ci ricorda Karl Jaspers – quegli eventi che ci gettano al cospetto della necessità (dolore, sofferenza, malattia, morte), che stoicamente non sono sotto il nostro controllo e che, come tali, sconquassano la nostra esistenza, facendoci assaporare amaramente il limite della nostra libertà.

Eppure qualcosa si può sempre fare. Come indicato nella citazione in esergo, al cospetto del Limite possiamo o perderci o ritrovarci, o obliarci o scoprirci. L’inquietudine che deriva deve essere ascoltata, perché ci pone delle domande fondamentali: cosa possa fare? Cosa posso sperare? Chi sono io? gli eterni interrogativi. Quando sembra che la nostra esistenza ci sfugga di mano, ecco che invece possiamo trovare dentro di noi le risposte a quei quesiti, utili per comprendersi e conoscersi meglio, per capire se abbiamo vissuto sino a quel momento una vita congruente, indagando se le nostre azioni siano coerenti ai nostri pensieri. Quindi la crisi esistenziale non deve essere temuta, bensì vissuta come occasione. Per ricostruire, bisogna abbattere. Per rinascere, bisogna morire.

In questo periodo ci sentiamo soli; la pandemia ha esasperato ciò che già sappiamo, ma che fatichiamo ad accettare: non possiamo delegare a nessuno altro il nostro fardello. Nessuno può ammalarsi, soffrire o morire al nostro posto. Spetta a noi. Eppure anche la solitudine è un’opportunità: per stare con se stessi, cercare di guardarsi, non più distratti da ciò che ci fa rimandare l’appuntamento con noi stessi. La cura di sé passa anche attraverso questo, il confronto con se medesimi al cospetto del Limite. Questo ci insegna quanto sia opportuno avere consapevolezza dei propri limiti, o darseli se non li abbiamo o abbiamo fatto finta che non ci fossero. Questo periodo catalizza tale processo interiore, e può essere vissuto come occasione di autenticità, di scelta di sé fondata attraverso la messa in discussione – causata, in questo caso, da circostanze esterne (il Covid19) – di tutto quello che, sino a quel momento, ha caratterizzato la nostra esistenza.

È fisiologico avere paura. Essa nasce come sentimento primordiale, che ci mette in guardia di fronte al pericolo. Per cui va sempre ascoltata perché, quando proviamo paura, sono in gioco la nostra stessa sopravvivenza e incolumità. È sì un retaggio animale, una reazione istintuale, ma va risignificata, proprio perché – a differenza degli animali – siamo dotati di capacità riflessiva e di meta-pensiero, ossia della tendenza a interrogarci sul nostro stesso pensiero.

Ecco perché siamo “creature in eccesso”, come dice Galimberti riprendendo probabilmente il pensiero di Pico della Mirandola, il filosofo che connota l’uomo come microcosmo, capace di scadere nel bruto così come di elevarsi sino agli angeli. Come un funambolo, l’uomo è dotato della possibilità di oscillare tra una condizione e l’altra: abbassarsi sino a nullificarsi o ascendere sino a trascendersi. Alla base c’è sempre una scelta, fondata su quella stessa libertà che ci permetterà di leggere, ad esempio, la situazione-limite pandemica come occasione o come inaggirabile ostacolo. Possiamo scegliere.

 

 

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Aisthesis Riconoscimento

Un incantevole talento

«Il genio è il talento (dono naturale) che dà la regola all’arte» (Immanuel Kant)

Come ogni anno, durante le Feste natalizie, mi tocca il film Disney. A sto giro è stata la volta di Encanto. Un tripudio di colori, di note e di sfaccettature dell’animo umano. Un film sul talento – tema manifesto sin dall’inizio –, ma anche sull’autenticità, tema sotteso e cornice dell’intera narrazione.

Partiamo da quello dichiarato e chiediamoci socraticamente “Che cos’è il talento?”.

Generalmente si pensa che sia legato all’espressione artistica, come l’essere naturalmente inclini a qualcosa; una predisposizione naturale e una sorta di dono. È vero, il talento è anche questo, quindi qualcosa di evidente, che si manifesta in qualcosa di concreto, di tangibile; una dote, poi, visibile sin dai primi anni di vita. Spesso, difatti, la parola “talento” è accompagnata a quella di “genio”. Questo termine deriva dal greco γίγνομαι, che vuol dire sì “nascere” – confermando il carattere innato del genio – ma anche “generare”, “accadere” e “divenire”, suggerendo quindi come la genialità possa essere ricercata, scatenata da accadimenti o semplicemente manifestarsi col tempo. Ergo, penso che il talento possa essere perseguito da ciascuno di noi, intuìto e nutrito attraverso una profonda ricerca interiore, sfatando il comune sentimento che ne fa una mera dote riservata a pochi eletti, corredati ab origine di questa magica capacità. Vi sono, dunque, talenti nascosti, che vengono scoperti nel corso dell’esistenza. Proprio come avviene alla protagonista di questo variopinto film: Mirabel Madrigal.

Cercando di non spoilerare, la storia della giovane protagonista è la ricerca di sé e del proprio talento, all’interno di una famiglia portatrice della prima accezione di “talento”: tutti sono nati con un talento particolare, magico per di più. Tutti tranne Mirabel. Ella è, quindi, la pecora nera della stirpe Madrigal, sorta da un miracolo e che, da questo miracolo, trae forza e potere. Tutti i Madrigal hanno un talento speciale, ossia un dono naturale, che amplifica, conferma e mantiene intatta la magia di questa stirpe prodigiosa. Tutti, ad eccezione della protagonista, da sempre tollerata, guardata con commiserazione dai familiari, che la percepiscono come “diversa”, in quanto non dotata. Eppure il talento di questa ragazza gioiosa appare sin da subito allo spettatore attento: la sua capacità di incoraggiare il nipotino pavido (Antonio); di ascoltare le preoccupazioni della sorella forzuta (Luisa) che riesce a reggere tutto tranne il peso della responsabilità; di stimolare in quella perfetta (Isabela) il desiderio di imperfezione; di accogliere il dolore della scelta dello zio Bruno di mettersi da parte per un bene più grande…L’ascolto e la capacità di accogliere il dolore altrui è la forza di Mirabel, il suo dono, che la rendono geniale nella capacità di dare “regola alla famiglia”. Ad una famiglia che, rettasi sul dover essere della nonna – Abuela – pian piano riesce a dare voce ad un’armonia autentica liberando dai costrutti pregressi, imposti dalla vecchia fondatrice della “casìta”, creando delle fondamenta nuove, su nuovi valori, liberamente scelti.

Mirabel Madrigal è una piccola levatrice, che genera vita rinnovata e autenticamente scelta. Libera tutti dalle costrizioni e ridà vita alla vera magia: quella di scoprirsi sul serio famiglia, in cui ogni membro è fondamentale per l’altro, consapevole del fardello che ciascuno porta con sé. È una disvelatrice di verità, spesso dolorose, ma anche occasione per vivere radicati nella propria esistenza. Mirabel ha il talento, spesso sottovalutato, della “persona-collante”.

Diverse volte nelle famiglie, nelle relazioni in generale, le persone-collante sono messe da parte, rese capro espiatorio, ritenute deboli, travisate, evitate. Esse sono, invece, il perno su cui si regge la famiglia stessa, il fulcro della relazione medesima. Questo talento non è da tutti e, una volta riconosciuto, va coltivato, nutrito e messo al servizio degli altri. Abbiamo bisogno di persone in grado di seminare connessioni, di tirar fuori la verità, di farci vedere per quello che veramente siamo. Non sempre – come la nonna di Mirabel all’inizio – siamo disponibili ad ascoltarle. Ma se lo facciamo, possiamo guadagnare noi stessi e il legame con gli altri. Ci vuole talento anche per questo: per tenere assieme. Essere collante. Non si tratta solo di talento artistico, che si esplica in un’opera concreta, tangibile. L’arte, d’altra parte, è ponte tra l’interiorità dell’artista e l’esteriorità del fruitore dell’opera. E ditemi se non è talento anche la capacità di tenere assieme le persone, di mantenere i legami, risignificarli e renderli manifesti, di creare “casa”.

Tutto questo discorso è inscritto nella cornice del macro-tema dell’autenticità, si diceva all’inizio.

La nonna Abuela instilla in ogni Madrigal l’imperativo del “rendi fiera la tua famiglia!”. Nonostante la mancanza (apparente) di un talento, Mirabel si alza ogni mattino cercando di realizzare questo diktat e lavora, costantemente, per non deludere le attese dell’anziana che regge le redini della famiglia e che custodisce la magia. Così tutti i personaggi: nonostante il talento li appesantisca, impedendo loro di esprimersi a prescindere da quello e oltre quello, scelgono di rigare dritto e di non disattendere alle direttive della matriarca. Sino a quando Maribel non dà loro la possibilità di esprimere lo scontento e il senso di mancata realizzazione che li inabita, attraverso le doti relazionali che abbiamo descritto. Le canzoni che ciascuno di loro intona – al cospetto della socratica Maribel – sono delle vere e proprie confessioni di mancato riconoscimento, di presa di coscienza di uno stato di inautenticità in cui, sino a quel momento, hanno portato avanti le loro esistenze. Luisa sente un “crac”: il dubbio si fa strada in lei e si chiede “e se non ce la farò?”; ma non può non farcela, perché Abuela conta sulla sua forza titanica; la perfetta Isabela, che ha il dono di creare fiori profumosi e delicati, lascia emergere il coraggio di creare qualcosa con le “spine”, finalmente rispondendo alla domanda “e se seguissi il mio cuore non temendo alcun errore?”. La paura dell’imperfezione lascia il passo al suo desiderio di esprimersi completamente, luce e ombra: dismette la via del necessario – il “così si fa” della nonna – per la strada della libertà. Sono, insomma, esempi di come queste persone, sedicenti parte di una famiglia, hanno seguito ciecamente, in maniera gregaria, un ideale non proprio, bensì altrui. Hanno perseguito un dover essere che poi non è, per non rovinare le apparenze, per non intaccare la magia su cui un intero paese conta: hanno ascoltato la regola di Abuela. Quella stessa donna che ha insegnato loro a “non nominare Bruno”, il visionario figlio che aveva vaticinato la possibilità della fine della magia Madrigal e che, per questo, è stato messo al bando, in quanto scomodo. Il paradosso è che Abuela stessa non ha talento, esattamente come la nipote pecora nera e foriera – per lei – della distruzione della stirpe. Alla fine l’encanto di Mirabel tocca anche la nonna e tutto torna al suo posto, in maniera però risignificata, mediante la libera scelta di ogni membro di ricoprire sì il proprio ruolo, ma rispettando anche i propri desideri più reconditi, le proprie fragilità e praticando una sincera tolleranza reciproca. La porta che Mirabel apre in ultimo è quella dell’Autenticità, in cui ogni persona ha la possibilità di essere se stessa, con gli altri. Le “crepe” sono occasione per ricostruire: vanno accolte e dipanate nel loro significato.

“Casa in frantumi, ma questa è un’occasione
Quando hai dei dubbi, mai dire mai, e vai
Questa famiglia è una costellazione
Ognuno è un astro che brilla e splende più che mai

Ma ogni stella prima o poi
Brucia e cessa di guidarvi
Così il talento in voi
Non può più ostacolarvi”.

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Riconoscimento Riflessioni

Compagni di vita e compagni di esistenza

Nel regno del Man, incontriamo tantissime persone. Fa parte del nostro essere-nel-mondo. Prima incontriamo l’Altro e, poi, incontriamo noi stessi, come la vita medesima testimonia al suo esordio: la madre è il primo sguardo che ci riconosce e noi viviamo attraverso lei e le sue cure… Cresciamo e, a un certo punto, scopriamo di esistere a prescindere dall’Altro, prendendo consapevolezza di noi stessi, come ci rammenta Lacan con la celeberrima “fase dello specchio”: ci guardiamo e scopriamo che il corpo davanti a noi ci appartiene e che siamo quello stesso corpo. Tuttavia, constatare ciò non basta, perché il corpo – che è il ponte tra interno ed esterno – ci pone al cospetto di qualcun altro, inevitabilmente.

Nella vita, dunque, incontriamo tante persone, ma spesso – tirando le fila delle proprie relazioni – ci accorgiamo che non tutti questi incontri sono “appropriati”, nel senso che Spinoza dava a questa espressione. Difatti la gran parte delle nostre relazioni è causata da circostanze che esulano dal nostro volere: i genitori ce li ritroviamo, i compagni del quotidiano scolastico idem, così come i parenti, i colleghi di lavoro, i co-gettati nella casa di riposo in cui magari andremo a finire i nostri giorni. Tutti volti non scelti liberamente, ma ritrovati per circostanze fortuite: compagni di vita. Eppure già sappiamo che, tra quelli, qualcuno spiccherà ai nostri occhi e ci accompagnerà nel tempo, divenendo compagno di esistenza. Nella vita, dunque,  incontriamo senza riconoscere o essere riconosciuti, seguendo il Man heideggeriano, assecondando la deiezione del presente foriera di Inautenticità; mentre nell’Esistenza, abbracciamo il futuro assumendo il nostro Essere-per-la-morte e quindi facciamo il salto verso l’Autenticità che ci mette al cospetto di ciò che vogliamo davvero, scegliendo quindi da chi essere accompagnati in questo viaggio. Possiamo (e dobbiamo, forse) scegliere chi coltivare, di chi prenderci Cura, da chi farci tenere la mano nel cammino esistenziale.

Perché, se non scegliamo accuratamente, cadiamo in balìa di quelle passioni tristi di cui parlava proprio Baruch Spinoza. Queste non sono altro che dei limiti del nostro conatus, ossia della nostra energia vitale che ci porta a fiorire, a tendere sempre più verso noi stessi. Le passioni tristi – quali l’odio, l’ira, l’invidia e la paura ad esempio – frenano questo slancio verso la propria realizzazione autentica e sono catalizzati spesso da incontriinopportuni”, ossia da quelle persone che non ci riconoscono, che ci fanno sentire mistificati, o da quelle situazioni che appaiono come inaggirabili, castranti e fonte di dolore.

Il contesto sociale in cui viviamo oggi crea spesso occasione di incontro: chat, social di varia natura offrono la possibilità di incontrare l’altro velocemente, senza difficoltà, ovviando alla presenza fisica. Ma quanti di questi incontri sono “opportuni” nel senso spinoziano? Ben pochi. Non vogliamo asserire che sia sempre così, che sia impossibile incontrare “opportunamente” in rete, perché anzi può capitare, soprattutto se ci si affida a piattaforme in cui vengono condivisi interessi, passioni, lavori simili, etc.; ma è pur sempre raro. Generalmente l’entrare in relazione offerto da internet è foriero di passioni tristi, poiché sempre pregiudicato dalla mancanza di uno scambio in presenza, di un reciproco manifestarsi all’altro e di un dialogo schietto. La tendenza è quella a creare dei legami fittizi, alla ricerca di consenso, di like, o di apprezzamenti per il proprio apparire (pensiamo ai selfie, ad esempio: auto-scatti, consegnati ad un mondo etereo, impalpabile). Le passioni gioiose, invece, emergono quando davvero puoi incontrare l’Altro, in tutta la sua complessità e interezza, garantendo dunque un valido rimedio per contrastare le passioni tristi che, inevitabilmente, emergono dalla vita stessa. L’amicizia autentica, quella fondata sulla scelta dell’altro, garantisce proprio un incremento del tono vitale, diceva Spinoza, per questo va ricercata e nutrita una volta reperita. Ci si coltiva reciprocamente, a testimonianza di quanto sia fondamentale per l’essere umano avere qualcuno accanto, di come non si possa essere delle monadi bastanti a se stesse. E passioni gioiose per eccellenza sono, per il pensatore, l’Amore – che ci fa provare un senso di espansione a noi stessi, aiuta a vivere più pienamente, rendendo il mondo più significativo e facendoci percepire vitali, capaci di agire – e la Gioia, quel sentimento di pienezza, di strabordanza di sé, che ci apre ulteriormente alla vita e ci fa vivere intensamente. Siamo sempre, a detta di Spinoza, al cospetto della scelta circa le passioni da coltivare, in quanto possiamo sempre decidere se sostare in quelle tristi o perseguire quelle felici. Per realizzare queste, ecco l’importanza degli incontri adeguati, che aiutano a strutturare la nostra esistenza in maniera conforme al nostro slancio vitale, a quel conatus che collima col progetto esistenziale che ognuno di noi può realizzare autenticamente. Gli incontri opportuni, sostiene Spinoza, aumentano la capacità di agire, mentre quelli inopportuni ottundono il conatus stesso, rendendoci opachi, spenti, abbandonati alla gettatezza del vivere, passivi. Ne consegue che, mediante l’esercizio della ragione – che dota l’uomo della possibilità di scelta – le passioni possono trasformarsi in affetti, dice Spinoza, rendendoci liberi e in grado di partecipare attivamente alla vita. Gli affetti ci aiutano a definire i nostri confini, a conoscerci meglio, a trovare testimoni di Esistenza. Le passioni tristi sono disgreganti, mentre quelle gioiose uniscono, fondandosi su un sostrato di comune riconoscimento e di aiuto reciproco nel far fiorire l’altro. Quindi, per diventare ciò che siamo, coltiviamo gli incontri opportuni, cercando compagni di esistenza e non meri compagni di vita.

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Riflessioni

Filosofia di Bene: la scelta del nome e del logo

“Filosofia di Bene” è il nome che ho scelto per connotare la mia attività di counselor filosofico. L’idea nasce dal gioco col mio cognome (Dibenedetto), ma soprattutto dall’intento che mi sta a cuore: il Bene delle persone. Che cosa è il Bene cui cerco di accompagnare le persone che mi si rivolgono? Diventare ciò che si è, proprio come esprime la frase delle Enneadi di Plotino citata nella Homepage di questo sito.

Penso che oggi il concetto di Bene sia declinato soprattutto come “benessere”. E non ci sarebbe nulla di male in questo se non fosse che, ciò che ne emerge, è un quadro fatto di manuali di self-help che pretendono di insegnarti come stare bene, come raggiungere la felicità, cosa fare per evitare il dolore e raggiungere il tuo fine nel minor tempo possibile. Io credo nella bontà delle intenzioni di queste iniziative, ma non posso evitare di rilevare come in esse sia il risultato a contare più che il percorso per arrivare a quel fatidico “ben(essere)”. Perché in tali proposte manca proprio l’Essere, ossia l’attraversamento – anche faticoso – di se stessi per arrivare a dei risultati duraturi, frutto di applicazione, esercizio e del tentativo di conoscersi veramente. Se si sta male, è bene cercare degli strumenti, dei modi per poter stare meglio, ma spesso si pensa che la scorciatoia del “pronto all’uso” sia la strada giusta per arrivare in fretta all’obiettivo. In questa corsa per uscire dal dolore, dimentichiamo dunque il valore stesso della sofferenza: siamo dotati della capacità di soffrire non a caso, appunto per poter capire che qualcosa nella nostra vita non va. Per cui il dolore non deve essere ottuso, ignorato o superato a piè pari; bisogna invece ascoltarlo, accoglierlo e chiederci cosa voglia dirci. Anche il corpo ci mette in guardia quando qualcosa non va; allo stesso modo la sofferenza interiore ci allerta quando affiora dentro di noi. Quindi, il Bene cui si tende in un percorso di Counseling Filosofico è un fine che deve sostare anche nella sofferenza, che ne riconosce il potenziale. Non possiamo pensare che l’esistenza debba sempre scorrere senza intoppi, senza sofferenza, fisica e interiore. Purtroppo la tendenza imperante oggi è quella del “rimedio” per ogni male, anche dell’anima, del ricorso alla pillola per uscire al più presto da quella sofferenza, per stordirla. Invece, senza inneggiare al masochismo, penso si debba valorizzare la vita nella sua complessità, accettandola ovvero in tutti quegli aspetti che oggi tendono ad essere rimossi, non indagati, taciuti: la sofferenza, la malattia, la vecchiaia, la morte stessa. Viviamo come se non dovessimo mai ammalarci, soffrire, invecchiare o morire. Invece questi elementi compongono la vita in tutta la sua ricchezza. Il Bene che mi preme tiene, dunque, conto di queste sfaccettature dell’esistenza e cerca di dare loro voce.

In maniera funzionale ad emblematizzare tutto ciò, la scelta del logo, che si compone di due elementi: l’infinito e due frecce.

L’infinito è, per me, simbolo dell’inesauribilità di cui ciascuno di noi è portatore. Questo definisce la cornice antropologica entro cui svolgo il mio intervento di counselor filosofico: incontro una persona che, sì mi si apre, che cerco di accogliere – con empatia e assenza di giudizio – nel tentativo di comprendere la sua visione del mondo, ma che mi rimarrà pur sempre oscura per certi versi; quindi sono sempre consapevole del fatto che – e suona paradossale, me ne rendo conto – non potrò mai conoscerla pienamente, perché il linguaggio ha dei limiti, perché ha una storia che non potrò mai ripercorrere pienamente nel tempo che mi sarà concesso per accompagnarla in questo viaggio. Ciò, apparentemente, può risultare frustrante, ma io penso che in questa consapevolezza del limite di accesso all’Altro risieda anche la sua “bellezza”, la sua unicità, che mi porta ad essere attenta a custodire il mistero di cui è portatore. Quindi credo, ermeneuticamente, che l’empatia sia praticabile solo come immedesimazione nell’Altro e mai come completa identificazione, poiché siamo due singoli – unici e irripetibili – che entrano in relazione, che danno vita ad uno scambio altrettanto unico e irripetibile.

Inoltre, ho scelto l’infinito perché – attraversato dall’incrocio delle due frecce che lo compongono –, dà vita ad un “infinito spezzato”, a simboleggiare ciò che – per me – è la cifra esistenziale dell’essere umano: la Finitudine. Siamo inesauribili pur destinati ad “esaurire”, ossia la nostra vita è circoscritta dalla necessità della nascita e della morte. In mezzo, tuttavia, vi è lo spazio della libertà, in cui ciascuno di noi ha la possibilità di vivere in maniera congrua rispetto alla propria statua. Ognuno ha il diritto (e forse anche il dovere) di poter dispiegare se stesso rispetto alla finitezza cui è destinato, tendendo a divenire chi è veramente, in maniera autentica. Spesso non si riesce da soli, per impedimenti e circostanze della vita che è difficile affrontare in solitudine, e il counseling filosofico è una via per poter dipanare la matassa in cui ci sentiamo imbrigliati, ritrovando il bandolo della libertà che ci permette di uscire dall’impasse stesso. Per questo, le frecce partono in due, ma diventano una: si intraprende il cammino di counseling assieme, due finitudini in dialogo (la mia e quella del consultante), ma ad arrivare – nello scambio reciproco – è uno, ossia la persona che abbraccia il percorso. Almeno questo dovrebbe essere il fine della relazione di aiuto: l’autonomia e la chiarificazione del consultante a se stesso, mediante la facilitazione del counselor filosofico che si limita ad accompagnarlo in questo processo di rinascita a se stesso, come un arco che scaglia lontano le proprie frecce. Il singolo che si rivolge al counselor deve essere “scoccato” oltre il rapporto stesso, diventare autonomo e libero di camminare sulle proprie gambe, di cui ha riconquistato padronanza, stabilità, libertà di movimento. E, per quanto sia sempre difficile congedare una persona con cui hai viaggiato tanto intensamente, bisogna lasciarlo andare.

Questa la dichiarazione di intenti sottesa alla scelta del nome e del logo.

 

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Counseling Filosofico

La Cura nel Counseling Filosofico

«La cura risponde a un bisogno essenziale: il bisogno di trovare qualcuno che ci aiuti a divenire quello che possiamo divenire» (Luigina Mortari)

In che senso il Counseling Filosofico cura le persone che se ne avvalgono? Sicuramente – è doveroso precisarlo – non in senso clinico né psicologico. Bisogna, dunque, precisare cosa si intenda per “cura” in questo contesto di relazione di aiuto. Diciamolo subito: più che curare, il counselor filosofico si prende cura della persona che gli si rivolge. E se ne prende cura per accompagnarla in un processo di fioritura. Come un fiore, ognuno di noi ha le potenzialità per divenire ciò che è. La cura che entra in scena in questo rapporto privilegiato con l’unicità del consultante (colui che si rivolge al counselor filosofico) ha come fine quello di accompagnarlo in un processo di conoscenza di sé, in cui vengano ridestate o individuate le risorse di cui egli è portatore. Quindi è una cura che non insegna nulla, che non spiega e non mostra strategie, bensì accoglie e cerca di comprendere la singolarità di cui ciascuno di noi è depositario. Non a caso il mito di Igino, citato all’inizio di Essere e Tempo di Heidegger, pone al centro della condizione umana la Cura:

«La Cura, mentre attraversava un fiume, scorse del fango argilloso, lo prese pensosa e cominciò a modellare un uomo. Mentre considerava tra sé e sé che cosa avesse fatto, sopraggiunse Giove; la Cura lo pregò di infondere lo spirito nell’uomo; Giove acconsentì volentieri. Ma siccome l’Inquietudine pretendeva di dargli il proprio nome, Giove glielo proibì e disse che invece bisognava dargli il suo. Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, si fece avanti anche la Terra, e sosteneva che bisognava imporgli il suo nome, dal momento che essa aveva fornito il proprio corpo per plasmarlo. Allora presero come giudice Saturno, il quale comunicò ai contendenti tale giusta decisione: “Tu, Giove, poiché infondesti lo spirito, dopo la morte dell’uomo riceverai la sua anima; tu, Terra, dato che fornisti la materia, riprenderai il suo corpo; ma poiché fu la Cura che lo ha modellato per prima, lo possieda per tutta la vita. Per quanto concerne la controversia sul nome, sia chiamato homo, perché fu creato dall’humus”».

Questa è l’origine dell’uomo, che – durante tutta la sua esistenza – è affidato alla Cura. Se ci pensiamo, ciò è riscontrabile sin dai nostri primi attimi di vita: appena veniamo al mondo, nostra madre si prende cura di noi; senza il suo accudimento, non potremmo sopravvivere. Fin dall’inizio, siamo dunque esseri bisognosi. E il bisogno è la prima sfaccettatura della Cura che, in questo caso è merimna: cura come preoccupazione atta a conservare la vita. In greco, infatti, ci sono diverse parole che esprimono questo concetto e noi possiamo utilizzarle – come suggeritoci dalla filosofa Luigina Mortari – per dipanare le varie sfumature di questo esistenziale, facendo una sorta di fenomenologia della Cura stessa all’interno della relazione di aiuto che il Counseling Filosofico è. Oltre che merimna (cura conservativa e tutelante), la Cura è anche epimeleia, ossia quella forma di attenzione che fa fiorire l’essere, che accompagna la persona a reperire la propria linfa e a seguire, da sé, il proprio demone interiore. Infine la Cura è anche therapeia, ossia riparatrice delle ferite dell’essere perché, il processo di conoscenza di sé che è in atto nel Counseling Filosofico, porta con sé – con la necessaria sofferenza dei dolori di un parto (quello del consultante a se stesso) – la soluzione di quei nodi problematici, di quelle domande esistenziali per cui il percorso è iniziato.

Il counselor filosofico è una sorta di caronte, che accompagna la persona sulla nave della Cura; le sta accanto, la stimola per facilitarne la chiarificazione, senza indirizzare o consigliare. Si prende cura appunto di lei, come l’accezione del verbo latino consuloĕre da cui deriva il termine “counseling”, che non vuol dire “consigliare” o “consolare” – come molti credono – bensì proprio “andare in aiuto” e “prendersi cura di”. In maniera coerente alla maieutica socratica, il counselor filosofico si pone rispetto al consultante come una levatrice: lo aiuta a tirar fuori ciò che è già dentro di lui, nonostante le doglie del parto. La nascita è quella dell’individuo a se stesso, una sorta di palingenesi, di fioritura appunto, non nel solco di una rottura rispetto alla circostanza dolorosa per cui gli si è rivolto, bensì di una ripresa risignificata della sua esistenza, che – tramite la conoscenza di sé acquisita – gli consenta di gettare una luce retrospettiva su di sé, su ciò che è stato e che sarà in virtù di questa chiarificazione. La Cura è, dunque, volta a rendere autonomo e responsabile il consultante, che così potrà procedere da solo a portare avanti il suo progetto esistenziale, tendendo a realizzare se stesso. È epimèleia heautoù, o cura sui nella versione latina: cura di sé facilitata inizialmente dalla persona del counselor filosofico, e poi pratica autonoma attraverso cui ciascuno possa tendere a divenire ciò che è. Uno stile di vita, insomma, cui si può essere introdotti attraverso il Conosci te stesso! socratico.

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Angoscia esistenziale

La depressione esistenziale

«Chi ha dolori e preoccupazioni sa perché è triste e preoccupato. Se si domanda a un malinconico quale ragione egli abbia per esser così, cosa gli pesa, risponderà che non lo sa, che non lo può spiegare. In questo consiste lo sconfinato orizzonte della malinconia».

(Søren Kierkegaard, Aut-Aut)

Un tempo non esisteva la parola “depressione”, eppure essa rappresenta una modalità di essere al mondo in cui prima o poi capita di incappare nella vita. Si parlava, dunque, di melancholia (μελαγχολία, Ippocrate), di umor nero, accidia, hypondria vaga (come diceva Kant). La filosofia sa molto bene cosa sia quell’isterismo dello spirito (secondo la formulazione kierkegaardiana) proprio perché l’esistenza spesso e volentieri si colora di “nero”. Il termine “depressione” approda in ambito clinico nel 1856 ad opera dello psichiatra francese Louis Jean Francois Delasiauve e diventa di pertinenza della medicina psichiatrica con Emil Kraepelin. Si pensa dunque che la depressione sia di competenza del cosiddetto mondo “psic”. E così è e così deve essere. Ma noi qui non parliamo di depressione in senso clinico (che deve essere curata appunto dagli specialisti psic-), bensì di depressione esistenziale, ossia di quella espressione di un malessere esistenziale senza causa, che spesso attanaglia le persone, impedendo loro di procedere nella vita.; ossia una depressione non patologica, che può tuttavia sfociare in patologia se non opportunamente riconosciuta e affrontata. In questo caso è opportuno che il counselor filosofico si fermi e deleghi la cura della persona a chi di dovere, quindi a uno psicologo o a uno psichiatra, con i quali – al limite – può lavorare in sinergia, in maniera coerente alla centralità del consultante e del suo benessere. Se il Counseling Filosofico interviene in modo preventivo rispetto alla depressione patologica, può invece occuparsi di quella dimensione di malessere esistenziale pervadente che è la depressione esistenziale, proprio come i filosofi facevano quando i saperi – del corpo e dell’anima – convergevano nell’unica figura del filosofo, che era sì tale ma anche medico, in virtù dell’originaria vocazione terapeutica della filosofia come cura sui.

Ma che cos’è, dunque, la depressione esistenziale di cui si occupa il Counseling Filosofico? Per definirla, possiamo individuare non una sintomatologia, bensì una fenomenologia, ossia esplicitarne le manifestazioni:

  • angoscia esistenziale. Essa è ben distinta sia dalla paura che dall’ansia. Se queste hanno una causa esterna, spesso riscontrabile da chi le avverte, l’angoscia esistenziale invece è quella inquietudine pervadente che si prova senza sapere perché; tale mancanza di un motivo scatenante ben preciso, amplifica l’inquietudine, poiché essa pare immotivata in assenza di cause chiare e distinte, fa sentire l’individuo delegittimato nel proprio malessere, quasi un malato immaginario (per questo Kant parlava di hypondria vaga);
  • sentimento del Nulla. La depressione esistenziale scaturisce spesso dalla presa di coscienza del limite per eccellenza: la Morte. Se l’individuo non è supportato da una visione religiosa – ma anche in parallelo al credere in una vita dopo questa –, può entrare in crisi e avvertire l’incombenza del Nulla, della fine cui siamo votati; questa presa di coscienza può svuotare di significato la vita, rendendo vacuo ogni sforzo, privo di significato; disperazione e abulìa sono epifenomeni di tale constatazione;
  • derealizzazione e deresponsabilizzazione. Connesse alle manifestazioni precedenti, queste impressioni accompagnano spesso chi soffre di depressione esistenziale: “se tutto è vano ed è votato a finire, che senso ha continuare? Che senso ha la vita? Tanto vale evitare di faticare e lasciarsi andare”; ci si sente esonerati dalla ricerca di un Senso della vita (perché essa non ce l’ha, visto che tutto finirà) e dal senso di responsabilità, verso se stessi e verso gli altri;
  • vertigine, malinconia e insonnia. Dato quanto sopra, si prova un sentimento di sgomento di fronte alla vacuità dell’esistenza, al cospetto del Nulla (vertigine); la tonalità preponderante è quella di un’astenica malinconia, ci si sente svogliati, visto che niente ha senso; il sonno è disturbato o impedito a causa dell’emersione del pensiero dominante magari ricacciato a fatica, mascherato dalla routine quotidiana;
  • impressione di inautenticità e incongruenza. Quando si prende coscienza di determinati aspetti dell’esistenza, il depresso esistenziale può realizzare di vivere una vita che non ha scelto, che non tiene conto di chi sia veramente; ha l’impressione di essere una comparsa nella propria esistenza, che questa sia stata decisa da altri o dal caso; si percepisce come falso e non autentico; si pensa che tutto quello che è stato fatto non coincida con quello che abbiamo scoperto di essere e volere (incongruenza tra sé reale e sé ideale).

Queste, a grandi linee, sono le manifestazioni della depressione esistenziale, che a volte può essere catalizzata da fattori esterni (una malattia, un lutto, ad esempio), ma che a volte è frutto di una naturale inclinazione introspettiva dell’individuo. Essa è, comunque, un’opportunità fondamentale di esistenza autentica. Costa molto dolore e fatica attraversare anche solo uno dei momenti sopra descritti; eppure questo comporta un’occasione per rimettere in gioco la propria esistenza.

Il Counseling Filosofico può aiutare a risignificare la presa di coscienza derivante dai vissuti di depressione esistenziale, catalizzando processi di chiarificazione e di conoscenza di sé, in modo che si possa mettere a frutto quello che, in apparenza, è un vicolo cieco, ma che in realtà è un’opportunità per costruire se stessi, in maniera congrua rispetto alla propria unicità.

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Counseling Filosofico

Il dialogo interiore

«Il pensiero è il discorso che l’anima fa con se stessa»

Da cosa nasce la Filosofia se non da un dialogo interiore? Se ci facciamo caso, il pensiero si mette in moto nel momento in cui incappa in qualcosa che lo interpella; la vita ci pone di fronte a domande costantemente e così iniziamo a riflettere, a dialogare con noi stessi…

Quando pensiamo, però, al dialogo solitamente presupponiamo la presenza di un interlocutore, un ipotetico “altro” con cui portare avanti lo scambio. Eppure l’Altro, in primis, è quello che è dentro di noi; basti pensare a tutti gli aspetti della nostra identità che emergono durante i sogni, ai momenti di difficoltà in cui non riusciamo a trovare una soluzione, a ciò che ci getta in crisi, a tutto quello che non conosciamo di noi. L’implicito è una forma di alterità interiore. Per cui possiamo dialogare anche con noi stessi, al fine di colmare quel bisogno di chiarificazione personale che ci prepara ad accogliere anche l’altro al di fuori di noi: le altre persone. Siamo fatti di autorelazione e di eterorelazione. Quindi dobbiamo prenderci cura di noi anche sul primo fronte, cercando di dare voce al dialogo interiore.

Ma a cosa serve il dialogo interiore? Nell’ottica del Conosci te stesso! dell’oracolo delfico, possiamo diventare interlocutori di noi stessi, interpellarci per comprendere chi siamo, come reagiamo agli eventi della vita, cosa proviamo, pensiamo, speriamo, etc. Un ottimo strumento per il dialogo interiore è quello della narrazione del sé, tecnica che passa attraverso la pratica autobiografica, di retaggio stoico: diari, quaderni su cui appuntare intuizioni, riflessioni e vissuti, supporti anche digitali su cui magari fissare pensieri, considerazioni, eventi che ci hanno particolarmente colpito, etc. Scrivere ci permette di dialogare con noi stessi, di guardare con la dovuta distanza ciò che, dentro di noi, appare rimescolato, informe, confuso. È una via di accesso alla chiarezza individuale e alla consapevolezza.

La filosofia e la letteratura ci offrono diversi esempi di dialogo interiore esternato su carta, quella stessa carta su cui si riversa l’Altro dentro di noi, che ce lo fa guardare negli occhi, operando un distanziamento tra i nostri vissuti e la nostra riflessione. Basti pensare alle Confessioni di S. Agostino, ai Pensieri di Pascal, alle Meditazioni metafisiche di Cartesio, agli Essays di Montaigne, alla Ricerca del tempo perduto di Proust, etc. Agostino aveva intuito la chiave per pervenire alla Verità (intendendo questa come conoscenza di sé): Noli foras ire! Non uscire fuori da te stesso per reperirla; ovvero, se vuoi tendere al raggiungimento della tua Verità, parti da te medesimo, poiché – conoscendoti – puoi capire da che parte andare. Chi non si conosce, difatti, è in balìa della verità altrui, non sa distinguere cosa voglia veramente, si presta a lasciarsi pilotare dal volere altrui, e tale eteronomia conduce alla perdita di se stessi. Invece il coraggio di sapere – come diceva Kant: Sapere Aude! – ci avvicina a noi stessi. Non dobbiamo avere, dunque, timore di entrare dentro di noi, anzi: il dialogo interiore è un primo strumento per aver cura di sé, approfondendo la conoscenza di ciò che abita nel nostro intimo.

Inoltre, il dialogo interiore, è un modo per coltivare la nostra identità in quanto consente di rammentare, ossia di riportare alla mente: scrivendo e poi rileggendo, torniamo a quel passato di cui siamo fatti, reperendo spesso nuovi significati. I ricordi mutano gli eventi nel momento in cui li si rievoca, e questa capacità di risignificare ciò che siamo stati e che abbiamo vissuto può essere alimentata proprio dal dialogo interiore, che è un modo per conservare e rintracciare nuovi orizzonti di senso.

Se, infine, non siamo inclini alla scrittura, possiamo praticare il dialogo interiore seguendo la lezione delle scuole ellenistiche. Stoici, scettici ed epicurei erano difatti soliti praticare l’autorelazione mediante determinati esercizi spirituali, forme di meditazione che consentivano alla persona del filosofo di fare un bilancio della giornata trascorsa, ad esempio, come la distensio animi, o ancora la lettura, che consente di confrontarsi con il pensiero altrui, di riflettere e assimilare ciò che può essere coerente rispetto al nostro modo di intendere la vita o che ci sprona a rivederlo, etc. Diverse sono, insomma, le declinazioni degli esercizi spirituali in cui si esprime l’attenzione a sé insita nel dialogo interiore, una forma di vigilanza secondo gli stoici che ci permette di essere sempre in ascolto di noi stessi e di approfondire la nostra conoscenza. Se ci conosciamo, possiamo scolpire la nostra statua. Come ci ricorda Plotino, questa è già contenuta nel marmo; basta lavorare di scalpello e, un modo a portata di mano per togliere il superfluo, è proprio il dialogo interiore.

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Riflessioni

Corpo e anima

«L’intero dell’uomo è il suo corpo insieme con la sua anima. Infatti, è proprio dall’anima che derivano all’uomo i più grandi mali, così come i più grandi beni» (Giovanni Reale, La filosofia di Seneca come terapia dei mali dell’anima) 

Diverse volte, in queste pagine, viene fatto riferimento alla dicotomia corpo/anima, sempre con l’intento di sottolineare come, all’interno del Counseling Filosofico, si cerchi di tenere presenti entrambi gli elementi. Ma questo non è solo un intento funzionale alla presa in carico della complessità di cui ogni consultante è portatore, bensì è anche l’esternazione di una visione antropologica ben precisa che fa da sfondo alla relazione di aiuto in sé. Il consultante con cui ci si rapporta è un unicum, di cui corpo e anima non sono che parole diverse per esprimere aspetti della stessa cosa: la Persona. E, come afferma Reale nel passo in esergo, la Persona è l’Intero. Eppure, per ragioni linguistiche e culturali, siamo portati a precisare che il counselor filosofico si occupa dell’anima del cliente che gli si rivolge, del suo spirito… Quindi, quasi tutte le persone che incontro, soffrono per esigenze “spirituali”, legate alla loro anima… Tuttavia, quando il percorso funziona, ci si rende conto di come l’anima sia strettamente legata al corpo, per cui l’interconnessione tra i due elementi – anche se dovessimo continuare a reputarli come entità indipendenti l’una dall’altro – è tangibile: se sta bene la psyché (anima), sta bene anche il soma (corpo) e viceversa. In quest’ultimo caso, ci accorgiamo di quanto la salute del corpo sia fondamentale per il nostro umore: anche solo un mal di testa può influire sul nostro stato, sul modo in cui affrontiamo una giornata.

Ma andiamo alle radici culturali del dualismo in cui inevitabilmente ci muoviamo. Perché anche questa consapevolezza gnoseologica può aiutare a orientarci meglio nel mondo e nella visione che abbiamo di noi stessi. Non vogliamo, quindi, indottrinare né invitare ad un cambio di prospettiva, solo informare delle ragioni culturali che ci spingono a usare due termini diversi per indicare aspetti della stessa realtà (umana). Perché anche a questo serve la filosofia: comprendere da dove derivino certe convinzioni su cui si regge la vita di ciascuno di noi.

Nella filosofia greca, possiamo rintracciare due atteggiamenti differenti rispetto al reale, volti a conciliare l’ineludibilità del divenire – cui tutto è sottoposto – con la permanenza dell’essere. Da una parte, dunque, Eraclito, che afferma che tutto cambia (panta rei), dall’altra Parmenide, l’assertore di ciò che dura:

«l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere».

È sempre stato difficile, insomma, giustificare la copresenza del mutamento e dell’identità. Pensiamo a noi, ad esempio. Al cospetto di una foto di qualche anno fa, è inevitabile constatare che siamo cambiati, ma è altrettanto impossibile dubitare del fatto che – nonostante le rughe, il colore dei capelli mutato e i chili in più – quelli siamo pur sempre noi. Platone ha cercato di ovviare a ciò attingendo alla tradizione orfico-pitagorica, affermando così l’esistenza di un mondo ideale e di un mondo materiale: il regno delle idee è ciò cui tornerà l’anima una volta che i mutamenti si compiranno in quello finale costituito dalla Morte. Ciò comporta che ad essere interessato dal divenire e dai cambiamenti sia il corpo, e che l’anima invece superi questi stessi mutamenti rimanendo se stessa, sempre identica, incorruttibile. Per questo il corpo è inteso come sema, ossia come prigione dell’anima. Ne è derivata una visione denigratoria nei confronti di tutto ciò che ha a che fare col corporeo, con il materiale, e – per converso – un’esaltazione dell’anima come elemento autentico e superiore rispetto al suo compare terreno, diciamo. Tale Weltanschauung è confluita anche nel Cristianesimo, e persino il padre della scienza moderna, Cartesio, ha confermato il dualismo corpo-anima parlando di res cogitans e res extensa. Eppure anche il pensatore francese sentì l’esigenza di unire questi due aspetti della realtà individuando nella ghiandola pineale il luogo fisico del loro incontro. Forse, da questa intuizione, sono scaturite le conquiste delle neuroscienze attuali, che dobbiamo tenere presenti non tanto per dimostrare la fondatezza del materialismo (che pensa che tutto si risolva nella materia e che, una volta esaurita questa, nulla più esista), quanto per gli importanti stimoli riflessivi offertici da esse circa la complessità di cui siamo fatti, l’unicum che siamo e di cui bisogna tenere conto all’interno di una relazione di aiuto.

Nonostante queste scoperte scientifiche provino l’interrelazione di ciò che siamo soliti chiamare “corpo” e di ciò che definiamo “anima”, oggi la tendenza imperante è quella di parcellizzare l’individuo, che – ad esempio – nel contesto clinico viene visto come organo da curare, come mero Körper (corpo-cosa, oggetto delle scienze), mentre un medico dovrebbe tener conto anche del Leib (corpo vivente) di colui che ha di fronte, che è appunto Persona. Essa ha dunque una storia, e la storia di ciascuno di noi è frutto di elementi materiali e immateriali, corporei e psichici, desideri, sogni, aspirazioni, progetti, esperienze, sofferenze, gioie, relazioni… di tutto ciò che rende la vita tale, insomma. Quindi, nel momento in cui si è in un contesto di Cura, bisogna badare a questa complessità di cui ognuno è portatore, ponendo attenzione ai suddetti aspetti dell’esistenza, a tutto ciò che – per abitudine culturale – siamo soliti chiamare “anima” e “corpo”: l’Intero.

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Aisthesis

La Perla

Tutti quegli anni, a vivere la vita di qualcuno che neanche conoscevo”

Che sciocco che sono! Giacere qui in segrete puzzolenti quando potrei andarmene in giro in libertà. Ho una chiave nel mio cuore, chiamata promessa che aprirà, ne sono persuaso, ogni serratura del castello del dubbio. Sebbene in uno stato oscuro e tetro, egli muta l’ombra di morte in aurora”

Knight of cups è un film del 2015 diretto da Terrence Malick e interpretato dal tormentato Christian Bale.

Rick è il suo nome e, sin dall’inizio, vaga nella sua stessa vita, fatta di festini, scenari lussuosi, belle donne e perdizione. Il regista ci accompagna in questo pellegrinaggio, perché tale è, sebbene il contesto sia in apparenza stridente con la solitudine e il carattere ascetico di un pellegrinaggio vero e proprio. Rick è disperso e frammentato, quasi sempre spettatore della vita altrui e della propria. Ma noi sappiamo anche che egli ricerca una Perla, così come il giovane principe della “favola” che il padre (pellegrino a sua volta) gli narrava:

ricordi la storia che ti raccontavo quando eri piccolo? La storia del giovane principe? Del cavaliere, mandato da suo padre – il re dell’Oriente – a Occidente, in Egitto, per trovare una perla… Una perla dagli abissi del mare. Ma quando il principe arrivò, gli diedero da bere in una coppa che gli portò via la memoria: si dimenticò di essere il figlio del re. Si dimenticò della perla e cadde in un sonno profondo. Il re non aveva dimenticato suo figlio; continuava ad inviare missive, messaggeri, guide. Ma il principe non si svegliava”.

Questo racconto è mutuato da un testo gnostico del III secolo, L’Inno della Perla – La Nostalgia Gnostica del Ritorno al Pleroma, in cui si narra appunto della ricerca di questa fatidica Perla da parte del figlio del re del mondo spirituale, ricerca per la quale il ragazzo viene inviato nel mondo materiale… Quindi sembrerebbe avviare alla classica dicotomia anima-corpo, spirito-materia, bene-male di cui i testi gnostici sono intrisi e che ricordano il dualismo orfico-pitagorico-cartesiano su cui si regge la tradizione filosofica occidentale volta a condannare tutto ciò he è ascrivibile all’immanente. Eppure si evince altro da questa trasposizione cinematografica di Malick: la dimensione nomade dell’Io, che – per definire se stesso – ha bisogno di errare, di incontrare diversi altri Io, scegliendo se rimanere monade (chiuso in se stesso) o aprirsi al necessario confronto con gli altri, proprio come nel pensiero di Ricoeur. Qui non si rinnega la materia, bensì la si riconosce come trama della complessità dell’esistenza.

Rick raffigura un Io disperso, frammentato, gregario. Spesso gli siamo accanto, lo vediamo contemplare, assistere e ascoltare le parole delle persone che incontra durante il “pellegrinaggio”; siamo spettatori del suo essere a sua volta spettatore del regno del Man in cui è gettato, quel mondo materiale del racconto gnostico che, nel film, è fatto di lustrini, belle donne, ebbrezza e sorrisi inebetiti. Eppure la “voce” dentro di lui – quella paterna che gli rammenta la ricerca della Perla – lo spinge ad andare oltre, a sperimentare diverse forme di esistenza grazie all’incontro con l’Altro. Questo Altro è quasi sempre una donna, portatrice di amore gratuito, di progetti futuri, di opportunità di realizzazione… Alcune lo vogliono salvare da se stesso, altre lo esortano a sognare, a essere tutto ciò che vuole; altre ancora gli offrono l’opportunità di trascendere se stesso attraverso la paternità. Eppure non basta: Rick rimane “addormentato”, proprio come nel racconto gnostico; nonostante i messaggeri che la vita gli mette davanti, non riesce a destarsi.

Ma sembra che non si svegli poiché, difatti, incontrando queste figure catalizzatrici di Autenticità, Bale in realtà cesella se stesso… Senza intenzione, quasi per caso egli, alla fine, riesce a intuire la filigrana della propria esistenza e trovare il bandolo della matassa… la sua Perla: il Significato della propria esistenza. Ha sperimentato il “teatro del mondo”, lo ha assaporato, vissuto sulla propria pelle e poi? In ultimo si rende conto che

l’unica via d’uscita è all’interno. Respira!”

Finalmente può respirare… dopo l’apnea provata per tutto quel tempo, alla ricerca di un qualcosa che non era all’esterno, bensì dentro di lui. Si sveglia.

Molte persone fanno come Rick: vagano, erranti, nella loro stessa esistenza. Stanno male senza conoscerne la causa, pensano che la loro felicità dipenda da circostanze esterne o da altri individui. Invece la Perla è lì, dentro di loro, a portata di mano. Bisogna solo trovare la via per arrivarvi; e, da soli la si può intuire, ma in compagnia (con la giusta compagnia), vi si arriva in maniera ancora più fondata e autentica.

Si è soliti pensare che, per uscire dall’abulia e dallo stallo in cui ci si avverte come imprigionati, sia necessario un cambio radicale, una rottura: un evento che irrompa in quella monotonia accidiosa e pervadente e che ci salvi. Mentre la via passa proprio attraverso quello stesso impasse esistenziale: bisogna sostare all’interno di quella prigionia per poter procedere senza rinnegare ciò che si è stati e la vita stessa che abbiamo vissuto sino a quel momento. Quindi dobbiamo rimanere dentro noi stessi, senza timore di guardare al nostro interno né nutrendo speranza di salvezza eteronoma. François Jullien esprime molto bene questo carattere di continuità tra quella che definisce una prima e una seconda vita: questa non può esserci senza la precedente. Non si tratta di rinnegare chi siamo stati né di stravolgere completamente le nostre esistenze, bensì di avere pazienza, far decantare i vissuti e lasciar emergere – fenomenologicamente – la figura dallo sfondo. Di riprendere (in senso kierkegaardiano quasi). Il tempo, quello stesso tempo che è stato luogo di pena, sofferenza e vita subìta, sarà funzionale a far emergere la famosa filigrana della nostra esistenza, riconsegnandocela risignificata, finalmente nostra, scelta e non imposta. Non cambia nulla eppure cambia tutto: muta la luce della Perla. Che, comunque, è già un nostro possesso.

I dialoghi – spesso soliloqui – della pellicola del film sarebbero tutti da trascrivere. Di seguito, riporto alcune battute, che interpellano e che possono essere utili ai fini di un ipotetico esercizio rispetto a noi stessi e alle nostre esistenze:

– “Vedete le palme? Le palme ci dicono che tutto è possibile: possiamo essere qualsiasi cosa… fare qualsiasi cosa. Ricominciare” (Rick)

– “Figlio, sei proprio come me. Non riesci a comprendere la tua vita? Non riesci a mettere insieme i pezzi? Proprio come me… un pellegrino su questa terra, uno straniero…… frammenti, pezzi di un uomo. Dove ho sbagliato?” (Padre)

– “Il Desiderio è così profondo. Butterò via la mia vita” (Rick)

– “Non tornare a essere morto… Che cosa vuoi?”. “Non stiamo vivendo le vite scritte per noi… il nostro destino è un altro” (una delle donne di Rick)

– “Dove ti incontrerò? Da che parte devo andare? Immagino non sia lì per me, alla fine… Da dove comincio?” (Rick)

– “Da giovane avevo paura. Paura della vita. Chi paga per essa? Mi dispiace abbia dovuto pagare anche … La mia speranza… Mi hai dato la pace; mi hai dato quello che il mondo non può dare: pietà, amore, gioia. Tutto il resto sono nuvole, nebbia… stai con me. Sempre.” (Rick, rivolto a Nancy)

– “Pensi che, quando arrivi ad una certa età, le cose inizieranno ad avere un senso, invece scopri che sei perso esattamente come prima. Immagino sia proprio questo la dannazione… i pezzi della tua vita che non si uniscono mai. Che sono lì, sbattuti in giro”. “Ricorda: la perla! Sussurra… invita … ogni uomo, ogni donna una guida, un dio. Tu vivi in esilio, straniero in terra straniera. Un pellegrino, un cavaliere. Trova la tua strada! Dall’oscurità alla luce” (il padre)

– “Ho passato trent’anni senza vivere la vita. Anzi, rovinandola… a me stesso e agli altri. Non riesco a ricordare che uomo volevo essere” (Rick)

– “io insegno solo una cosa: insegno solo il momento presente. Fare attenzione al momento presente. Ed è tutto lì, perfetto e completo, così com’è” (il monaco)

– “Conserva tutto della tua vita. Non perdere tutto solo perché hai perso una parte” (Rick a Elizabeth)

“Trova la luce che conosci a est. Come un bambino. La luna… le stelle. Sono al tuo servizio. Ti guidano nel cammino. La luce negli occhi degli altri… la Perla!” (il padre).

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Aisthesis Riconoscimento

L’importanza dell’autorelazione

La serie Solos (Assolo, in italiano) si colloca nel solco del filone filo-sci-fantasy ora molto in voga, e consta di 7 episodi che indagano il rapporto dell’individuo con se stesso e col mondo sempre più digitalizzato verso cui siamo lanciati. Sono “assoli” in quanto la mezz’ora scarsa di ogni puntata è dedicata ad un solo personaggio che, quasi in un flusso di coscienza, si confronta con se stesso, a volte al cospetto di un interlocutore. La presenza del futuro digitalizzato e quasi transumano sembra faccia da catalizzatore rispetto al tentativo di far emergere – da questo orizzonte apparentemente disumanizzante – tutta l’umanità che è in noi. I temi filosofici emergenti sono, difatti, quelli su cui – ab origine – ci si interroga: la morte, la malattia, i fallimenti, i progetti inattuati, la relazione con gli altri, l’identità. Nonostante il futuro ci corredi di dispositivi (di controllo e di potere, alla Foucault), l’uomo rimane sempre tale, caratterizzato dalle medesime questioni esistenziali da cui ha preso avvio la Filosofia.

Il secondo episodio è dedicato a Tom. Si rimane subito spiazzati, perché questo rampante uomo di successo si trova al cospetto di un altro Tom, seduto di fronte a lui, sul divano del suo studio. Li si distingue solo perché vestiti diversamente. E si viene catapultati in una sorta di esperimento mentale:

Immagina di incontrare te stesso. Chi vedi?”

Questo dice, infatti, la voce fuori-campo che introduce alla storia. Tom incontra questo altro da sé, quasi una concrezione del Sé come un altro di cui parlava Paul Ricoeur: quell’Altro che ci inabita, e che è sia medesimezza che ipseità. La prima è l’identità che permane, che consente a Tom di riconoscere se stesso nella persona che ha davanti; la seconda è il mutamento, che comunque ci caratterizza in quanto siamo noi ma, nel tempo, non possiamo che constatare che cambiamo. Tom, all’inizio, è indispettito, urtato da questo Altro al suo cospetto, che lo guarda e sembra giudicarlo: non riconosce il suo stesso corpo, deride l’usurpatore diffidando del suo collo, del suo naso … stenta a vedersi in lui. Sicuramente, dato il contesto della storia narrata, lo spettatore può cogliere in questa ribellione al riconoscersi nell’altro-Tom, una forma di resistenza da parte del protagonista, che deve accettare … Scopriremo presto che questa fatica è dettata dal fatto che sia inaccettabile ciò che l’Altro rappresenta per Tom: la sua fine imminente. L’uomo seduto sul divano, difatti, è davvero un usurpatore: dovrà prendere il suo posto visto che il Tom “originale” ha avuto una diagnosi infausta e ha pochi mesi davanti. Allora egli cerca di usare quei minuti concessigli dalla società che ha costruito il suo clone robotico (perché questo è l’altro-Tom!) per indottrinarlo e spiegargli chi egli sia: non cosa faccia, perché – come dice il suo sosia – questo è risaputo e già uploadato nel suo hardware, ma chi sia. Gli pone, insomma, la domanda delle domande: chi sei tu? E qui emerge tutta la potenza della narrazione del sé, che consente a Tom di vincere l’iniziale rabbiosa resistenza e di sondare se stesso nel tentativo di far emergere ciò che conta, ossia quello che lo caratterizza, nella relazione coi figli e con la moglie da cui presto dovrà congedarsi. Ma in tale racconto di sé di fronte a sé medesimo, come in uno specchio, Tom prende anche consapevolezza di se stesso, dismette la maschera di cinico che sino a poco prima lo corazzava rispetto al mondo, lascia fuoriuscire il magmatico cuore che lo distingue come unico e si auto-riconosce.

Pochissimi e intensi minuti, in cui si tocca con mano l’importanza del dialogo interiore, della confessione allo specchio, un esempio di esercizio spirituale cui dovremmo allenarci non solo al limitare della vita ma – come volevano le scuole ellenistiche – quotidianamente. Il riconoscimento, per cui lottiamo tutta la vita, passa necessariamente attraverso l’auto-riconoscimento; se non abbiamo un rapporto autentico con noi stessi, non possiamo ambire a un’esistenza autentica. Per questo è davvero interessante assistere a questo stimolante esperimento in cui l’altro che è in noi prende forma e si incarna davanti ai nostri occhi, perché spesso lo diamo per scontato, trascurandolo come interlocutore.

Il valore dell’assolo che dovremmo imparare ad ascoltare.