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Aisthesis

La danza dell’esistenza

Ci sono persone che non riescono ad esprimere se stesse attraverso la parola. La loro essenza non trova favella, a volte perché verbalizzare rischia di ridurre ciò che sentono, pensano e vivono; altre volte perché la parola non riesce a cogliere l’“eccedenza” di cui sono portatori. L’Arte è dunque la loro via di comunicazione. Abbiamo già visto come la dimensione artistica sia un ponte tra interno ed esterno, un medium – inteso come “mezzo” – tra la dimensione interiore del soggetto e la sua epifenomenicità.  Laddove non arrivano le parole, arriva insomma l’Arte.

Oggi vogliamo soffermarci su un’arte in particolare, ovvero la Danza. Essa consente di esprimere la propria eccedenza, ovvero la propria Esistenza. Intendendo questa in senso etimologico: il termine deriva, infatti, da ex-sistĕre – letteralmente “avere l’essere da (un altro)” – ma anche “esistere fuori”. Fuori da sé, in comunicazione col mondo. La danza consente di aggirare l’ovvietà del consueto canale comunicativo, di spezzare le logiche assodate per arrivare all’altro ed esprimere se stessi, di irrompere nell’ordine precostituivo e rassicurante. Ecco perché è sempre stata perturbante, inquietante, destabilizzante. Mostra l’invisibile: quello che è dentro di noi e che è ineffabile. La danza è posta, ad esempio, da Nietzsche come emblema dell’atteggiamento che l’Übermensch – l’oltreuomo – ha nei confronti della vita:

“Io crederei solo ad un dio che sapesse danzare. E quando vidi il mio diavolo, lo trovai serio, esatto, profondo e solenne. Era lo spirito della gravità, per lui precipitano tutte le cose: non si uccide con l’ira, ma con il sorriso. Su, uccidiamo lo spirito di gravità! Ora sono leggero, ora volo, ora mi vedo sotto di me, ora è un dio che si serve di me per danzare”.

La danza di Zarathustra è il riscatto del corpo, da sempre vilipeso dalla religione e dalla morale tradizionale; il corpo è invece un canale per arrivare allo spirito, alla possibilità di tangerlo e di farlo esprimere. Attraverso la corporeità l’uomo può accedere, paradossalmente, alla dimensione più spirituale dell’esistenza, e viverla con leggerezza, spezzando la “gravità” e aprendo alla via del “sorriso” … che è poi il “Sì alla vita!” di Zarathustra, maestro dell’eterno ritorno dell’eguale. L’invisibile – il mondo interiore – passa attraverso quello visibile: la carne si fa testo. E testimonianza di sé. Questo scardina il consueto modo di intendere la corporeità, la libera dalla condanna che ha subito. Non a caso la danza ha sempre accompagnato riti misterici, cerimonie iniziatiche, celebrazioni magiche: le streghe ballavano in onore del diavolo; le Baccanti si dimenavano in un ballo sfrenato, in balìa di Dioniso, sino a farlo a pezzi. Fagocitano l’invisibilità del sacro e nutrono la visibilità delle loro carni. La menade danzante di Skopas (risalente al 330 circa a. C.) torce il proprio corpo verso il dio, con espressione appunto “estatica”: va fuori di sé per unirsi al divino.

Come dice Maurice Merleau-Ponty, il nostro corpo è un “essere a due fogli”, a contatto con due realtà, quella visibile e quella invisibile. Ad esempio, sappiamo di avere una schiena, ma non la vediamo; sappiamo che c’è, ma è difficile abbracciarla con il nostro stesso corpo, vederla con i nostri occhi. Il mondo è, per lui, quello che percepiamo:

“Dove porre il limite del corpo e del mondo, giacché il mondo è carne?
Il mondo visto non è nel mio corpo e il mio corpo non è nel mondo visibile a titolo ultimo: carne applicata a una carne, il mondo non la circonda e nemmeno è circondato da essa.
Partecipazione e imparentamento al visibile, la visione non l’avvolge e non ne è avvolta definitivamente. La pellicola superficiale del visibile non è se non per la mia visione e per il mio corpo. Ma la profondità, sotto questa superficie, contiene il mio corpo e contiene la mia visione.
C’è inserimento reciproco e intreccio dell’uno nell’altro”.

La chair, la “carne”, di cui parla Merleau-Ponty, è dunque qualcosa di ben diverso dalla mera res extensa, dal Körper: è intreccio, tessuto carnale di cui è fatto sia l’uomo che il mondo, quindi struttura stessa dell’essere; la carne è una sorta di orizzonte inglobante che scardina la dicotomia tipica della nostra tradizione filosofica, quella che si fonda sulla polarizzazione di corpo e spirito, e che invece mostra come questi stessi elementi siano annodati l’un l’altro, indistricabili. Visibile e invisibile, soggetto e oggetto sono in una trama, in rapporto chiasmatico, per cui l’uno rimanda all’altro. Il corpo del danzatore è Leib nel movimento artistico, corpo-vivente e vissuto; e il movimento è possibile solo attraverso la carne. Il corpo non è dunque solo un tramite, ma anche espressione dell’interiorità del soggetto danzante e dei mondi cui rimanda attraverso la sua carne in movimento. La finitezza del coreuta viene superata mediante l’esperienza della danza, che è un’azione visibile pregna di accessi all’invisibile. E, una volta terminata la rappresentazione, ciò che essa mostra rimane, sosta in quello spazio vuoto che lascia come traccia nello spettatore. Proprio come accade nell’arte di Pina Bausch.

Ho sempre ammirato l’opera di questa artista tedesca, scomparsa nel 2009 ma la cui eco ancora pervade il mondo della danza contemporanea. Le sue coreografie, spesso sibilline, hanno un effetto di Stoß, di “urto” sullo spettatore: esprimono il desueto, arrivando a toccare corde mai suonate, profonde. Sono performance che scuotono, destanti shock. Amo la declinazione contemporanea della danza soprattutto per lo stimolo ermeneutico che sortisce, per la sua mancanza di categorie che facciano arrivare subito al messaggio dell’artista; preferisco cercarlo, correndo magari anche il rischio di travisare il suo intento originario; preferisco sostare in quell’apertura che mantengono intatta. Nel vuoto in cui ti gettano. È vero, la Bausch annovera anche l’uso della parola come parte integrante del suo progetto (il Tanztheater, “teatrodanza”); accoglie, dunque, la recitazione oltre alla mera danza. Ma dà così vita a quell’eccedenza che invece verrebbe costretta dalla sola parola, tendendo così all’espressione dell’invisibile di cui ciascuno è portatore. Le sue coreografie infatti lasciano sempre spazio alla creatività del danzatore, libero di improvvisare, al fine proprio di far parlare la sua personale eccedente singolarità; così come lasciano spazio alla libertà interpretativa del fruitore. Questo genera ulteriore spiazzamento: ad ogni rappresentazione, sebbene abbia lo stesso titolo, si assiste ad un’espressività sempre nuova, risignificata alla luce dell’hic et nunc dello spettacolo stesso. Ecco perché i suoi protagonisti sono definiti “danzattori”, perché sono autori e attori dell’opera che inscenano. Creatori di se stessi.

La danza è proprio questo: creat(t)ività.

Ecco perché la danza è esplorazione di un mondo invisibile: senza il corpo non coglieremmo le idee, perché tutto è in relazione al corpo, intrecciato. E l’esistenza è questa trama, che trova espressione simbolica nella danza, che è sempre trascendimento di sé, tensione all’ulteriore. Essa consente di superare ogni visione dualistica, che distingue tra corpo e anima, materiale e immateriale: è tensione alla pienezza dell’essere. Il movimento del danzatore è la forma di un contenuto interiore che trova espressione attraverso il corpo; allo stesso tempo è possibilità di accedere all’ulteriorità, a mondi possibili. Un gesto visibile denso di presenze invisibili.

 

 

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Nutrire la propria vita 

Nella nostra società vige il principio della performanza. Ogni nostra azione è non solo finalizzata a un obiettivo, ma anche ad un risultato. È come se fossimo sempre chiamati alla frenesia dell’azione, a non sostare mai, a non poter decantare. Quindi ognuno di noi si sente quasi in colpa quando non riesce a stare al passo con i tempi, quando si ferma – per motivi esterni o necessità interiori – perché ha l’impressione di perdere tempo, di non essere utile, di non realizzarsi. Condizioni esteriori (come la disoccupazione, la pandemia, la malattia, etc.) e condizioni interiori (come la noia, l’accidia, la pigrizia) sembrano gettarci in uno stato di non-esistenza, di privazione di vita. Invece esse possono essere “nutrimento di vita”.

In che senso?

Ce lo spiega molto bene il sinologo François Jullien[1] che, da anni, si occupa di rileggere l’Occidente attraverso le lenti della cultura orientale, non per soppiantare il pensiero che ci pertiene e abbracciare l’altro, bensì per aiutarci a rileggere l’impensato entro cui pensiamo.

Ma andiamo con ordine, indagando il significato del verbo “nutrire”. Un verbo semplice ed elementare, dice Jullien, che – nella tradizione occidentale inaugurata dai Greci e poi ripresa dai Padri della Chiesa – indica figuratamente alimentare sia la propria anima che il proprio corpo. Eppure già qui dovremmo notare ciò che informa la riflessione giunta sino a noi, ossia la dicotomia che caratterizza il pensiero occidentale tra corpo e anima, tra spirituale e concreto, cui la cultura cinese oppone il concetto di “yang sheng”, ossia di “nutrire la propria vita”. Vita intesa come intessuta di elementi reali e spirituali.

Già nel tentativo di spiegare ciò, si nota quanto sia difficile per noi rendere l’unità cui si riferiscono i Cinesi attraverso il nostro linguaggio, che è dunque evidentemente fondato sulle categorie che insegnano la polarizzazione di corpo e anima. Cosa significa, quindi, “nutrire la propria vita” per il pensiero cinese? Nutrire ciò che è specifico dell’uomo. Aristotele tripartiva l’anima e ci invitava a coltivare quella parte di noi che non condividiamo coi vegetali per il mero fatto di esistere (anima vegetativa), bensì l’anima intellettiva, che tende alla conoscenza. Questo τέλος al sapere ha pervaso il nostro orizzonte culturale. Invece in Cina non esiste questo continuo Streben, perché è ritenuto una zavorra per l’esistenza, in quanto comporta l’impossibilità di sostare, di riposare, spingendoci invece a raggiungere l’irraggiungibile: il Sapere. Il principio di conoscenza a noi tanto caro – pensiamo a quanto conti oggi “sapere”, “essere sempre aggiornati”, conseguire titoli e specializzazioni – causa un’emorragia di vitalità, dice Jullien presentandoci la peculiarità del pensiero cinese. La formula orientale “nutrire la propria vita” mette dunque in relazione di transizione due concetti che per noi sono sempre disgiunti, quelli appunto di corpo e anima, obbligando così a soffermarci su ciò che accade dentro di noi, a livello globale, di interezza, e insegnandoci l’importanza di lasciar decantare, esattamente come il vino che – lasciato riposare – deposita sul fondo la propria essenza. E ciò comporta tempo. Questo tempo è percepito come stallo da noi, abituati come siamo a correre e rincorrere l’irraggiungibile; spesso siamo assaliti da una sensazione di vuoto, senza sapere che questo stesso vuoto può essere letto in maniera diversa. Per noi è horror vacui, mentre per la Cina è occasione di semina di sé, funzionale ad un raccolto: più mi affino, più mi animo; e, per affinarmi, non devo temere i vuoti, lo stato di consunzione, che – logorando ciò che impedisce la vita – lascia che essa invece scorra. Esattamente come la splendida narrazione tratta dallo Zhuang-zi insegna:

«Il macellaio del principe Wen Hui stava squartando un bue. Ogni colpo vibrato dalla sua mano, ogni sollevamento della spalla, ogni movimento del piede, ogni spinta del ginocchio, il fruscio della carne tagliata, il movimento del coltello, tutto era perfettamente armonioso […].

“Ammirevole,” disse il principe, “che la tua arte sia divenuta tanto perfetta.”

Il macellaio depose il coltello e rispose: “Ciò che mi sta a cuore è il Dao, che va al di là dell’arte. All’inizio, quando cominciai a squartare buoi, tutto ciò che vedevo dinnanzi a me era un bue intero. Dopo tre anni, non vedevo più la massa del bue, ma le singole parti. Adesso, non vedo nulla con gli occhi. Tutto il mio essere lavora, i sensi sono a riposo. La percezione e la ragione si arrestano e lo spirito si muove spontaneamente. Seguendo i filamenti della carne, il coltello scivola attraverso le fessure nascoste, scorre attraverso le cavità del corpo, trova la via che già c’è. Non taglio legamenti né tendini, per non parlare di ossa o giunture.

Un buon macellaio cambia il suo coltello ogni anno, perché taglia. Un macellaio mediocre cambia il suo coltello ogni mese, perché spacca. Io uso questo coltello da diciannove anni, ha macellato migliaia di buoi, ma la lama è ancora affilata come quando era nuovo. Ci sono interstizi nelle giunture e il filo della lama non ha spessore. Quando infili ciò che non ha spessore in un interstizio, c’è sempre spazio a sufficienza.

Capita tuttavia di incontrare giunture difficili. Me ne rendo conto, rallento, osservo attentamente, mi muovo con cautela. La lama si muove appena, delicatamente, ed ecco che la carne si apre e cade come una zolla di terra. Allora ritraggo il coltello, mi fermo e assaporo la gioia del lavoro compiuto. Pulisco la lama e la ripongo nel suo astuccio.”

“Eccellente”, disse il principe. “Il mio macellaio mi ha insegnato come coltivare l’energia vitale”».

(Zhuang-zi, III)

Come si nota, il pensiero orientale non è gravato dal continuo tentativo di de-preoccupazione che, come insegnano gli Stoici, bisogna praticare, bensì si connota per una visione evolutiva: coltivare l’energia vitale vuol dire insinuarsi nei vuoti, nelle fessure, per ovviare a tutto ciò che può ottundere la vitalità. Per cui il pensiero cinese non è meramente morale, come lo è il nostro, bensì morale e vitale indifferentemente. Come recita sempre il maestro, per nutrire la vita

“basta semplicemente spazzare davanti alla porta”.

Quindi non dice “io penso”, o “io sono”, ma fornisce una risposta semplice, che denota un passo indietro da parte sua rispetto al piedistallo da cui solitamente proferiscono le risposte i nostri maestri occidentali: per dare impulso alla vita, devo solo espellere, spazzare via ciò che è una zavorra per la vita stessa, quindi ogni fardello che ostacola lo scorrere tra gli interstizi della vita. Il principe rimane perplesso e chiede ulteriori ragguagli; il maestro gli spiega che nutrire la propria vita è come avere un gregge. Quando qualche capo di bestiame rimane indietro, bisogna rianimarlo. Difatti il pastore cinese non sta a capo del gregge, bensì dietro, per sferzare le pecore che rimangono indietro; non le conduce verso una mèta, ma si assicura che il gregge proceda. Questo ci fa comprendere quanto, per la tradizione europea, sia invece importante il concetto di “dove” condurre il gregge: è la mèta che conta… ecco qui: il Senso inteso come “direzione”. Caratteristici del pensiero occidentale sono due concetti che in Cina non sussistono, ossia quello di ρχή e di τέλος: di principio e di fine. Come si diceva all’inizio, nella nostra esistenza ciò che conta è il fine. I Greci aborrivano l’indeterminatezza, l’incerto, e circoscrivevano l’esistenza nella cornice del determinato, avente un inizio e un(a) fine appunto. La determinatezza dell’“essere”. Concetto che in Cina è usato solo in maniera predicativa: “io sono un pastore”, o “io sono un principe”, mai come “io sono”. Quindi tutto quello che facciamo in Occidente è sempre in vista di un fine. Veniamo al mondo per rintracciarlo, per reperire un Senso. Questo rende tragico il pensiero europeo, che ovviamente vede nella morte o la possibilità della rivelazione (cui un pastore ci conduce) o del Nulla; mentre in Cina la morte è cessazione del soffio vitale (chi o qi), che non viene meno alla morte, ma confluisce in coloro che rimangono, nella terra, tornando al Tutto da cui proveniamo. Ecco perché in Cina vi è il culto degli antenati, che vanno ricordati ogni giorno in quanto ancora presenti, in circolo. La vita va avanti. Esattamente come deve fare il gregge. Dobbiamo dunque chiederci, cosa impedisce al mio gregge di procedere? Se individuiamo la risposta, possiamo spronare le nostre pecore interiori a superare ciò che causa denutrizione, ciò che ostacola la vita. Questa concezione evolutiva del pensiero cinese e si contrappone alla visione occidentale che, per lottare contro la tragicità dell’esistenza, pone – come fine supremo – la felicità. Oggi, fa notare Jullien, gli scaffali delle librerie sono pieni di testi che insegnano il self-help; ma questi sono non-libri, di non-autori – sostiene in maniera netta –, che predicano non-pensieri, obbligandoci a rimanere chiusi nella dicotomia corpo/anima, per questioni di marketing. I manuali di sviluppo personale pullulano e hanno un mercato enorme perché la filosofia si è sviluppata in questo sostrato dualistico, con diminuzione della dimensione religiosa. Quindi vogliamo colmare questo iato tra salute e spiritualità con il concetto tutto occidentale di “sviluppo personale”: ti insegno ad essere felice. Ma il pensiero della felicità come τέλος cui tendere sfocia in un paradosso, in un vero e proprio enigma per il pensatore francese: il problema della felicità non è tanto il fatto che sia irraggiungibile o difficile da conseguire, bensì il fatto che sia insopportabile. A riguardo Freud citava Goethe: “non c’è nulla di più insopportabile di una serie di bei giorni”. Immaginate che ci sia sempre bel tempo, sarebbe una noia mortale. Schopenhauer anche sottolineava come fosse semplice descrivere l’inferno, ma difficilissimo il paradiso. Questo dimostra quanto sia importante e costruttivo un paragone con la Cina, che non ha mai pensato il concetto di “felicità”. Non c’è una concettualizzazione per un motivo semplice: non si è mai pensato a uno statuto di un’anima separata dal corpo, non esiste questo essere ontologico che è sfociato nel concetto di “anima” dei Greci, innestatosi poi sul concetto di “essere”, e quindi di “essenza”, di “eternità”. Così come nel pensiero cinese mancano i concetti di “scopo” e di “finalità”. Il pastore fa semplicemente sì che il gregge vada avanti, trovando – come recita l’aneddoto – “la via (tao) che già c’è”. Questo è ciò che si intende anche con l’espressione comune francese ca va! Ci si incontra al mattino e ci si chiede reciprocamente: “ca va?”, e si risponde “ca va!”, a indicare che (la vita) va, procede. Questo è il “tao”, la “via”: qualcosa che va. Non una via che ci porta da qualche parte, ma che è semplicemente percorribile, come fa la lama del macellaio passando attraverso gli interstizi.

Questo confronto con i grandi assenti metafisici in Cina – i concetti di “anima contrapposta al corpo”, di “scopo”, di “essere”, di “felicità” – desta il nostro stupore, abituati come siamo a pensare alla vita entro questi confini. Le parole che usiamo definiscono il nostro mondo e la visione che ne abbiamo. Confrontarsi con un pensiero altro ci consente di deflemmatizzare il nostro pensare, andando a interrogare l’inesplorato del nostro stesso pensiero, mettendo in discussione ciò che abbiamo sempre dato per scontato sino ad ora. Jullien ci invita, dunque, non a rinnegare il nostro pensiero, ma a risignificarlo attraverso la circolazione tra questi pensieri, usando appunto la riflessione cinese per rileggere quella occidentale, non per soppiantare questa e abbracciare l’altra. Non si tratta della classica fascinazione che il mondo orientale ha sul nostro; si tratta invece di risalire all’impensato del nostro pensiero osando interrogare ciò che non abbiamo mai avuto il coraggio di mettere in discussione e, contemporaneamente, di riscoprire la particolarità, la singolarità dell’inventività. Proprio come è riuscito a fare Jullien, non solo mero conoscitore del mondo cinese, bensì ricercatore della sua peculiarità, della sua differenza rispetto al mondo occidentale da cui pur egli proviene e che non rinnega, perché portatore di un pensiero caratteristico a sua volta.

Circolare tra i pensieri ci consente di interrogare le categorie grazie a cui pensiamo ed entro cui agiamo, di metterle alla prova arricchendole o ponendole in dubbio mediante il confronto con altre categorie, avendo il coraggio di entrare in un orizzonte a-categorico, da cui solo può emergere la singolarità di ciascuno di noi. Anche questo è, in un certo senso, nutrire la propria vita.

 

[1] Ne parla soprattutto in Nutrire la vita, senza aspirare alla felicità, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006.

 

 

 

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Riflessioni

La pandemia come crisi esistenziale

“Mentre l’animale può anche non conoscere se stesso perché la sua vita è regolata dall’istinto, l’uomo, privo com’è di istinti, come ci ricorda Platone, è delegato alla cura di sé. La carenza istintuale, infatti, se da un lato svincola l’uomo da qualsiasi comportamento codificato, dall’altro lo libera in quello scenario possibile dove, se vuole evitare di perdere la propria vita prima ancora che giunga la morte, deve reperire la propria misura. […] Creatura in eccesso, l’uomo è già oltre il limite fin dal primo momento della sua nascita, per cui suo compito non è tanto quello di infrangere i limiti, quanto di darseli, per dar forma alla sua vita e reperire il suo volto”. (U. Galimberti, La casa di psiche. Dalla psicanalisi alla pratica filosofica).

Probabilmente non ce ne siamo accorti, ma da due anni abbondanti stiamo attraversando una landa desolata dell’esistenza. La pandemia è la nuova cornice delle nostre vite, pervase ora da angoscia, inquietudine, e menomazioni della nostra libertà. Non l’abbiamo scelta, vi siamo stati gettati, heideggerianamente parlando. La cosa triste è constatare come sempre più persone si stiano abituando a queste coordinate, abbandonandosi al regno del Man, in cui si deve fare così…L’uniformità gregaria ha trionfato, facendoci seguire ciecamente dettami altrui, propinati a fin di bene. La libertà è un’illusione, perché concessa, perché guadagnata attraverso la conformazione a quel “si deve fare così” impostoci dalle istituzioni.

Lungi dalla polemica, ciò che mi preme in questa sede è interrogarci sul concetto di Limite. Dalla citazione del filosofo Umberto Galimberti, si evince il suo potere. Il Limite è una cifra esistenziale, ossia un elemento che caratterizza l’esistenza ab origine, poiché nasciamo finiti, dotati di una scadenza interna che, nello scorrere del quotidiano, tendiamo a rimuovere per vivere il più serenamente possibile.

I tempi in cui viviamo da ormai più di due anni ci hanno, invece, imposto il confronto con questo dato di fatto, con la cifra per eccellenza: la Finitudine. La pandemia del Covid19 ci fa toccare con mano la gettatezza in cui siamo, che proviamo a negare, ma le ricadute sono inevitabili: la nostra vita è cambiata, è stata limitata nella libertà da direttive che dobbiamo seguire, scandita da DPCM che si avvicendano l’un l’altro; la precarietà dell’esistenza si tocca con mano, nelle morti di persone care, nella malattia che ci tange, nel fatto che sia aumentata statisticamente la possibilità di morire; le nostre relazioni, il nostro modo di vivere il mondo, è mutato, obbligandoci prima all’isolamento, poi a contatti contingentati, pur sempre contatto, è vero, ma oppresso dall’alone della paura, del rischio, dell’angoscia di ammalarsi

Come fare a non vedere questo Limite che ci connota? Non possiamo più ignorarlo.

È tremendamente difficile essere quelli di prima, vivere cercando di non vedere tale ostacolo intrinseco. Sempre più persone stanno male, provate dalle nuove condizioni di vita: studenti in DAD che perdono il contatto con i pari, madri lavoratrici che cercano di tenersi assieme, di continuare a ricoprire i vari ruoli cui sono chiamate dalla società, anziani sempre più isolati, persone che perdono il lavoro, crisi economiche, matrimoniali, sociali, etc. La pandemia ha pervaso le nostre esistenze, anche in assenza di contagio. Il mondo è mutato. Conviviamo ormai con un’inquietudine perenne, come in apnea. Stiamo, insomma, tutti vivendo una crisi esistenziale senza rendercene conto a volte.

La crisi esistenziale emerge proprio al cospetto delle situazioni-limite, ossia – come ci ricorda Karl Jaspers – quegli eventi che ci gettano al cospetto della necessità (dolore, sofferenza, malattia, morte), che stoicamente non sono sotto il nostro controllo e che, come tali, sconquassano la nostra esistenza, facendoci assaporare amaramente il limite della nostra libertà.

Eppure qualcosa si può sempre fare. Come indicato nella citazione in esergo, al cospetto del Limite possiamo o perderci o ritrovarci, o obliarci o scoprirci. L’inquietudine che deriva deve essere ascoltata, perché ci pone delle domande fondamentali: cosa possa fare? Cosa posso sperare? Chi sono io? gli eterni interrogativi. Quando sembra che la nostra esistenza ci sfugga di mano, ecco che invece possiamo trovare dentro di noi le risposte a quei quesiti, utili per comprendersi e conoscersi meglio, per capire se abbiamo vissuto sino a quel momento una vita congruente, indagando se le nostre azioni siano coerenti ai nostri pensieri. Quindi la crisi esistenziale non deve essere temuta, bensì vissuta come occasione. Per ricostruire, bisogna abbattere. Per rinascere, bisogna morire.

In questo periodo ci sentiamo soli; la pandemia ha esasperato ciò che già sappiamo, ma che fatichiamo ad accettare: non possiamo delegare a nessuno altro il nostro fardello. Nessuno può ammalarsi, soffrire o morire al nostro posto. Spetta a noi. Eppure anche la solitudine è un’opportunità: per stare con se stessi, cercare di guardarsi, non più distratti da ciò che ci fa rimandare l’appuntamento con noi stessi. La cura di sé passa anche attraverso questo, il confronto con se medesimi al cospetto del Limite. Questo ci insegna quanto sia opportuno avere consapevolezza dei propri limiti, o darseli se non li abbiamo o abbiamo fatto finta che non ci fossero. Questo periodo catalizza tale processo interiore, e può essere vissuto come occasione di autenticità, di scelta di sé fondata attraverso la messa in discussione – causata, in questo caso, da circostanze esterne (il Covid19) – di tutto quello che, sino a quel momento, ha caratterizzato la nostra esistenza.

È fisiologico avere paura. Essa nasce come sentimento primordiale, che ci mette in guardia di fronte al pericolo. Per cui va sempre ascoltata perché, quando proviamo paura, sono in gioco la nostra stessa sopravvivenza e incolumità. È sì un retaggio animale, una reazione istintuale, ma va risignificata, proprio perché – a differenza degli animali – siamo dotati di capacità riflessiva e di meta-pensiero, ossia della tendenza a interrogarci sul nostro stesso pensiero.

Ecco perché siamo “creature in eccesso”, come dice Galimberti riprendendo probabilmente il pensiero di Pico della Mirandola, il filosofo che connota l’uomo come microcosmo, capace di scadere nel bruto così come di elevarsi sino agli angeli. Come un funambolo, l’uomo è dotato della possibilità di oscillare tra una condizione e l’altra: abbassarsi sino a nullificarsi o ascendere sino a trascendersi. Alla base c’è sempre una scelta, fondata su quella stessa libertà che ci permetterà di leggere, ad esempio, la situazione-limite pandemica come occasione o come inaggirabile ostacolo. Possiamo scegliere.

 

 

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Aisthesis Riconoscimento

Un incantevole talento

«Il genio è il talento (dono naturale) che dà la regola all’arte» (Immanuel Kant)

Come ogni anno, durante le Feste natalizie, mi tocca il film Disney. A sto giro è stata la volta di Encanto. Un tripudio di colori, di note e di sfaccettature dell’animo umano. Un film sul talento – tema manifesto sin dall’inizio –, ma anche sull’autenticità, tema sotteso e cornice dell’intera narrazione.

Partiamo da quello dichiarato e chiediamoci socraticamente “Che cos’è il talento?”.

Generalmente si pensa che sia legato all’espressione artistica, come l’essere naturalmente inclini a qualcosa; una predisposizione naturale e una sorta di dono. È vero, il talento è anche questo, quindi qualcosa di evidente, che si manifesta in qualcosa di concreto, di tangibile; una dote, poi, visibile sin dai primi anni di vita. Spesso, difatti, la parola “talento” è accompagnata a quella di “genio”. Questo termine deriva dal greco γίγνομαι, che vuol dire sì “nascere” – confermando il carattere innato del genio – ma anche “generare”, “accadere” e “divenire”, suggerendo quindi come la genialità possa essere ricercata, scatenata da accadimenti o semplicemente manifestarsi col tempo. Ergo, penso che il talento possa essere perseguito da ciascuno di noi, intuìto e nutrito attraverso una profonda ricerca interiore, sfatando il comune sentimento che ne fa una mera dote riservata a pochi eletti, corredati ab origine di questa magica capacità. Vi sono, dunque, talenti nascosti, che vengono scoperti nel corso dell’esistenza. Proprio come avviene alla protagonista di questo variopinto film: Mirabel Madrigal.

Cercando di non spoilerare, la storia della giovane protagonista è la ricerca di sé e del proprio talento, all’interno di una famiglia portatrice della prima accezione di “talento”: tutti sono nati con un talento particolare, magico per di più. Tutti tranne Mirabel. Ella è, quindi, la pecora nera della stirpe Madrigal, sorta da un miracolo e che, da questo miracolo, trae forza e potere. Tutti i Madrigal hanno un talento speciale, ossia un dono naturale, che amplifica, conferma e mantiene intatta la magia di questa stirpe prodigiosa. Tutti, ad eccezione della protagonista, da sempre tollerata, guardata con commiserazione dai familiari, che la percepiscono come “diversa”, in quanto non dotata. Eppure il talento di questa ragazza gioiosa appare sin da subito allo spettatore attento: la sua capacità di incoraggiare il nipotino pavido (Antonio); di ascoltare le preoccupazioni della sorella forzuta (Luisa) che riesce a reggere tutto tranne il peso della responsabilità; di stimolare in quella perfetta (Isabela) il desiderio di imperfezione; di accogliere il dolore della scelta dello zio Bruno di mettersi da parte per un bene più grande…L’ascolto e la capacità di accogliere il dolore altrui è la forza di Mirabel, il suo dono, che la rendono geniale nella capacità di dare “regola alla famiglia”. Ad una famiglia che, rettasi sul dover essere della nonna – Abuela – pian piano riesce a dare voce ad un’armonia autentica liberando dai costrutti pregressi, imposti dalla vecchia fondatrice della “casìta”, creando delle fondamenta nuove, su nuovi valori, liberamente scelti.

Mirabel Madrigal è una piccola levatrice, che genera vita rinnovata e autenticamente scelta. Libera tutti dalle costrizioni e ridà vita alla vera magia: quella di scoprirsi sul serio famiglia, in cui ogni membro è fondamentale per l’altro, consapevole del fardello che ciascuno porta con sé. È una disvelatrice di verità, spesso dolorose, ma anche occasione per vivere radicati nella propria esistenza. Mirabel ha il talento, spesso sottovalutato, della “persona-collante”.

Diverse volte nelle famiglie, nelle relazioni in generale, le persone-collante sono messe da parte, rese capro espiatorio, ritenute deboli, travisate, evitate. Esse sono, invece, il perno su cui si regge la famiglia stessa, il fulcro della relazione medesima. Questo talento non è da tutti e, una volta riconosciuto, va coltivato, nutrito e messo al servizio degli altri. Abbiamo bisogno di persone in grado di seminare connessioni, di tirar fuori la verità, di farci vedere per quello che veramente siamo. Non sempre – come la nonna di Mirabel all’inizio – siamo disponibili ad ascoltarle. Ma se lo facciamo, possiamo guadagnare noi stessi e il legame con gli altri. Ci vuole talento anche per questo: per tenere assieme. Essere collante. Non si tratta solo di talento artistico, che si esplica in un’opera concreta, tangibile. L’arte, d’altra parte, è ponte tra l’interiorità dell’artista e l’esteriorità del fruitore dell’opera. E ditemi se non è talento anche la capacità di tenere assieme le persone, di mantenere i legami, risignificarli e renderli manifesti, di creare “casa”.

Tutto questo discorso è inscritto nella cornice del macro-tema dell’autenticità, si diceva all’inizio.

La nonna Abuela instilla in ogni Madrigal l’imperativo del “rendi fiera la tua famiglia!”. Nonostante la mancanza (apparente) di un talento, Mirabel si alza ogni mattino cercando di realizzare questo diktat e lavora, costantemente, per non deludere le attese dell’anziana che regge le redini della famiglia e che custodisce la magia. Così tutti i personaggi: nonostante il talento li appesantisca, impedendo loro di esprimersi a prescindere da quello e oltre quello, scelgono di rigare dritto e di non disattendere alle direttive della matriarca. Sino a quando Maribel non dà loro la possibilità di esprimere lo scontento e il senso di mancata realizzazione che li inabita, attraverso le doti relazionali che abbiamo descritto. Le canzoni che ciascuno di loro intona – al cospetto della socratica Maribel – sono delle vere e proprie confessioni di mancato riconoscimento, di presa di coscienza di uno stato di inautenticità in cui, sino a quel momento, hanno portato avanti le loro esistenze. Luisa sente un “crac”: il dubbio si fa strada in lei e si chiede “e se non ce la farò?”; ma non può non farcela, perché Abuela conta sulla sua forza titanica; la perfetta Isabela, che ha il dono di creare fiori profumosi e delicati, lascia emergere il coraggio di creare qualcosa con le “spine”, finalmente rispondendo alla domanda “e se seguissi il mio cuore non temendo alcun errore?”. La paura dell’imperfezione lascia il passo al suo desiderio di esprimersi completamente, luce e ombra: dismette la via del necessario – il “così si fa” della nonna – per la strada della libertà. Sono, insomma, esempi di come queste persone, sedicenti parte di una famiglia, hanno seguito ciecamente, in maniera gregaria, un ideale non proprio, bensì altrui. Hanno perseguito un dover essere che poi non è, per non rovinare le apparenze, per non intaccare la magia su cui un intero paese conta: hanno ascoltato la regola di Abuela. Quella stessa donna che ha insegnato loro a “non nominare Bruno”, il visionario figlio che aveva vaticinato la possibilità della fine della magia Madrigal e che, per questo, è stato messo al bando, in quanto scomodo. Il paradosso è che Abuela stessa non ha talento, esattamente come la nipote pecora nera e foriera – per lei – della distruzione della stirpe. Alla fine l’encanto di Mirabel tocca anche la nonna e tutto torna al suo posto, in maniera però risignificata, mediante la libera scelta di ogni membro di ricoprire sì il proprio ruolo, ma rispettando anche i propri desideri più reconditi, le proprie fragilità e praticando una sincera tolleranza reciproca. La porta che Mirabel apre in ultimo è quella dell’Autenticità, in cui ogni persona ha la possibilità di essere se stessa, con gli altri. Le “crepe” sono occasione per ricostruire: vanno accolte e dipanate nel loro significato.

“Casa in frantumi, ma questa è un’occasione
Quando hai dei dubbi, mai dire mai, e vai
Questa famiglia è una costellazione
Ognuno è un astro che brilla e splende più che mai

Ma ogni stella prima o poi
Brucia e cessa di guidarvi
Così il talento in voi
Non può più ostacolarvi”.

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Riconoscimento Riflessioni

Compagni di vita e compagni di esistenza

Nel regno del Man, incontriamo tantissime persone. Fa parte del nostro essere-nel-mondo. Prima incontriamo l’Altro e, poi, incontriamo noi stessi, come la vita medesima testimonia al suo esordio: la madre è il primo sguardo che ci riconosce e noi viviamo attraverso lei e le sue cure… Cresciamo e, a un certo punto, scopriamo di esistere a prescindere dall’Altro, prendendo consapevolezza di noi stessi, come ci rammenta Lacan con la celeberrima “fase dello specchio”: ci guardiamo e scopriamo che il corpo davanti a noi ci appartiene e che siamo quello stesso corpo. Tuttavia, constatare ciò non basta, perché il corpo – che è il ponte tra interno ed esterno – ci pone al cospetto di qualcun altro, inevitabilmente.

Nella vita, dunque, incontriamo tante persone, ma spesso – tirando le fila delle proprie relazioni – ci accorgiamo che non tutti questi incontri sono “appropriati”, nel senso che Spinoza dava a questa espressione. Difatti la gran parte delle nostre relazioni è causata da circostanze che esulano dal nostro volere: i genitori ce li ritroviamo, i compagni del quotidiano scolastico idem, così come i parenti, i colleghi di lavoro, i co-gettati nella casa di riposo in cui magari andremo a finire i nostri giorni. Tutti volti non scelti liberamente, ma ritrovati per circostanze fortuite: compagni di vita. Eppure già sappiamo che, tra quelli, qualcuno spiccherà ai nostri occhi e ci accompagnerà nel tempo, divenendo compagno di esistenza. Nella vita, dunque,  incontriamo senza riconoscere o essere riconosciuti, seguendo il Man heideggeriano, assecondando la deiezione del presente foriera di Inautenticità; mentre nell’Esistenza, abbracciamo il futuro assumendo il nostro Essere-per-la-morte e quindi facciamo il salto verso l’Autenticità che ci mette al cospetto di ciò che vogliamo davvero, scegliendo quindi da chi essere accompagnati in questo viaggio. Possiamo (e dobbiamo, forse) scegliere chi coltivare, di chi prenderci Cura, da chi farci tenere la mano nel cammino esistenziale.

Perché, se non scegliamo accuratamente, cadiamo in balìa di quelle passioni tristi di cui parlava proprio Baruch Spinoza. Queste non sono altro che dei limiti del nostro conatus, ossia della nostra energia vitale che ci porta a fiorire, a tendere sempre più verso noi stessi. Le passioni tristi – quali l’odio, l’ira, l’invidia e la paura ad esempio – frenano questo slancio verso la propria realizzazione autentica e sono catalizzati spesso da incontriinopportuni”, ossia da quelle persone che non ci riconoscono, che ci fanno sentire mistificati, o da quelle situazioni che appaiono come inaggirabili, castranti e fonte di dolore.

Il contesto sociale in cui viviamo oggi crea spesso occasione di incontro: chat, social di varia natura offrono la possibilità di incontrare l’altro velocemente, senza difficoltà, ovviando alla presenza fisica. Ma quanti di questi incontri sono “opportuni” nel senso spinoziano? Ben pochi. Non vogliamo asserire che sia sempre così, che sia impossibile incontrare “opportunamente” in rete, perché anzi può capitare, soprattutto se ci si affida a piattaforme in cui vengono condivisi interessi, passioni, lavori simili, etc.; ma è pur sempre raro. Generalmente l’entrare in relazione offerto da internet è foriero di passioni tristi, poiché sempre pregiudicato dalla mancanza di uno scambio in presenza, di un reciproco manifestarsi all’altro e di un dialogo schietto. La tendenza è quella a creare dei legami fittizi, alla ricerca di consenso, di like, o di apprezzamenti per il proprio apparire (pensiamo ai selfie, ad esempio: auto-scatti, consegnati ad un mondo etereo, impalpabile). Le passioni gioiose, invece, emergono quando davvero puoi incontrare l’Altro, in tutta la sua complessità e interezza, garantendo dunque un valido rimedio per contrastare le passioni tristi che, inevitabilmente, emergono dalla vita stessa. L’amicizia autentica, quella fondata sulla scelta dell’altro, garantisce proprio un incremento del tono vitale, diceva Spinoza, per questo va ricercata e nutrita una volta reperita. Ci si coltiva reciprocamente, a testimonianza di quanto sia fondamentale per l’essere umano avere qualcuno accanto, di come non si possa essere delle monadi bastanti a se stesse. E passioni gioiose per eccellenza sono, per il pensatore, l’Amore – che ci fa provare un senso di espansione a noi stessi, aiuta a vivere più pienamente, rendendo il mondo più significativo e facendoci percepire vitali, capaci di agire – e la Gioia, quel sentimento di pienezza, di strabordanza di sé, che ci apre ulteriormente alla vita e ci fa vivere intensamente. Siamo sempre, a detta di Spinoza, al cospetto della scelta circa le passioni da coltivare, in quanto possiamo sempre decidere se sostare in quelle tristi o perseguire quelle felici. Per realizzare queste, ecco l’importanza degli incontri adeguati, che aiutano a strutturare la nostra esistenza in maniera conforme al nostro slancio vitale, a quel conatus che collima col progetto esistenziale che ognuno di noi può realizzare autenticamente. Gli incontri opportuni, sostiene Spinoza, aumentano la capacità di agire, mentre quelli inopportuni ottundono il conatus stesso, rendendoci opachi, spenti, abbandonati alla gettatezza del vivere, passivi. Ne consegue che, mediante l’esercizio della ragione – che dota l’uomo della possibilità di scelta – le passioni possono trasformarsi in affetti, dice Spinoza, rendendoci liberi e in grado di partecipare attivamente alla vita. Gli affetti ci aiutano a definire i nostri confini, a conoscerci meglio, a trovare testimoni di Esistenza. Le passioni tristi sono disgreganti, mentre quelle gioiose uniscono, fondandosi su un sostrato di comune riconoscimento e di aiuto reciproco nel far fiorire l’altro. Quindi, per diventare ciò che siamo, coltiviamo gli incontri opportuni, cercando compagni di esistenza e non meri compagni di vita.

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Riflessioni

Filosofia di Bene: la scelta del nome e del logo

“Filosofia di Bene” è il nome che ho scelto per connotare la mia attività di counselor filosofico. L’idea nasce dal gioco col mio cognome (Dibenedetto), ma soprattutto dall’intento che mi sta a cuore: il Bene delle persone. Che cosa è il Bene cui cerco di accompagnare le persone che mi si rivolgono? Diventare ciò che si è, proprio come esprime la frase delle Enneadi di Plotino citata nella Homepage di questo sito.

Penso che oggi il concetto di Bene sia declinato soprattutto come “benessere”. E non ci sarebbe nulla di male in questo se non fosse che, ciò che ne emerge, è un quadro fatto di manuali di self-help che pretendono di insegnarti come stare bene, come raggiungere la felicità, cosa fare per evitare il dolore e raggiungere il tuo fine nel minor tempo possibile. Io credo nella bontà delle intenzioni di queste iniziative, ma non posso evitare di rilevare come in esse sia il risultato a contare più che il percorso per arrivare a quel fatidico “ben(essere)”. Perché in tali proposte manca proprio l’Essere, ossia l’attraversamento – anche faticoso – di se stessi per arrivare a dei risultati duraturi, frutto di applicazione, esercizio e del tentativo di conoscersi veramente. Se si sta male, è bene cercare degli strumenti, dei modi per poter stare meglio, ma spesso si pensa che la scorciatoia del “pronto all’uso” sia la strada giusta per arrivare in fretta all’obiettivo. In questa corsa per uscire dal dolore, dimentichiamo dunque il valore stesso della sofferenza: siamo dotati della capacità di soffrire non a caso, appunto per poter capire che qualcosa nella nostra vita non va. Per cui il dolore non deve essere ottuso, ignorato o superato a piè pari; bisogna invece ascoltarlo, accoglierlo e chiederci cosa voglia dirci. Anche il corpo ci mette in guardia quando qualcosa non va; allo stesso modo la sofferenza interiore ci allerta quando affiora dentro di noi. Quindi, il Bene cui si tende in un percorso di Counseling Filosofico è un fine che deve sostare anche nella sofferenza, che ne riconosce il potenziale. Non possiamo pensare che l’esistenza debba sempre scorrere senza intoppi, senza sofferenza, fisica e interiore. Purtroppo la tendenza imperante oggi è quella del “rimedio” per ogni male, anche dell’anima, del ricorso alla pillola per uscire al più presto da quella sofferenza, per stordirla. Invece, senza inneggiare al masochismo, penso si debba valorizzare la vita nella sua complessità, accettandola ovvero in tutti quegli aspetti che oggi tendono ad essere rimossi, non indagati, taciuti: la sofferenza, la malattia, la vecchiaia, la morte stessa. Viviamo come se non dovessimo mai ammalarci, soffrire, invecchiare o morire. Invece questi elementi compongono la vita in tutta la sua ricchezza. Il Bene che mi preme tiene, dunque, conto di queste sfaccettature dell’esistenza e cerca di dare loro voce.

In maniera funzionale ad emblematizzare tutto ciò, la scelta del logo, che si compone di due elementi: l’infinito e due frecce.

L’infinito è, per me, simbolo dell’inesauribilità di cui ciascuno di noi è portatore. Questo definisce la cornice antropologica entro cui svolgo il mio intervento di counselor filosofico: incontro una persona che, sì mi si apre, che cerco di accogliere – con empatia e assenza di giudizio – nel tentativo di comprendere la sua visione del mondo, ma che mi rimarrà pur sempre oscura per certi versi; quindi sono sempre consapevole del fatto che – e suona paradossale, me ne rendo conto – non potrò mai conoscerla pienamente, perché il linguaggio ha dei limiti, perché ha una storia che non potrò mai ripercorrere pienamente nel tempo che mi sarà concesso per accompagnarla in questo viaggio. Ciò, apparentemente, può risultare frustrante, ma io penso che in questa consapevolezza del limite di accesso all’Altro risieda anche la sua “bellezza”, la sua unicità, che mi porta ad essere attenta a custodire il mistero di cui è portatore. Quindi credo, ermeneuticamente, che l’empatia sia praticabile solo come immedesimazione nell’Altro e mai come completa identificazione, poiché siamo due singoli – unici e irripetibili – che entrano in relazione, che danno vita ad uno scambio altrettanto unico e irripetibile.

Inoltre, ho scelto l’infinito perché – attraversato dall’incrocio delle due frecce che lo compongono –, dà vita ad un “infinito spezzato”, a simboleggiare ciò che – per me – è la cifra esistenziale dell’essere umano: la Finitudine. Siamo inesauribili pur destinati ad “esaurire”, ossia la nostra vita è circoscritta dalla necessità della nascita e della morte. In mezzo, tuttavia, vi è lo spazio della libertà, in cui ciascuno di noi ha la possibilità di vivere in maniera congrua rispetto alla propria statua. Ognuno ha il diritto (e forse anche il dovere) di poter dispiegare se stesso rispetto alla finitezza cui è destinato, tendendo a divenire chi è veramente, in maniera autentica. Spesso non si riesce da soli, per impedimenti e circostanze della vita che è difficile affrontare in solitudine, e il counseling filosofico è una via per poter dipanare la matassa in cui ci sentiamo imbrigliati, ritrovando il bandolo della libertà che ci permette di uscire dall’impasse stesso. Per questo, le frecce partono in due, ma diventano una: si intraprende il cammino di counseling assieme, due finitudini in dialogo (la mia e quella del consultante), ma ad arrivare – nello scambio reciproco – è uno, ossia la persona che abbraccia il percorso. Almeno questo dovrebbe essere il fine della relazione di aiuto: l’autonomia e la chiarificazione del consultante a se stesso, mediante la facilitazione del counselor filosofico che si limita ad accompagnarlo in questo processo di rinascita a se stesso, come un arco che scaglia lontano le proprie frecce. Il singolo che si rivolge al counselor deve essere “scoccato” oltre il rapporto stesso, diventare autonomo e libero di camminare sulle proprie gambe, di cui ha riconquistato padronanza, stabilità, libertà di movimento. E, per quanto sia sempre difficile congedare una persona con cui hai viaggiato tanto intensamente, bisogna lasciarlo andare.

Questa la dichiarazione di intenti sottesa alla scelta del nome e del logo.

 

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Counseling Filosofico

La Cura nel Counseling Filosofico

«La cura risponde a un bisogno essenziale: il bisogno di trovare qualcuno che ci aiuti a divenire quello che possiamo divenire» (Luigina Mortari)

In che senso il Counseling Filosofico cura le persone che se ne avvalgono? Sicuramente – è doveroso precisarlo – non in senso clinico né psicologico. Bisogna, dunque, precisare cosa si intenda per “cura” in questo contesto di relazione di aiuto. Diciamolo subito: più che curare, il counselor filosofico si prende cura della persona che gli si rivolge. E se ne prende cura per accompagnarla in un processo di fioritura. Come un fiore, ognuno di noi ha le potenzialità per divenire ciò che è. La cura che entra in scena in questo rapporto privilegiato con l’unicità del consultante (colui che si rivolge al counselor filosofico) ha come fine quello di accompagnarlo in un processo di conoscenza di sé, in cui vengano ridestate o individuate le risorse di cui egli è portatore. Quindi è una cura che non insegna nulla, che non spiega e non mostra strategie, bensì accoglie e cerca di comprendere la singolarità di cui ciascuno di noi è depositario. Non a caso il mito di Igino, citato all’inizio di Essere e Tempo di Heidegger, pone al centro della condizione umana la Cura:

«La Cura, mentre attraversava un fiume, scorse del fango argilloso, lo prese pensosa e cominciò a modellare un uomo. Mentre considerava tra sé e sé che cosa avesse fatto, sopraggiunse Giove; la Cura lo pregò di infondere lo spirito nell’uomo; Giove acconsentì volentieri. Ma siccome l’Inquietudine pretendeva di dargli il proprio nome, Giove glielo proibì e disse che invece bisognava dargli il suo. Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, si fece avanti anche la Terra, e sosteneva che bisognava imporgli il suo nome, dal momento che essa aveva fornito il proprio corpo per plasmarlo. Allora presero come giudice Saturno, il quale comunicò ai contendenti tale giusta decisione: “Tu, Giove, poiché infondesti lo spirito, dopo la morte dell’uomo riceverai la sua anima; tu, Terra, dato che fornisti la materia, riprenderai il suo corpo; ma poiché fu la Cura che lo ha modellato per prima, lo possieda per tutta la vita. Per quanto concerne la controversia sul nome, sia chiamato homo, perché fu creato dall’humus”».

Questa è l’origine dell’uomo, che – durante tutta la sua esistenza – è affidato alla Cura. Se ci pensiamo, ciò è riscontrabile sin dai nostri primi attimi di vita: appena veniamo al mondo, nostra madre si prende cura di noi; senza il suo accudimento, non potremmo sopravvivere. Fin dall’inizio, siamo dunque esseri bisognosi. E il bisogno è la prima sfaccettatura della Cura che, in questo caso è merimna: cura come preoccupazione atta a conservare la vita. In greco, infatti, ci sono diverse parole che esprimono questo concetto e noi possiamo utilizzarle – come suggeritoci dalla filosofa Luigina Mortari – per dipanare le varie sfumature di questo esistenziale, facendo una sorta di fenomenologia della Cura stessa all’interno della relazione di aiuto che il Counseling Filosofico è. Oltre che merimna (cura conservativa e tutelante), la Cura è anche epimeleia, ossia quella forma di attenzione che fa fiorire l’essere, che accompagna la persona a reperire la propria linfa e a seguire, da sé, il proprio demone interiore. Infine la Cura è anche therapeia, ossia riparatrice delle ferite dell’essere perché, il processo di conoscenza di sé che è in atto nel Counseling Filosofico, porta con sé – con la necessaria sofferenza dei dolori di un parto (quello del consultante a se stesso) – la soluzione di quei nodi problematici, di quelle domande esistenziali per cui il percorso è iniziato.

Il counselor filosofico è una sorta di caronte, che accompagna la persona sulla nave della Cura; le sta accanto, la stimola per facilitarne la chiarificazione, senza indirizzare o consigliare. Si prende cura appunto di lei, come l’accezione del verbo latino consuloĕre da cui deriva il termine “counseling”, che non vuol dire “consigliare” o “consolare” – come molti credono – bensì proprio “andare in aiuto” e “prendersi cura di”. In maniera coerente alla maieutica socratica, il counselor filosofico si pone rispetto al consultante come una levatrice: lo aiuta a tirar fuori ciò che è già dentro di lui, nonostante le doglie del parto. La nascita è quella dell’individuo a se stesso, una sorta di palingenesi, di fioritura appunto, non nel solco di una rottura rispetto alla circostanza dolorosa per cui gli si è rivolto, bensì di una ripresa risignificata della sua esistenza, che – tramite la conoscenza di sé acquisita – gli consenta di gettare una luce retrospettiva su di sé, su ciò che è stato e che sarà in virtù di questa chiarificazione. La Cura è, dunque, volta a rendere autonomo e responsabile il consultante, che così potrà procedere da solo a portare avanti il suo progetto esistenziale, tendendo a realizzare se stesso. È epimèleia heautoù, o cura sui nella versione latina: cura di sé facilitata inizialmente dalla persona del counselor filosofico, e poi pratica autonoma attraverso cui ciascuno possa tendere a divenire ciò che è. Uno stile di vita, insomma, cui si può essere introdotti attraverso il Conosci te stesso! socratico.

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Angoscia esistenziale

La depressione esistenziale

«Chi ha dolori e preoccupazioni sa perché è triste e preoccupato. Se si domanda a un malinconico quale ragione egli abbia per esser così, cosa gli pesa, risponderà che non lo sa, che non lo può spiegare. In questo consiste lo sconfinato orizzonte della malinconia».

(Søren Kierkegaard, Aut-Aut)

Un tempo non esisteva la parola “depressione”, eppure essa rappresenta una modalità di essere al mondo in cui prima o poi capita di incappare nella vita. Si parlava, dunque, di melancholia (μελαγχολία, Ippocrate), di umor nero, accidia, hypondria vaga (come diceva Kant). La filosofia sa molto bene cosa sia quell’isterismo dello spirito (secondo la formulazione kierkegaardiana) proprio perché l’esistenza spesso e volentieri si colora di “nero”. Il termine “depressione” approda in ambito clinico nel 1856 ad opera dello psichiatra francese Louis Jean Francois Delasiauve e diventa di pertinenza della medicina psichiatrica con Emil Kraepelin. Si pensa dunque che la depressione sia di competenza del cosiddetto mondo “psic”. E così è e così deve essere. Ma noi qui non parliamo di depressione in senso clinico (che deve essere curata appunto dagli specialisti psic-), bensì di depressione esistenziale, ossia di quella espressione di un malessere esistenziale senza causa, che spesso attanaglia le persone, impedendo loro di procedere nella vita.; ossia una depressione non patologica, che può tuttavia sfociare in patologia se non opportunamente riconosciuta e affrontata. In questo caso è opportuno che il counselor filosofico si fermi e deleghi la cura della persona a chi di dovere, quindi a uno psicologo o a uno psichiatra, con i quali – al limite – può lavorare in sinergia, in maniera coerente alla centralità del consultante e del suo benessere. Se il Counseling Filosofico interviene in modo preventivo rispetto alla depressione patologica, può invece occuparsi di quella dimensione di malessere esistenziale pervadente che è la depressione esistenziale, proprio come i filosofi facevano quando i saperi – del corpo e dell’anima – convergevano nell’unica figura del filosofo, che era sì tale ma anche medico, in virtù dell’originaria vocazione terapeutica della filosofia come cura sui.

Ma che cos’è, dunque, la depressione esistenziale di cui si occupa il Counseling Filosofico? Per definirla, possiamo individuare non una sintomatologia, bensì una fenomenologia, ossia esplicitarne le manifestazioni:

  • angoscia esistenziale. Essa è ben distinta sia dalla paura che dall’ansia. Se queste hanno una causa esterna, spesso riscontrabile da chi le avverte, l’angoscia esistenziale invece è quella inquietudine pervadente che si prova senza sapere perché; tale mancanza di un motivo scatenante ben preciso, amplifica l’inquietudine, poiché essa pare immotivata in assenza di cause chiare e distinte, fa sentire l’individuo delegittimato nel proprio malessere, quasi un malato immaginario (per questo Kant parlava di hypondria vaga);
  • sentimento del Nulla. La depressione esistenziale scaturisce spesso dalla presa di coscienza del limite per eccellenza: la Morte. Se l’individuo non è supportato da una visione religiosa – ma anche in parallelo al credere in una vita dopo questa –, può entrare in crisi e avvertire l’incombenza del Nulla, della fine cui siamo votati; questa presa di coscienza può svuotare di significato la vita, rendendo vacuo ogni sforzo, privo di significato; disperazione e abulìa sono epifenomeni di tale constatazione;
  • derealizzazione e deresponsabilizzazione. Connesse alle manifestazioni precedenti, queste impressioni accompagnano spesso chi soffre di depressione esistenziale: “se tutto è vano ed è votato a finire, che senso ha continuare? Che senso ha la vita? Tanto vale evitare di faticare e lasciarsi andare”; ci si sente esonerati dalla ricerca di un Senso della vita (perché essa non ce l’ha, visto che tutto finirà) e dal senso di responsabilità, verso se stessi e verso gli altri;
  • vertigine, malinconia e insonnia. Dato quanto sopra, si prova un sentimento di sgomento di fronte alla vacuità dell’esistenza, al cospetto del Nulla (vertigine); la tonalità preponderante è quella di un’astenica malinconia, ci si sente svogliati, visto che niente ha senso; il sonno è disturbato o impedito a causa dell’emersione del pensiero dominante magari ricacciato a fatica, mascherato dalla routine quotidiana;
  • impressione di inautenticità e incongruenza. Quando si prende coscienza di determinati aspetti dell’esistenza, il depresso esistenziale può realizzare di vivere una vita che non ha scelto, che non tiene conto di chi sia veramente; ha l’impressione di essere una comparsa nella propria esistenza, che questa sia stata decisa da altri o dal caso; si percepisce come falso e non autentico; si pensa che tutto quello che è stato fatto non coincida con quello che abbiamo scoperto di essere e volere (incongruenza tra sé reale e sé ideale).

Queste, a grandi linee, sono le manifestazioni della depressione esistenziale, che a volte può essere catalizzata da fattori esterni (una malattia, un lutto, ad esempio), ma che a volte è frutto di una naturale inclinazione introspettiva dell’individuo. Essa è, comunque, un’opportunità fondamentale di esistenza autentica. Costa molto dolore e fatica attraversare anche solo uno dei momenti sopra descritti; eppure questo comporta un’occasione per rimettere in gioco la propria esistenza.

Il Counseling Filosofico può aiutare a risignificare la presa di coscienza derivante dai vissuti di depressione esistenziale, catalizzando processi di chiarificazione e di conoscenza di sé, in modo che si possa mettere a frutto quello che, in apparenza, è un vicolo cieco, ma che in realtà è un’opportunità per costruire se stessi, in maniera congrua rispetto alla propria unicità.

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Counseling Filosofico

Il dialogo interiore

«Il pensiero è il discorso che l’anima fa con se stessa»

Da cosa nasce la Filosofia se non da un dialogo interiore? Se ci facciamo caso, il pensiero si mette in moto nel momento in cui incappa in qualcosa che lo interpella; la vita ci pone di fronte a domande costantemente e così iniziamo a riflettere, a dialogare con noi stessi…

Quando pensiamo, però, al dialogo solitamente presupponiamo la presenza di un interlocutore, un ipotetico “altro” con cui portare avanti lo scambio. Eppure l’Altro, in primis, è quello che è dentro di noi; basti pensare a tutti gli aspetti della nostra identità che emergono durante i sogni, ai momenti di difficoltà in cui non riusciamo a trovare una soluzione, a ciò che ci getta in crisi, a tutto quello che non conosciamo di noi. L’implicito è una forma di alterità interiore. Per cui possiamo dialogare anche con noi stessi, al fine di colmare quel bisogno di chiarificazione personale che ci prepara ad accogliere anche l’altro al di fuori di noi: le altre persone. Siamo fatti di autorelazione e di eterorelazione. Quindi dobbiamo prenderci cura di noi anche sul primo fronte, cercando di dare voce al dialogo interiore.

Ma a cosa serve il dialogo interiore? Nell’ottica del Conosci te stesso! dell’oracolo delfico, possiamo diventare interlocutori di noi stessi, interpellarci per comprendere chi siamo, come reagiamo agli eventi della vita, cosa proviamo, pensiamo, speriamo, etc. Un ottimo strumento per il dialogo interiore è quello della narrazione del sé, tecnica che passa attraverso la pratica autobiografica, di retaggio stoico: diari, quaderni su cui appuntare intuizioni, riflessioni e vissuti, supporti anche digitali su cui magari fissare pensieri, considerazioni, eventi che ci hanno particolarmente colpito, etc. Scrivere ci permette di dialogare con noi stessi, di guardare con la dovuta distanza ciò che, dentro di noi, appare rimescolato, informe, confuso. È una via di accesso alla chiarezza individuale e alla consapevolezza.

La filosofia e la letteratura ci offrono diversi esempi di dialogo interiore esternato su carta, quella stessa carta su cui si riversa l’Altro dentro di noi, che ce lo fa guardare negli occhi, operando un distanziamento tra i nostri vissuti e la nostra riflessione. Basti pensare alle Confessioni di S. Agostino, ai Pensieri di Pascal, alle Meditazioni metafisiche di Cartesio, agli Essays di Montaigne, alla Ricerca del tempo perduto di Proust, etc. Agostino aveva intuito la chiave per pervenire alla Verità (intendendo questa come conoscenza di sé): Noli foras ire! Non uscire fuori da te stesso per reperirla; ovvero, se vuoi tendere al raggiungimento della tua Verità, parti da te medesimo, poiché – conoscendoti – puoi capire da che parte andare. Chi non si conosce, difatti, è in balìa della verità altrui, non sa distinguere cosa voglia veramente, si presta a lasciarsi pilotare dal volere altrui, e tale eteronomia conduce alla perdita di se stessi. Invece il coraggio di sapere – come diceva Kant: Sapere Aude! – ci avvicina a noi stessi. Non dobbiamo avere, dunque, timore di entrare dentro di noi, anzi: il dialogo interiore è un primo strumento per aver cura di sé, approfondendo la conoscenza di ciò che abita nel nostro intimo.

Inoltre, il dialogo interiore, è un modo per coltivare la nostra identità in quanto consente di rammentare, ossia di riportare alla mente: scrivendo e poi rileggendo, torniamo a quel passato di cui siamo fatti, reperendo spesso nuovi significati. I ricordi mutano gli eventi nel momento in cui li si rievoca, e questa capacità di risignificare ciò che siamo stati e che abbiamo vissuto può essere alimentata proprio dal dialogo interiore, che è un modo per conservare e rintracciare nuovi orizzonti di senso.

Se, infine, non siamo inclini alla scrittura, possiamo praticare il dialogo interiore seguendo la lezione delle scuole ellenistiche. Stoici, scettici ed epicurei erano difatti soliti praticare l’autorelazione mediante determinati esercizi spirituali, forme di meditazione che consentivano alla persona del filosofo di fare un bilancio della giornata trascorsa, ad esempio, come la distensio animi, o ancora la lettura, che consente di confrontarsi con il pensiero altrui, di riflettere e assimilare ciò che può essere coerente rispetto al nostro modo di intendere la vita o che ci sprona a rivederlo, etc. Diverse sono, insomma, le declinazioni degli esercizi spirituali in cui si esprime l’attenzione a sé insita nel dialogo interiore, una forma di vigilanza secondo gli stoici che ci permette di essere sempre in ascolto di noi stessi e di approfondire la nostra conoscenza. Se ci conosciamo, possiamo scolpire la nostra statua. Come ci ricorda Plotino, questa è già contenuta nel marmo; basta lavorare di scalpello e, un modo a portata di mano per togliere il superfluo, è proprio il dialogo interiore.

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Riflessioni

Corpo e anima

«L’intero dell’uomo è il suo corpo insieme con la sua anima. Infatti, è proprio dall’anima che derivano all’uomo i più grandi mali, così come i più grandi beni» (Giovanni Reale, La filosofia di Seneca come terapia dei mali dell’anima) 

Diverse volte, in queste pagine, viene fatto riferimento alla dicotomia corpo/anima, sempre con l’intento di sottolineare come, all’interno del Counseling Filosofico, si cerchi di tenere presenti entrambi gli elementi. Ma questo non è solo un intento funzionale alla presa in carico della complessità di cui ogni consultante è portatore, bensì è anche l’esternazione di una visione antropologica ben precisa che fa da sfondo alla relazione di aiuto in sé. Il consultante con cui ci si rapporta è un unicum, di cui corpo e anima non sono che parole diverse per esprimere aspetti della stessa cosa: la Persona. E, come afferma Reale nel passo in esergo, la Persona è l’Intero. Eppure, per ragioni linguistiche e culturali, siamo portati a precisare che il counselor filosofico si occupa dell’anima del cliente che gli si rivolge, del suo spirito… Quindi, quasi tutte le persone che incontro, soffrono per esigenze “spirituali”, legate alla loro anima… Tuttavia, quando il percorso funziona, ci si rende conto di come l’anima sia strettamente legata al corpo, per cui l’interconnessione tra i due elementi – anche se dovessimo continuare a reputarli come entità indipendenti l’una dall’altro – è tangibile: se sta bene la psyché (anima), sta bene anche il soma (corpo) e viceversa. In quest’ultimo caso, ci accorgiamo di quanto la salute del corpo sia fondamentale per il nostro umore: anche solo un mal di testa può influire sul nostro stato, sul modo in cui affrontiamo una giornata.

Ma andiamo alle radici culturali del dualismo in cui inevitabilmente ci muoviamo. Perché anche questa consapevolezza gnoseologica può aiutare a orientarci meglio nel mondo e nella visione che abbiamo di noi stessi. Non vogliamo, quindi, indottrinare né invitare ad un cambio di prospettiva, solo informare delle ragioni culturali che ci spingono a usare due termini diversi per indicare aspetti della stessa realtà (umana). Perché anche a questo serve la filosofia: comprendere da dove derivino certe convinzioni su cui si regge la vita di ciascuno di noi.

Nella filosofia greca, possiamo rintracciare due atteggiamenti differenti rispetto al reale, volti a conciliare l’ineludibilità del divenire – cui tutto è sottoposto – con la permanenza dell’essere. Da una parte, dunque, Eraclito, che afferma che tutto cambia (panta rei), dall’altra Parmenide, l’assertore di ciò che dura:

«l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere».

È sempre stato difficile, insomma, giustificare la copresenza del mutamento e dell’identità. Pensiamo a noi, ad esempio. Al cospetto di una foto di qualche anno fa, è inevitabile constatare che siamo cambiati, ma è altrettanto impossibile dubitare del fatto che – nonostante le rughe, il colore dei capelli mutato e i chili in più – quelli siamo pur sempre noi. Platone ha cercato di ovviare a ciò attingendo alla tradizione orfico-pitagorica, affermando così l’esistenza di un mondo ideale e di un mondo materiale: il regno delle idee è ciò cui tornerà l’anima una volta che i mutamenti si compiranno in quello finale costituito dalla Morte. Ciò comporta che ad essere interessato dal divenire e dai cambiamenti sia il corpo, e che l’anima invece superi questi stessi mutamenti rimanendo se stessa, sempre identica, incorruttibile. Per questo il corpo è inteso come sema, ossia come prigione dell’anima. Ne è derivata una visione denigratoria nei confronti di tutto ciò che ha a che fare col corporeo, con il materiale, e – per converso – un’esaltazione dell’anima come elemento autentico e superiore rispetto al suo compare terreno, diciamo. Tale Weltanschauung è confluita anche nel Cristianesimo, e persino il padre della scienza moderna, Cartesio, ha confermato il dualismo corpo-anima parlando di res cogitans e res extensa. Eppure anche il pensatore francese sentì l’esigenza di unire questi due aspetti della realtà individuando nella ghiandola pineale il luogo fisico del loro incontro. Forse, da questa intuizione, sono scaturite le conquiste delle neuroscienze attuali, che dobbiamo tenere presenti non tanto per dimostrare la fondatezza del materialismo (che pensa che tutto si risolva nella materia e che, una volta esaurita questa, nulla più esista), quanto per gli importanti stimoli riflessivi offertici da esse circa la complessità di cui siamo fatti, l’unicum che siamo e di cui bisogna tenere conto all’interno di una relazione di aiuto.

Nonostante queste scoperte scientifiche provino l’interrelazione di ciò che siamo soliti chiamare “corpo” e di ciò che definiamo “anima”, oggi la tendenza imperante è quella di parcellizzare l’individuo, che – ad esempio – nel contesto clinico viene visto come organo da curare, come mero Körper (corpo-cosa, oggetto delle scienze), mentre un medico dovrebbe tener conto anche del Leib (corpo vivente) di colui che ha di fronte, che è appunto Persona. Essa ha dunque una storia, e la storia di ciascuno di noi è frutto di elementi materiali e immateriali, corporei e psichici, desideri, sogni, aspirazioni, progetti, esperienze, sofferenze, gioie, relazioni… di tutto ciò che rende la vita tale, insomma. Quindi, nel momento in cui si è in un contesto di Cura, bisogna badare a questa complessità di cui ognuno è portatore, ponendo attenzione ai suddetti aspetti dell’esistenza, a tutto ciò che – per abitudine culturale – siamo soliti chiamare “anima” e “corpo”: l’Intero.