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Counseling Filosofico

La Cura nel Counseling Filosofico

«La cura risponde a un bisogno essenziale: il bisogno di trovare qualcuno che ci aiuti a divenire quello che possiamo divenire» (Luigina Mortari)

In che senso il Counseling Filosofico cura le persone che se ne avvalgono? Sicuramente – è doveroso precisarlo – non in senso clinico né psicologico. Bisogna, dunque, precisare cosa si intenda per “cura” in questo contesto di relazione di aiuto. Diciamolo subito: più che curare, il counselor filosofico si prende cura della persona che gli si rivolge. E se ne prende cura per accompagnarla in un processo di fioritura. Come un fiore, ognuno di noi ha le potenzialità per divenire ciò che è. La cura che entra in scena in questo rapporto privilegiato con l’unicità del consultante (colui che si rivolge al counselor filosofico) ha come fine quello di accompagnarlo in un processo di conoscenza di sé, in cui vengano ridestate o individuate le risorse di cui egli è portatore. Quindi è una cura che non insegna nulla, che non spiega e non mostra strategie, bensì accoglie e cerca di comprendere la singolarità di cui ciascuno di noi è depositario. Non a caso il mito di Igino, citato all’inizio di Essere e Tempo di Heidegger, pone al centro della condizione umana la Cura:

«La Cura, mentre attraversava un fiume, scorse del fango argilloso, lo prese pensosa e cominciò a modellare un uomo. Mentre considerava tra sé e sé che cosa avesse fatto, sopraggiunse Giove; la Cura lo pregò di infondere lo spirito nell’uomo; Giove acconsentì volentieri. Ma siccome l’Inquietudine pretendeva di dargli il proprio nome, Giove glielo proibì e disse che invece bisognava dargli il suo. Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, si fece avanti anche la Terra, e sosteneva che bisognava imporgli il suo nome, dal momento che essa aveva fornito il proprio corpo per plasmarlo. Allora presero come giudice Saturno, il quale comunicò ai contendenti tale giusta decisione: “Tu, Giove, poiché infondesti lo spirito, dopo la morte dell’uomo riceverai la sua anima; tu, Terra, dato che fornisti la materia, riprenderai il suo corpo; ma poiché fu la Cura che lo ha modellato per prima, lo possieda per tutta la vita. Per quanto concerne la controversia sul nome, sia chiamato homo, perché fu creato dall’humus”».

Questa è l’origine dell’uomo, che – durante tutta la sua esistenza – è affidato alla Cura. Se ci pensiamo, ciò è riscontrabile sin dai nostri primi attimi di vita: appena veniamo al mondo, nostra madre si prende cura di noi; senza il suo accudimento, non potremmo sopravvivere. Fin dall’inizio, siamo dunque esseri bisognosi. E il bisogno è la prima sfaccettatura della Cura che, in questo caso è merimna: cura come preoccupazione atta a conservare la vita. In greco, infatti, ci sono diverse parole che esprimono questo concetto e noi possiamo utilizzarle – come suggeritoci dalla filosofa Luigina Mortari – per dipanare le varie sfumature di questo esistenziale, facendo una sorta di fenomenologia della Cura stessa all’interno della relazione di aiuto che il Counseling Filosofico è. Oltre che merimna (cura conservativa e tutelante), la Cura è anche epimeleia, ossia quella forma di attenzione che fa fiorire l’essere, che accompagna la persona a reperire la propria linfa e a seguire, da sé, il proprio demone interiore. Infine la Cura è anche therapeia, ossia riparatrice delle ferite dell’essere perché, il processo di conoscenza di sé che è in atto nel Counseling Filosofico, porta con sé – con la necessaria sofferenza dei dolori di un parto (quello del consultante a se stesso) – la soluzione di quei nodi problematici, di quelle domande esistenziali per cui il percorso è iniziato.

Il counselor filosofico è una sorta di caronte, che accompagna la persona sulla nave della Cura; le sta accanto, la stimola per facilitarne la chiarificazione, senza indirizzare o consigliare. Si prende cura appunto di lei, come l’accezione del verbo latino consuloĕre da cui deriva il termine “counseling”, che non vuol dire “consigliare” o “consolare” – come molti credono – bensì proprio “andare in aiuto” e “prendersi cura di”. In maniera coerente alla maieutica socratica, il counselor filosofico si pone rispetto al consultante come una levatrice: lo aiuta a tirar fuori ciò che è già dentro di lui, nonostante le doglie del parto. La nascita è quella dell’individuo a se stesso, una sorta di palingenesi, di fioritura appunto, non nel solco di una rottura rispetto alla circostanza dolorosa per cui gli si è rivolto, bensì di una ripresa risignificata della sua esistenza, che – tramite la conoscenza di sé acquisita – gli consenta di gettare una luce retrospettiva su di sé, su ciò che è stato e che sarà in virtù di questa chiarificazione. La Cura è, dunque, volta a rendere autonomo e responsabile il consultante, che così potrà procedere da solo a portare avanti il suo progetto esistenziale, tendendo a realizzare se stesso. È epimèleia heautoù, o cura sui nella versione latina: cura di sé facilitata inizialmente dalla persona del counselor filosofico, e poi pratica autonoma attraverso cui ciascuno possa tendere a divenire ciò che è. Uno stile di vita, insomma, cui si può essere introdotti attraverso il Conosci te stesso! socratico.

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Angoscia esistenziale

La depressione esistenziale

«Chi ha dolori e preoccupazioni sa perché è triste e preoccupato. Se si domanda a un malinconico quale ragione egli abbia per esser così, cosa gli pesa, risponderà che non lo sa, che non lo può spiegare. In questo consiste lo sconfinato orizzonte della malinconia».

(Søren Kierkegaard, Aut-Aut)

Un tempo non esisteva la parola “depressione”, eppure essa rappresenta una modalità di essere al mondo in cui prima o poi capita di incappare nella vita. Si parlava, dunque, di melancholia (μελαγχολία, Ippocrate), di umor nero, accidia, hypondria vaga (come diceva Kant). La filosofia sa molto bene cosa sia quell’isterismo dello spirito (secondo la formulazione kierkegaardiana) proprio perché l’esistenza spesso e volentieri si colora di “nero”. Il termine “depressione” approda in ambito clinico nel 1856 ad opera dello psichiatra francese Louis Jean Francois Delasiauve e diventa di pertinenza della medicina psichiatrica con Emil Kraepelin. Si pensa dunque che la depressione sia di competenza del cosiddetto mondo “psic”. E così è e così deve essere. Ma noi qui non parliamo di depressione in senso clinico (che deve essere curata appunto dagli specialisti psic-), bensì di depressione esistenziale, ossia di quella espressione di un malessere esistenziale senza causa, che spesso attanaglia le persone, impedendo loro di procedere nella vita.; ossia una depressione non patologica, che può tuttavia sfociare in patologia se non opportunamente riconosciuta e affrontata. In questo caso è opportuno che il counselor filosofico si fermi e deleghi la cura della persona a chi di dovere, quindi a uno psicologo o a uno psichiatra, con i quali – al limite – può lavorare in sinergia, in maniera coerente alla centralità del consultante e del suo benessere. Se il Counseling Filosofico interviene in modo preventivo rispetto alla depressione patologica, può invece occuparsi di quella dimensione di malessere esistenziale pervadente che è la depressione esistenziale, proprio come i filosofi facevano quando i saperi – del corpo e dell’anima – convergevano nell’unica figura del filosofo, che era sì tale ma anche medico, in virtù dell’originaria vocazione terapeutica della filosofia come cura sui.

Ma che cos’è, dunque, la depressione esistenziale di cui si occupa il Counseling Filosofico? Per definirla, possiamo individuare non una sintomatologia, bensì una fenomenologia, ossia esplicitarne le manifestazioni:

  • angoscia esistenziale. Essa è ben distinta sia dalla paura che dall’ansia. Se queste hanno una causa esterna, spesso riscontrabile da chi le avverte, l’angoscia esistenziale invece è quella inquietudine pervadente che si prova senza sapere perché; tale mancanza di un motivo scatenante ben preciso, amplifica l’inquietudine, poiché essa pare immotivata in assenza di cause chiare e distinte, fa sentire l’individuo delegittimato nel proprio malessere, quasi un malato immaginario (per questo Kant parlava di hypondria vaga);
  • sentimento del Nulla. La depressione esistenziale scaturisce spesso dalla presa di coscienza del limite per eccellenza: la Morte. Se l’individuo non è supportato da una visione religiosa – ma anche in parallelo al credere in una vita dopo questa –, può entrare in crisi e avvertire l’incombenza del Nulla, della fine cui siamo votati; questa presa di coscienza può svuotare di significato la vita, rendendo vacuo ogni sforzo, privo di significato; disperazione e abulìa sono epifenomeni di tale constatazione;
  • derealizzazione e deresponsabilizzazione. Connesse alle manifestazioni precedenti, queste impressioni accompagnano spesso chi soffre di depressione esistenziale: “se tutto è vano ed è votato a finire, che senso ha continuare? Che senso ha la vita? Tanto vale evitare di faticare e lasciarsi andare”; ci si sente esonerati dalla ricerca di un Senso della vita (perché essa non ce l’ha, visto che tutto finirà) e dal senso di responsabilità, verso se stessi e verso gli altri;
  • vertigine, malinconia e insonnia. Dato quanto sopra, si prova un sentimento di sgomento di fronte alla vacuità dell’esistenza, al cospetto del Nulla (vertigine); la tonalità preponderante è quella di un’astenica malinconia, ci si sente svogliati, visto che niente ha senso; il sonno è disturbato o impedito a causa dell’emersione del pensiero dominante magari ricacciato a fatica, mascherato dalla routine quotidiana;
  • impressione di inautenticità e incongruenza. Quando si prende coscienza di determinati aspetti dell’esistenza, il depresso esistenziale può realizzare di vivere una vita che non ha scelto, che non tiene conto di chi sia veramente; ha l’impressione di essere una comparsa nella propria esistenza, che questa sia stata decisa da altri o dal caso; si percepisce come falso e non autentico; si pensa che tutto quello che è stato fatto non coincida con quello che abbiamo scoperto di essere e volere (incongruenza tra sé reale e sé ideale).

Queste, a grandi linee, sono le manifestazioni della depressione esistenziale, che a volte può essere catalizzata da fattori esterni (una malattia, un lutto, ad esempio), ma che a volte è frutto di una naturale inclinazione introspettiva dell’individuo. Essa è, comunque, un’opportunità fondamentale di esistenza autentica. Costa molto dolore e fatica attraversare anche solo uno dei momenti sopra descritti; eppure questo comporta un’occasione per rimettere in gioco la propria esistenza.

Il Counseling Filosofico può aiutare a risignificare la presa di coscienza derivante dai vissuti di depressione esistenziale, catalizzando processi di chiarificazione e di conoscenza di sé, in modo che si possa mettere a frutto quello che, in apparenza, è un vicolo cieco, ma che in realtà è un’opportunità per costruire se stessi, in maniera congrua rispetto alla propria unicità.

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Counseling Filosofico

Il dialogo interiore

«Il pensiero è il discorso che l’anima fa con se stessa»

Da cosa nasce la Filosofia se non da un dialogo interiore? Se ci facciamo caso, il pensiero si mette in moto nel momento in cui incappa in qualcosa che lo interpella; la vita ci pone di fronte a domande costantemente e così iniziamo a riflettere, a dialogare con noi stessi…

Quando pensiamo, però, al dialogo solitamente presupponiamo la presenza di un interlocutore, un ipotetico “altro” con cui portare avanti lo scambio. Eppure l’Altro, in primis, è quello che è dentro di noi; basti pensare a tutti gli aspetti della nostra identità che emergono durante i sogni, ai momenti di difficoltà in cui non riusciamo a trovare una soluzione, a ciò che ci getta in crisi, a tutto quello che non conosciamo di noi. L’implicito è una forma di alterità interiore. Per cui possiamo dialogare anche con noi stessi, al fine di colmare quel bisogno di chiarificazione personale che ci prepara ad accogliere anche l’altro al di fuori di noi: le altre persone. Siamo fatti di autorelazione e di eterorelazione. Quindi dobbiamo prenderci cura di noi anche sul primo fronte, cercando di dare voce al dialogo interiore.

Ma a cosa serve il dialogo interiore? Nell’ottica del Conosci te stesso! dell’oracolo delfico, possiamo diventare interlocutori di noi stessi, interpellarci per comprendere chi siamo, come reagiamo agli eventi della vita, cosa proviamo, pensiamo, speriamo, etc. Un ottimo strumento per il dialogo interiore è quello della narrazione del sé, tecnica che passa attraverso la pratica autobiografica, di retaggio stoico: diari, quaderni su cui appuntare intuizioni, riflessioni e vissuti, supporti anche digitali su cui magari fissare pensieri, considerazioni, eventi che ci hanno particolarmente colpito, etc. Scrivere ci permette di dialogare con noi stessi, di guardare con la dovuta distanza ciò che, dentro di noi, appare rimescolato, informe, confuso. È una via di accesso alla chiarezza individuale e alla consapevolezza.

La filosofia e la letteratura ci offrono diversi esempi di dialogo interiore esternato su carta, quella stessa carta su cui si riversa l’Altro dentro di noi, che ce lo fa guardare negli occhi, operando un distanziamento tra i nostri vissuti e la nostra riflessione. Basti pensare alle Confessioni di S. Agostino, ai Pensieri di Pascal, alle Meditazioni metafisiche di Cartesio, agli Essays di Montaigne, alla Ricerca del tempo perduto di Proust, etc. Agostino aveva intuito la chiave per pervenire alla Verità (intendendo questa come conoscenza di sé): Noli foras ire! Non uscire fuori da te stesso per reperirla; ovvero, se vuoi tendere al raggiungimento della tua Verità, parti da te medesimo, poiché – conoscendoti – puoi capire da che parte andare. Chi non si conosce, difatti, è in balìa della verità altrui, non sa distinguere cosa voglia veramente, si presta a lasciarsi pilotare dal volere altrui, e tale eteronomia conduce alla perdita di se stessi. Invece il coraggio di sapere – come diceva Kant: Sapere Aude! – ci avvicina a noi stessi. Non dobbiamo avere, dunque, timore di entrare dentro di noi, anzi: il dialogo interiore è un primo strumento per aver cura di sé, approfondendo la conoscenza di ciò che abita nel nostro intimo.

Inoltre, il dialogo interiore, è un modo per coltivare la nostra identità in quanto consente di rammentare, ossia di riportare alla mente: scrivendo e poi rileggendo, torniamo a quel passato di cui siamo fatti, reperendo spesso nuovi significati. I ricordi mutano gli eventi nel momento in cui li si rievoca, e questa capacità di risignificare ciò che siamo stati e che abbiamo vissuto può essere alimentata proprio dal dialogo interiore, che è un modo per conservare e rintracciare nuovi orizzonti di senso.

Se, infine, non siamo inclini alla scrittura, possiamo praticare il dialogo interiore seguendo la lezione delle scuole ellenistiche. Stoici, scettici ed epicurei erano difatti soliti praticare l’autorelazione mediante determinati esercizi spirituali, forme di meditazione che consentivano alla persona del filosofo di fare un bilancio della giornata trascorsa, ad esempio, come la distensio animi, o ancora la lettura, che consente di confrontarsi con il pensiero altrui, di riflettere e assimilare ciò che può essere coerente rispetto al nostro modo di intendere la vita o che ci sprona a rivederlo, etc. Diverse sono, insomma, le declinazioni degli esercizi spirituali in cui si esprime l’attenzione a sé insita nel dialogo interiore, una forma di vigilanza secondo gli stoici che ci permette di essere sempre in ascolto di noi stessi e di approfondire la nostra conoscenza. Se ci conosciamo, possiamo scolpire la nostra statua. Come ci ricorda Plotino, questa è già contenuta nel marmo; basta lavorare di scalpello e, un modo a portata di mano per togliere il superfluo, è proprio il dialogo interiore.

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Riflessioni

Corpo e anima

«L’intero dell’uomo è il suo corpo insieme con la sua anima. Infatti, è proprio dall’anima che derivano all’uomo i più grandi mali, così come i più grandi beni» (Giovanni Reale, La filosofia di Seneca come terapia dei mali dell’anima) 

Diverse volte, in queste pagine, viene fatto riferimento alla dicotomia corpo/anima, sempre con l’intento di sottolineare come, all’interno del Counseling Filosofico, si cerchi di tenere presenti entrambi gli elementi. Ma questo non è solo un intento funzionale alla presa in carico della complessità di cui ogni consultante è portatore, bensì è anche l’esternazione di una visione antropologica ben precisa che fa da sfondo alla relazione di aiuto in sé. Il consultante con cui ci si rapporta è un unicum, di cui corpo e anima non sono che parole diverse per esprimere aspetti della stessa cosa: la Persona. E, come afferma Reale nel passo in esergo, la Persona è l’Intero. Eppure, per ragioni linguistiche e culturali, siamo portati a precisare che il counselor filosofico si occupa dell’anima del cliente che gli si rivolge, del suo spirito… Quindi, quasi tutte le persone che incontro, soffrono per esigenze “spirituali”, legate alla loro anima… Tuttavia, quando il percorso funziona, ci si rende conto di come l’anima sia strettamente legata al corpo, per cui l’interconnessione tra i due elementi – anche se dovessimo continuare a reputarli come entità indipendenti l’una dall’altro – è tangibile: se sta bene la psyché (anima), sta bene anche il soma (corpo) e viceversa. In quest’ultimo caso, ci accorgiamo di quanto la salute del corpo sia fondamentale per il nostro umore: anche solo un mal di testa può influire sul nostro stato, sul modo in cui affrontiamo una giornata.

Ma andiamo alle radici culturali del dualismo in cui inevitabilmente ci muoviamo. Perché anche questa consapevolezza gnoseologica può aiutare a orientarci meglio nel mondo e nella visione che abbiamo di noi stessi. Non vogliamo, quindi, indottrinare né invitare ad un cambio di prospettiva, solo informare delle ragioni culturali che ci spingono a usare due termini diversi per indicare aspetti della stessa realtà (umana). Perché anche a questo serve la filosofia: comprendere da dove derivino certe convinzioni su cui si regge la vita di ciascuno di noi.

Nella filosofia greca, possiamo rintracciare due atteggiamenti differenti rispetto al reale, volti a conciliare l’ineludibilità del divenire – cui tutto è sottoposto – con la permanenza dell’essere. Da una parte, dunque, Eraclito, che afferma che tutto cambia (panta rei), dall’altra Parmenide, l’assertore di ciò che dura:

«l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere».

È sempre stato difficile, insomma, giustificare la copresenza del mutamento e dell’identità. Pensiamo a noi, ad esempio. Al cospetto di una foto di qualche anno fa, è inevitabile constatare che siamo cambiati, ma è altrettanto impossibile dubitare del fatto che – nonostante le rughe, il colore dei capelli mutato e i chili in più – quelli siamo pur sempre noi. Platone ha cercato di ovviare a ciò attingendo alla tradizione orfico-pitagorica, affermando così l’esistenza di un mondo ideale e di un mondo materiale: il regno delle idee è ciò cui tornerà l’anima una volta che i mutamenti si compiranno in quello finale costituito dalla Morte. Ciò comporta che ad essere interessato dal divenire e dai cambiamenti sia il corpo, e che l’anima invece superi questi stessi mutamenti rimanendo se stessa, sempre identica, incorruttibile. Per questo il corpo è inteso come sema, ossia come prigione dell’anima. Ne è derivata una visione denigratoria nei confronti di tutto ciò che ha a che fare col corporeo, con il materiale, e – per converso – un’esaltazione dell’anima come elemento autentico e superiore rispetto al suo compare terreno, diciamo. Tale Weltanschauung è confluita anche nel Cristianesimo, e persino il padre della scienza moderna, Cartesio, ha confermato il dualismo corpo-anima parlando di res cogitans e res extensa. Eppure anche il pensatore francese sentì l’esigenza di unire questi due aspetti della realtà individuando nella ghiandola pineale il luogo fisico del loro incontro. Forse, da questa intuizione, sono scaturite le conquiste delle neuroscienze attuali, che dobbiamo tenere presenti non tanto per dimostrare la fondatezza del materialismo (che pensa che tutto si risolva nella materia e che, una volta esaurita questa, nulla più esista), quanto per gli importanti stimoli riflessivi offertici da esse circa la complessità di cui siamo fatti, l’unicum che siamo e di cui bisogna tenere conto all’interno di una relazione di aiuto.

Nonostante queste scoperte scientifiche provino l’interrelazione di ciò che siamo soliti chiamare “corpo” e di ciò che definiamo “anima”, oggi la tendenza imperante è quella di parcellizzare l’individuo, che – ad esempio – nel contesto clinico viene visto come organo da curare, come mero Körper (corpo-cosa, oggetto delle scienze), mentre un medico dovrebbe tener conto anche del Leib (corpo vivente) di colui che ha di fronte, che è appunto Persona. Essa ha dunque una storia, e la storia di ciascuno di noi è frutto di elementi materiali e immateriali, corporei e psichici, desideri, sogni, aspirazioni, progetti, esperienze, sofferenze, gioie, relazioni… di tutto ciò che rende la vita tale, insomma. Quindi, nel momento in cui si è in un contesto di Cura, bisogna badare a questa complessità di cui ognuno è portatore, ponendo attenzione ai suddetti aspetti dell’esistenza, a tutto ciò che – per abitudine culturale – siamo soliti chiamare “anima” e “corpo”: l’Intero.

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Aisthesis

La Perla

Tutti quegli anni, a vivere la vita di qualcuno che neanche conoscevo”

Che sciocco che sono! Giacere qui in segrete puzzolenti quando potrei andarmene in giro in libertà. Ho una chiave nel mio cuore, chiamata promessa che aprirà, ne sono persuaso, ogni serratura del castello del dubbio. Sebbene in uno stato oscuro e tetro, egli muta l’ombra di morte in aurora”

Knight of cups è un film del 2015 diretto da Terrence Malick e interpretato dal tormentato Christian Bale.

Rick è il suo nome e, sin dall’inizio, vaga nella sua stessa vita, fatta di festini, scenari lussuosi, belle donne e perdizione. Il regista ci accompagna in questo pellegrinaggio, perché tale è, sebbene il contesto sia in apparenza stridente con la solitudine e il carattere ascetico di un pellegrinaggio vero e proprio. Rick è disperso e frammentato, quasi sempre spettatore della vita altrui e della propria. Ma noi sappiamo anche che egli ricerca una Perla, così come il giovane principe della “favola” che il padre (pellegrino a sua volta) gli narrava:

ricordi la storia che ti raccontavo quando eri piccolo? La storia del giovane principe? Del cavaliere, mandato da suo padre – il re dell’Oriente – a Occidente, in Egitto, per trovare una perla… Una perla dagli abissi del mare. Ma quando il principe arrivò, gli diedero da bere in una coppa che gli portò via la memoria: si dimenticò di essere il figlio del re. Si dimenticò della perla e cadde in un sonno profondo. Il re non aveva dimenticato suo figlio; continuava ad inviare missive, messaggeri, guide. Ma il principe non si svegliava”.

Questo racconto è mutuato da un testo gnostico del III secolo, L’Inno della Perla – La Nostalgia Gnostica del Ritorno al Pleroma, in cui si narra appunto della ricerca di questa fatidica Perla da parte del figlio del re del mondo spirituale, ricerca per la quale il ragazzo viene inviato nel mondo materiale… Quindi sembrerebbe avviare alla classica dicotomia anima-corpo, spirito-materia, bene-male di cui i testi gnostici sono intrisi e che ricordano il dualismo orfico-pitagorico-cartesiano su cui si regge la tradizione filosofica occidentale volta a condannare tutto ciò he è ascrivibile all’immanente. Eppure si evince altro da questa trasposizione cinematografica di Malick: la dimensione nomade dell’Io, che – per definire se stesso – ha bisogno di errare, di incontrare diversi altri Io, scegliendo se rimanere monade (chiuso in se stesso) o aprirsi al necessario confronto con gli altri, proprio come nel pensiero di Ricoeur. Qui non si rinnega la materia, bensì la si riconosce come trama della complessità dell’esistenza.

Rick raffigura un Io disperso, frammentato, gregario. Spesso gli siamo accanto, lo vediamo contemplare, assistere e ascoltare le parole delle persone che incontra durante il “pellegrinaggio”; siamo spettatori del suo essere a sua volta spettatore del regno del Man in cui è gettato, quel mondo materiale del racconto gnostico che, nel film, è fatto di lustrini, belle donne, ebbrezza e sorrisi inebetiti. Eppure la “voce” dentro di lui – quella paterna che gli rammenta la ricerca della Perla – lo spinge ad andare oltre, a sperimentare diverse forme di esistenza grazie all’incontro con l’Altro. Questo Altro è quasi sempre una donna, portatrice di amore gratuito, di progetti futuri, di opportunità di realizzazione… Alcune lo vogliono salvare da se stesso, altre lo esortano a sognare, a essere tutto ciò che vuole; altre ancora gli offrono l’opportunità di trascendere se stesso attraverso la paternità. Eppure non basta: Rick rimane “addormentato”, proprio come nel racconto gnostico; nonostante i messaggeri che la vita gli mette davanti, non riesce a destarsi.

Ma sembra che non si svegli poiché, difatti, incontrando queste figure catalizzatrici di Autenticità, Bale in realtà cesella se stesso… Senza intenzione, quasi per caso egli, alla fine, riesce a intuire la filigrana della propria esistenza e trovare il bandolo della matassa… la sua Perla: il Significato della propria esistenza. Ha sperimentato il “teatro del mondo”, lo ha assaporato, vissuto sulla propria pelle e poi? In ultimo si rende conto che

l’unica via d’uscita è all’interno. Respira!”

Finalmente può respirare… dopo l’apnea provata per tutto quel tempo, alla ricerca di un qualcosa che non era all’esterno, bensì dentro di lui. Si sveglia.

Molte persone fanno come Rick: vagano, erranti, nella loro stessa esistenza. Stanno male senza conoscerne la causa, pensano che la loro felicità dipenda da circostanze esterne o da altri individui. Invece la Perla è lì, dentro di loro, a portata di mano. Bisogna solo trovare la via per arrivarvi; e, da soli la si può intuire, ma in compagnia (con la giusta compagnia), vi si arriva in maniera ancora più fondata e autentica.

Si è soliti pensare che, per uscire dall’abulia e dallo stallo in cui ci si avverte come imprigionati, sia necessario un cambio radicale, una rottura: un evento che irrompa in quella monotonia accidiosa e pervadente e che ci salvi. Mentre la via passa proprio attraverso quello stesso impasse esistenziale: bisogna sostare all’interno di quella prigionia per poter procedere senza rinnegare ciò che si è stati e la vita stessa che abbiamo vissuto sino a quel momento. Quindi dobbiamo rimanere dentro noi stessi, senza timore di guardare al nostro interno né nutrendo speranza di salvezza eteronoma. François Jullien esprime molto bene questo carattere di continuità tra quella che definisce una prima e una seconda vita: questa non può esserci senza la precedente. Non si tratta di rinnegare chi siamo stati né di stravolgere completamente le nostre esistenze, bensì di avere pazienza, far decantare i vissuti e lasciar emergere – fenomenologicamente – la figura dallo sfondo. Di riprendere (in senso kierkegaardiano quasi). Il tempo, quello stesso tempo che è stato luogo di pena, sofferenza e vita subìta, sarà funzionale a far emergere la famosa filigrana della nostra esistenza, riconsegnandocela risignificata, finalmente nostra, scelta e non imposta. Non cambia nulla eppure cambia tutto: muta la luce della Perla. Che, comunque, è già un nostro possesso.

I dialoghi – spesso soliloqui – della pellicola del film sarebbero tutti da trascrivere. Di seguito, riporto alcune battute, che interpellano e che possono essere utili ai fini di un ipotetico esercizio rispetto a noi stessi e alle nostre esistenze:

– “Vedete le palme? Le palme ci dicono che tutto è possibile: possiamo essere qualsiasi cosa… fare qualsiasi cosa. Ricominciare” (Rick)

– “Figlio, sei proprio come me. Non riesci a comprendere la tua vita? Non riesci a mettere insieme i pezzi? Proprio come me… un pellegrino su questa terra, uno straniero…… frammenti, pezzi di un uomo. Dove ho sbagliato?” (Padre)

– “Il Desiderio è così profondo. Butterò via la mia vita” (Rick)

– “Non tornare a essere morto… Che cosa vuoi?”. “Non stiamo vivendo le vite scritte per noi… il nostro destino è un altro” (una delle donne di Rick)

– “Dove ti incontrerò? Da che parte devo andare? Immagino non sia lì per me, alla fine… Da dove comincio?” (Rick)

– “Da giovane avevo paura. Paura della vita. Chi paga per essa? Mi dispiace abbia dovuto pagare anche … La mia speranza… Mi hai dato la pace; mi hai dato quello che il mondo non può dare: pietà, amore, gioia. Tutto il resto sono nuvole, nebbia… stai con me. Sempre.” (Rick, rivolto a Nancy)

– “Pensi che, quando arrivi ad una certa età, le cose inizieranno ad avere un senso, invece scopri che sei perso esattamente come prima. Immagino sia proprio questo la dannazione… i pezzi della tua vita che non si uniscono mai. Che sono lì, sbattuti in giro”. “Ricorda: la perla! Sussurra… invita … ogni uomo, ogni donna una guida, un dio. Tu vivi in esilio, straniero in terra straniera. Un pellegrino, un cavaliere. Trova la tua strada! Dall’oscurità alla luce” (il padre)

– “Ho passato trent’anni senza vivere la vita. Anzi, rovinandola… a me stesso e agli altri. Non riesco a ricordare che uomo volevo essere” (Rick)

– “io insegno solo una cosa: insegno solo il momento presente. Fare attenzione al momento presente. Ed è tutto lì, perfetto e completo, così com’è” (il monaco)

– “Conserva tutto della tua vita. Non perdere tutto solo perché hai perso una parte” (Rick a Elizabeth)

“Trova la luce che conosci a est. Come un bambino. La luna… le stelle. Sono al tuo servizio. Ti guidano nel cammino. La luce negli occhi degli altri… la Perla!” (il padre).

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Aisthesis Riconoscimento

L’importanza dell’autorelazione

La serie Solos (Assolo, in italiano) si colloca nel solco del filone filo-sci-fantasy ora molto in voga, e consta di 7 episodi che indagano il rapporto dell’individuo con se stesso e col mondo sempre più digitalizzato verso cui siamo lanciati. Sono “assoli” in quanto la mezz’ora scarsa di ogni puntata è dedicata ad un solo personaggio che, quasi in un flusso di coscienza, si confronta con se stesso, a volte al cospetto di un interlocutore. La presenza del futuro digitalizzato e quasi transumano sembra faccia da catalizzatore rispetto al tentativo di far emergere – da questo orizzonte apparentemente disumanizzante – tutta l’umanità che è in noi. I temi filosofici emergenti sono, difatti, quelli su cui – ab origine – ci si interroga: la morte, la malattia, i fallimenti, i progetti inattuati, la relazione con gli altri, l’identità. Nonostante il futuro ci corredi di dispositivi (di controllo e di potere, alla Foucault), l’uomo rimane sempre tale, caratterizzato dalle medesime questioni esistenziali da cui ha preso avvio la Filosofia.

Il secondo episodio è dedicato a Tom. Si rimane subito spiazzati, perché questo rampante uomo di successo si trova al cospetto di un altro Tom, seduto di fronte a lui, sul divano del suo studio. Li si distingue solo perché vestiti diversamente. E si viene catapultati in una sorta di esperimento mentale:

Immagina di incontrare te stesso. Chi vedi?”

Questo dice, infatti, la voce fuori-campo che introduce alla storia. Tom incontra questo altro da sé, quasi una concrezione del Sé come un altro di cui parlava Paul Ricoeur: quell’Altro che ci inabita, e che è sia medesimezza che ipseità. La prima è l’identità che permane, che consente a Tom di riconoscere se stesso nella persona che ha davanti; la seconda è il mutamento, che comunque ci caratterizza in quanto siamo noi ma, nel tempo, non possiamo che constatare che cambiamo. Tom, all’inizio, è indispettito, urtato da questo Altro al suo cospetto, che lo guarda e sembra giudicarlo: non riconosce il suo stesso corpo, deride l’usurpatore diffidando del suo collo, del suo naso … stenta a vedersi in lui. Sicuramente, dato il contesto della storia narrata, lo spettatore può cogliere in questa ribellione al riconoscersi nell’altro-Tom, una forma di resistenza da parte del protagonista, che deve accettare … Scopriremo presto che questa fatica è dettata dal fatto che sia inaccettabile ciò che l’Altro rappresenta per Tom: la sua fine imminente. L’uomo seduto sul divano, difatti, è davvero un usurpatore: dovrà prendere il suo posto visto che il Tom “originale” ha avuto una diagnosi infausta e ha pochi mesi davanti. Allora egli cerca di usare quei minuti concessigli dalla società che ha costruito il suo clone robotico (perché questo è l’altro-Tom!) per indottrinarlo e spiegargli chi egli sia: non cosa faccia, perché – come dice il suo sosia – questo è risaputo e già uploadato nel suo hardware, ma chi sia. Gli pone, insomma, la domanda delle domande: chi sei tu? E qui emerge tutta la potenza della narrazione del sé, che consente a Tom di vincere l’iniziale rabbiosa resistenza e di sondare se stesso nel tentativo di far emergere ciò che conta, ossia quello che lo caratterizza, nella relazione coi figli e con la moglie da cui presto dovrà congedarsi. Ma in tale racconto di sé di fronte a sé medesimo, come in uno specchio, Tom prende anche consapevolezza di se stesso, dismette la maschera di cinico che sino a poco prima lo corazzava rispetto al mondo, lascia fuoriuscire il magmatico cuore che lo distingue come unico e si auto-riconosce.

Pochissimi e intensi minuti, in cui si tocca con mano l’importanza del dialogo interiore, della confessione allo specchio, un esempio di esercizio spirituale cui dovremmo allenarci non solo al limitare della vita ma – come volevano le scuole ellenistiche – quotidianamente. Il riconoscimento, per cui lottiamo tutta la vita, passa necessariamente attraverso l’auto-riconoscimento; se non abbiamo un rapporto autentico con noi stessi, non possiamo ambire a un’esistenza autentica. Per questo è davvero interessante assistere a questo stimolante esperimento in cui l’altro che è in noi prende forma e si incarna davanti ai nostri occhi, perché spesso lo diamo per scontato, trascurandolo come interlocutore.

Il valore dell’assolo che dovremmo imparare ad ascoltare.

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Riconoscimento

Come cervelli in una vasca

Di recente ho come l’impressione di vivere in una mente disincarnata.

Cosa intendo? Da un anno siamo ormai costretti al distanziamento, all’isolamento, alla paura del contatto fisico con l’altro. Il coronavirus ci ha abituato a questo. Di conseguenza, chiusi al mondo, stiamo esasperando l’unica cosa che ci rimane: la dimensione comunicativa «filtrata». Schermi, tanti schermi! Smartphone, tablet, pc… ormai viviamo mediante loro e, sebbene sempre connessi, non siamo mai stati così lontani dall’altro e dal corpo dell’altro.

È come se avessimo realizzato il paradosso del filosofo e matematico Hilary Putnam, così ben descritto in questo video:

In Ragione, verità, storia (1981), Putnam usa questo esperimento per dimostrare il cosiddetto realismo interno: uno scienziato pazzo preleva un cervello ad un uomo e lo pone in una vasca, contenente una soluzione nutritiva; collega i neuroni ad un computer esterno e, mediante gli input che questo gli rimanda, il cervello ha comunque l’impressione di vivere normalmente, in un mondo reale, sebbene sia totalmente slegato dalla contingenza stessa e privato del suo stesso corpo. La persona cui appartiene quel cervello non riuscirebbe più a discernere il vero dal falso, il reale dall’irreale… Scrive Putnam:

Sembra che ci siano persone, oggetti, il cielo ecc., ma in realtà l’esperienza della persona (la vostra esperienza) è in tutto e per tutto il risultato degli impulsi elettronici che viaggiano dal computer alle terminazioni nervose. Il computer è così abile che se la persona cerca di alzare il braccio la risposta del computer farà sì che «veda» e «senta» il braccio che si alza. Inoltre, variando il programma lo scienziato malvagio può far sì che la vittima «esperisca» (ovvero allucini) qualsiasi situazione o ambiente lo scienziato voglia”.

E, arrivando a ipotizzare che potremmo essere tutti immersi in una sorta di macro-esperimento di questo tipo, aggiunge:

in un certo senso io e voi siamo davvero in comunicazione. Io non mi inganno sulla vostra esistenza reale, ma solo sull’esistenza del vostro corpo e del mondo esterno, cervelli esclusi”.

L’unica certezza, l’indubitabile, è il cervello.

Ma ci basta? È sufficiente? Io penso di no.

Mi sembra, difatti, di vivere in una concrezione distopica: un cervello in una vasca convinto di vivere realmente ciò che il processore gli fa percepire. Cerco di sublimare questo contatto con l’altro, insapore e incompleto perché sempre filtrato; provo a farne contenuto della mia coscienza; ma qualcosa non torna … Ci si può accontentare – meglio questo che nulla e il totale isolamento cui saremmo obbligati se la tecnologia non ci consentisse comunque di comunicare – mi dico. Eppure cosa manca? La coerenza con ciò in cui credo: che siamo un tutt’uno, mente incarnata. Abbiamo bisogno anche dei nostri corpi per stare con gli altri. La privazione di un abbraccio, di un contatto, di un gesto di affetto o della piena espressività dei nostri volti – ora mascherati – ci impone un grosso sacrificio di una parte di noi stessi. L’intersoggettività non si realizza senza l’intercorporeità. Per salvare il mero Körper, il nudo βίος, stiamo dimenticando il Leib… Siamo, dunque, solo software o anche hardware?

Io non penso che possiamo prescindere dal nostro corpo. Come ci dimostrano pensatori come Shaun Gallagher e Dan Zahavi (La mente fenomenologica), sono convinta che la nostra realtà e identità siano plasmate sì dal cervello, ma non come vuole dimostrare l’esperimento di Putnam, bensì da una mente incarnata, in cui Körper e Leib sono poli della stessa sostanza. Per cui, in assenza della pienezza esistentiva garantita e permessa anche dal corpo, voglio ribadirmi che esso non deve essere dimenticato e che è un grosso rischio abituarsi a questo esperimento folle cui, inevitabilmente, ora siamo costretti.

Indipendentemente dal fatto che il cervello in una vasca sia una possibilità reale oppure no, quello che è certo è che la nostra esperienza cognitiva è plasmata da un cervello incarnato. Infatti è sempre più ampiamente accettato che i cervelli che abbiamo sono plasmati dai corpi che possediamo e dalle azioni che compiamo nel mondo reale. La cognizione, non solo è incarnata, ma è anche situata, ed è tale perché incarnata” (S. Gallagher, D. Zahavi)

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Aisthesis

Your Honor. La ribellione di Abramo

Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio” (Ebrei, 11-17)

Coleman si allontanò rendendosi conto, come mai prima di allora aveva dovuto fare al di fuori delle lezioni sulla tragedia greca, della facilità con cui la vita può essere una cosa piuttosto che un’altra e della casualità con cui si crea un destino… E anche, d’altra parte, di come il fato può sembrare accidentale quando le cose non possono andare a finire che come sono finite”. (Philip Roth, La macchia umana)

Casualità e causalità; libero arbitrio e destino.

Quante volte, nella nostra vita, ci troviamo di fronte a bivi che ci impongono una scelta? Praticamente ogni giorno. Ciò che siamo è determinato anche dalle nostre decisioni e – esercitando quella libertà che opta per un possibile piuttosto che per un altro – cerchiamo di pilotare la nostra vita, di darle una parvenza di ordine congruo, al fine di sfuggire al caos. Qualche volta vi riusciamo: seguendo la logica causale, speriamo di allontanare eventuali conseguenze negative delle nostre decisioni; altre volte, ci ritroviamo spiazzati al cospetto di conseguenze imprevedibili, disarmati di fronte al caso che sembrerebbe dire l’ultima parola.

Possiamo, dunque, essere artefici del nostro destino?

La miniserie televisiva Your Honor offre importanti spunti di riflessione.

Michael Desiato (interpretato da Bryan Cranston) è il protagonista di questa serie. Dieci episodi in cui lo spettatore assiste allo snaturarsi di un uomo integerrimo, un giudice, che da sempre lotta per sospendere il giudizio verso gli imputati della sua corte, cercando di contestualizzare sempre la ragione per cui sono finiti al banco degli imputati, ascoltandoli e indagando dietro le apparenze e i pregiudizi. Un giudice giusto, incarnazione di una Giustizia che non è davvero la dea bendata. Michael, difatti, desidera sempre vederci bene, accertando imputazioni e accuse, al fine di essere retto e nel tentativo di comprendere più che di spiegare le Persone che si ritrovano al suo cospetto. A lui si rivolgono per la sua umanità, per la sua capacità di andare contro corrente laddove la vita, nella sua singolarità, è messa a repentaglio o giudicata erroneamente a causa di stereotipi. Un faro e uno spirito incorruttibile.

Ma la sua luce si spegne. Poiché egli, a causa di circostanze che non vogliamo spoilerare, si ritrova a fare di tutto, a sovvertire ogni suo principio in nome di quello che reputa essere il più alto di tutti: l’amore per il proprio unico figlio, Adam. Per evitare di sacrificarlo e di consegnarlo alla Giustizia degli uomini di cui lui stesso è custode, il giudice Desiato deve trascendere se stesso, ciò in cui ha sempre creduto e fa una scelta: salvare suo figlio dal sacrificio richiesto.

Inevitabile il paragone con il biblico Abramo, cui Dio chiese di sacrificare quello stesso figlio, Isacco, che gli avrebbe garantito – dopo le difficoltà avute per concepirlo – la prosecuzione del suo seme…

Entrambi, Michael e Abramo, sono considerati “giusti”; entrambi hanno un unico figlio. Ma – di fronte alla possibilità di sacrificarlo – reagiscono in maniera completamente diversa l’uno dall’altro.

Abramo è pronto a sacrificare suo figlio, come una sorta di precursore del credo quia absurdum: egli si chiede come sia possibile che Dio gli garantisca la discendenza se deve sacrificare l’unico mezzo che ha per perpetuarla, Isacco; eppure crede in Dio e lo ascolta nella sua richiesta inaccettabile, facendo il salto della fede. Non a caso Kierkegaard pensa a lui quale emblema dell’etica religiosa, in Timore e Tremore:

Ma non dubitò, non si mise a sbirciare a destra e a sinistra con angoscia, non importunò il cielo con le sue preghiere. Sapeva che era Dio, l’Onnipotente, che lo metteva alla prova; sapeva che si poteva esigere da lui il sacrificio più duro: ma sapeva anche che nessun sacrificio è troppo duro quando è Dio che lo vuole – e cavò fuori il coltello”.

E, per questo coraggio, Dio lo premia: risparmia Isacco, mantenendo quindi la promessa iniziale.

Michael Desiato fa una scelta invece diversa: si ribella. Pretende di pilotare gli eventi, guardando “a destra e a sinistra”, per modificarli. Crede solo nella Giustizia, sì, ma è anche esempio dell’homo artifex sui. La sua visione del mondo si regge su altri valori rispetto a quelli di Abramo. Alla fine della sua vicenda, una volta smascherato da quelle persone che amava e che si è ritrovato a manipolare suo malgrado, cede ed enuncia la sua priorità a giustificazione: salvare il figlio. Michael, a differenza del paladino della fede, si rivolta facendo di tutto per evitare di sacrificare la sua progenie. Prova a forzare il destino, che sembrerebbe già scritto nell’indagine delle possibili conseguenze di quella fatidica causa iniziale che ha innescato la sua trasformazione esistenziale; allora cerca di lavorare sulle cause stesse per sortire degli effetti diversi da quelli temuti. Ingaggia una lotta contro il fato proprio per porre ordine, rimedio, per ovviare all’inevitabile epilogo.

Ma – come abbiamo detto – non tutto è prevedibile. E quando l’individuo cerca di autodeterminarsi, piegando quello che può essere fuori del suo controllo, rischia l’ὕβϱις. E la tracotanza viene punita. Alla fine la progenie Desiato non potrà andare avanti, nonostante le lotte, il sacrificio di sé e di tutti i valori da parte di un padre che si rivela disposto a tutto.

La ribellione di questo nuovo Abramo dimostra che, per quanto ci si possa e ci si debba autodeterminare, si incappa sempre in incognite che non sono prevedibili e che esulano dal nostro controllo. Epitteto avrebbe tanto da dire in merito. Destino e libero arbitrio sembrano legati in un vincolo indissolubile poiché la libertà individuale si incaglia negli scacchi dell’esistenza e della sua imprevedibilità. Si può reagire con rabbia, dolore, frustrazione, ma sempre ci imbattiamo nel limite della nostra libertà e della possibilità di scegliere come determinare il nostro esistere.

Il finale della miniserie sembra ripristinare una teodicea, contro cui ha sempre lottato il protagonista. Pur non pensando che esista il fato o il karma, sicuramente, ci si domanda come si possano affrontare le sconfitte delle scelte rivelatesi infelici. Perché qualcosa ha portato a quell’epilogo e, sicuramente, non è imputabile al destino o al fato.

La vicenda termina lasciandoci come una corda tesa. Non sappiamo cosa avvenga dopo il trionfo dell’ineluttabile. E risuonano le parole di Roth:

Pensava gli stessi inutili pensieri, inutili per un uomo di non grande talento come lui, se non per Sofocle: la casualità con cui si forma un destino… E come tutto può sembrare accidentale quando è inevitabile”.

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Libri

L’amore che resta

Hanno questo di proprio le opere di genio, che, anche quando dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande, che si trovi anche in uno stato di enorme abbattimento, disinganno, nullità e scoraggiamento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle più alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa), servono sempre di consolazione, riaccendono l’entusiasmo; e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta” (Leopardi, Zibaldone)

Questo passo leopardiano, citato dall’Autore del libro di cui stiamo per parlare, rende splendidamente l’intento di “L’amore che resta”, scritto dal filosofo spagnolo Fernando Savater, appena pubblicato da Laterza.

Fernando, un uomo che, a distanza di quattro anni dalla morte dell’amata moglie, si ritrova ancora al cospetto di un dolore fatto appunto di “enorme abbattimento, disinganno, nullità e scoraggiamento della vita”. A chi ancora si stupisce del suo dolore, egli reagisce con rabbia e inevitabile rivolta, infastidito da come lo sollecitino ad allontanarlo – sebbene a fin di bene – dall’unico modo che ancora ha per amarla: soffrire. Ecco, il valore della sofferenza come strumento di eternazione: solo il ricordo di colei che ha amato così tanto gli consente di tenerla accanto. “Se non fa male, non è dolore”. In questo lui crede profondamente.

Savater, canta l’“eco della sua assenza”, unico movente di vita ormai per lui, che ha perso il gusto di esistere, limitandosi a una mera sopravvivenza. Spesso ribadisce come si possa continuare a vivere nonostante tutto, nonostante la perdita della luce che lo ha illuminato per 35 anni. Si vergogna quasi di questa capacità, di quella che definisce essere una volontà biologica che annulla la volontà interiore, che lo spingerebbe a raggiungerla, a detta del pensatore. Egli vive per continuare ad essere il suo “cavaliere”:

Dovevo cercare di parlare: non solo della sua perdita, ma di lei viva e palpitante, di ciò che abbiamo vissuto assieme, di tutto quello che mi ha dato e non solo di quello che mi ha tolto con la sua assenza”.

In apparenza un nuovo De consolatione philosophiae, il testo in realtà esprime bene la sconfitta della filosofia stessa di fronte all’ineludibilità della morte. Nessuna argomentazione filosofica può consolare Savater per la perdita di colei che gli ha permesso di essere se stesso, che lo ha reso migliore – come continuamente ribadisce elogiando una donna che ha della Beatrice dantesca in sé – unica e irripetibile.

Docente universitario e scrittore, si è sempre riconosciuto nel pensiero di Cioran (che ha conosciuto e con cui aveva avuto un intenso scambio epistolare), Schopenhauer, Leopardi, Chestov, Lovecraft, che lui chiama “i grandi pessimisti”. Eppure, nonostante questo retaggio nichilista, il suo è sempre stato un atteggiamento allegro nei confronti della vita, capace di cogliere nell’unica cosa concessaci – l’esistenza in questo mondo – tanta energia e voglia di vivere:

Su di me i grandi pessimisti hanno sempre avuto un effetto tonificante e il messaggio che ho cercato di trasmettere […] consiste proprio nel paradossale rinforzo dell’appetito vitale e nel miglior modo per incanalarlo”.

Fernando è stato, dunque, un gaudente, amante della vita e – anche quando già aveva incontrato la sua Pelo Cohete – per diverso tempo non si negò storie clandestine, piaceri di ogni tipo, sensuali e trasgressivi. Ha sempre riso con lei, lo ribadisce in continuazione. Smette di sorridere all’avvento di quello che lui definisce il “peggio”: la diagnosi infausta di glioblastoma multiplo. Un male che nomina solo alla fine per coerenza con il suo intento:

Ciò che racconto qui […] non è la «la parte peggiore» della mia vita, ma senza alcun dubbio la migliore, oro e pietre preziose incastonate nella memoria che sfuggono alla pattumiera dell’esistenza”.

Quindi il libro è un inno alla vita e a colei che lo ha reso vivo, speciale, sempre credendo in lui e più che musa, quasi motore immobile che tutto muove all’interno di quella che – a detta dell’Autore stesso – sarebbe stata una vita insulsa senza di lei, come lo è ora che esiste come mancanza. Lotta per ricordarla e consegnarla ai posteri, perché – senza memoria – lei non sarebbe più davvero:

forse riuscirò a far sì che il lettore si innamori un po’ di lei, per contagio; e che magari apprezzi di più la vita, perché lei ha reso il mondo più bello. In ultima istanza, può essere che questo libro sconsolato racchiuda per qualcuno un messaggio consolatorio […]. Così formulò il concetto il giovane Cioran nel suo primo libro Al culmine della disperazione: «La sola cosa che possa salvare l’uomo è l’amore […]»”.

Più che una consolazione, io – da lettrice – ho trovato una conferma di ciò in cui credo a mia volta: il potere del ricordo e della memoria di coloro che abbiamo amato. E che amiamo ricordando. Inoltre, il valore del dolore:

per chi ha amato davvero e ha perso la persona amata, ammortizzare il dolore è la prospettiva più crudele e dolorosa di tutte. Come scrisse uno specialista in materia, Cesare Pavese, «il dolore più atroce è sapere che il dolore passerà». E con il dolore passerà l’amore stesso, che non potrà più essere altro che la certezza dell’assenza”.

Per questo Savater si erge a “guardiano dell’assenza” e sancisce una differenza fondamentale tra quello che definisce come “amor proprio” e “Amore”: il primo è narcisismo, dice il Filosofo,

l’unica forma di innamoramento in cui l’oggetto […] rimarrà sempre alla nostra portata. E se fa molto male all’inizio per poi diluirsi fin a lasciare solo un lieve bruciore facilmente superabile, è amor… proprio”.

Quindi è un amore opportunistico, utile per sopravvivere, ma “che non sa nulla della perdizione”, scrive inoltre Savater. Mentre l’Amore (vero) è quello intriso di sofferenza e di angoscia, “che ci rende autentici più di qualunque piacere”:

è un amore che non accetta di spegnersi dopo la perdita irreversibile della persona amata ma che anzi, […] si scopre più puro, spavaldo e irrefutabile, oltre che infinitamente, disperatamente doloroso”.

Insomma si tratta pur sempre di due forme di amore per l’altro, ma l’amor proprio obiettivizza la persona amata, e fa soffrire momentaneamente quando si perde l’oggetto del proprio desiderio (autoreferenziale), in cui amavamo noi stessi, in fondo; si tratta di orgoglio ferito, in questo senso è una forma di narcisismo; è una perdita superabile poiché è amore per sé. Mentre l’Amore è amore per l’Altro come soggetto, in quanto Singolo (è reciproca fioritura)… e il dolore permane quando quella persona ci lascia. L’amor proprio è inautentico, un amore di sé nell’Altro; il secondo è invece autentico in quanto amore dell’Altro in sé.

Confermo inoltre che, leggendo, ci si innamori davvero un po’ della “dama” eccezionale di cui si narra: Pelo Cohete. Questo, ovviamente, non era il suo vero nome. Esso è Sara Torres Marrero. Ma diventa e rimane Pelo Cohete anche per noi, partecipi di questa conoscenza unica e insostituibile. La conobbe quando era sua studentessa, presso l’università di Zorroaga in cui Savater insegnava già da qualche tempo. La chiamavano Pelo Cohete perché, allora, portava i capelli acconciati in una cresta molto alta, come quella dei punk…Tale caratteristica di ribellione permane nella donna per tutta la sua vita, nonostante la modestia e semplicità con cui si presentava al mondo. Dotata di un fascino particolare, mai civettuola eppure femmina sino al midollo, era in grado di sedurre tutti e di illuminare il mondo circostante…

Non vogliamo riassumere ciò che chi l’ha amata ha faticato ad esprimere – perché la Bellezza e la Felicità sono ineffabili, come ribadisce Savater stesso –, bensì sottolineare come ciò che resta dell’amore, del legame tra Pelo Cohete e Fernando, sia una testimonianza di quello che l’Amore dovrebbe essere:

Che altro è l’amore se non ciò che ci rende insostituibili? Esiste desolazione più grande e insopportabile della consapevolezza che continueremo ad amare per sempre la persona che abbiamo perso e che nessuno sostituirà? E il paradosso più grande è che si tratta di una desolazione a cui il vero amante non sarebbe disposto a rinunciare per nulla al mondo”.

Solo lui poteva cantare di questo amore e della sua insostituibilità, Pelo Cohete lo sapeva:

Se tu non lo racconti, nessuno saprà che cosa siamo stati l’uno per l’altra”.

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Riflessioni

Senza gusto e senza olfatto

E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaio del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attendendo al fenomeno straordinario che si svolgeva in me […]. All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di Maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o ti tiglio” (M. Proust, Dalla parte di Swann)

Il modo in cui lo spirito è legato al corpo è meraviglioso nella sua interezza e non può essere compreso dall’uomo – e tuttavia proprio questo è l’uomo”. (Agostino, De Civitate Dei XXI)

Che sapore ha la vita? Appena veniamo privati di ciò che caratterizza i nostri giorni, nel bene e nel male, ne sentiamo la mancanza. Quando qualcosa va via, ecco che – col permanere della sua assenza – facciamo fatica a rievocarlo… una reminiscenza impossibile. Senza i sensi e il nostro corpo, da cui scaturisce la presenza del ricordo, perdiamo definitivamente qualcosa. Come quando stentiamo a ricordare i dettagli del volto di una persona amata, che ci ha lasciato… Che cosa sarebbe il ricordo delle Madeleines senza il loro profumo e sapore, ovvero senza il naso e il palato sensibile di Proust? Nulla… come rendere presente ciò che non vi è più?

Abbiamo un bel dire a denigrare il corpo e a metterlo tra parentesi. Molte persone, motivate dalla religione o da un pudore sociale, tendono a mettere in secondo piano la carne di cui sono fatte. Eppure siamo un Tutto: rinunciando al corpo, svilendolo, rinunciamo ad una parte costitutiva di noi stessi.

Da qualche giorno sono positiva al Covid19 e, pur ringraziando per la levità dei sintomi, sento una profonda mancanza, quella appunto del Sapore della Vita. Cucino per me e i miei cari e non capisco realmente cosa stia mettendo assieme perché mi manca ciò che, dentro di me, dà il senso al mio agire tra i fornelli: l’olfatto. Dal profumo riesco a capire se i cibi che sto componendo saranno buoni o meno. Assaggio e nulla: come mangiare “aria”. Non mi sto lamentando, anzi; voglio solo constatare quanto i sensi siano forieri di significanza anche di un gesto quotidiano come la preparazione delle pietanze, attraverso cui mi prendo cura e amo i miei cari.

Senza il corpo, cosa saremmo? È come se esso fosse il luogo in cui risiede la nostra identità, il nostro modo di essere, la nostra individualità. Quando il corpo si ammala, perde un pezzo di autonomia, si logora e invecchia… ecco che anche ciò che siamo, si ammala, perde in autonomia, si logora e invecchia.

Inutile dire che, qualcosa permane anche se il corpo non è più. Che sia luogo dell’anima o che piuttosto questa sia indisgiungibile da esso, il corpo è il ponte con l’Altro: con l’altro-uomo, con l’altro-mondo, con l’altro-ulteriore… Ma sempre da noi stessi, dalla nostra carne si deve partire per poter arrivare o non arrivare all’altro. Se non ho olfatto e gusto, non potrò coronare il messaggio d’amore nei confronti dei miei cari, perché cucinerò all’insegna del caos o di un meccanismo che, ben che vaga, ricorderà a mala pena la bontà ideale cui tendo; se non ho corpo, non posso vivere o esplicare me stesso.

Il corpo siamo noi… Mentre attendevo a questo scritto autoreferenziale e catartico, ho assistito ad una meravigliosa lezione di un docente del master presso cui insegno. Perché permango nel mio essere discente, in maniera coerente allo spirito della filosofia che mai si conclude o si ferma alle certezze precostituite. Ebbene, a fagiolo, il carismatico oratore parlava di come il corpo siamo noi. Se lo sedo potentemente, viene meno la mia coscienza, la mia identità. Altro che assenza di gusto e olfatto: la mia identità si spegnerebbe in concomitanza con l’interruttore che dosa il farmaco nelle mie vene. Come ci ricorda Platone nel Fedone, in cui descrive l’ultimo giorno di vita di Socrate:

Socrate, seduto sul letto, ripiegò la gamba, se la frizionò con una mano e, continuando a massaggiarla, disse: «Amici miei, che strana cosa sembra essere ciò che gli uomini chiamano piacere! Che singolare relazione naturale esso ha con quello che pare il suo contrario, il dolore! Ambedue non dovrebbero essere presenti contemporaneamente in un uomo, eppure, se qualcuno insegue il primo e lo prende, ecco che quasi sempre è costretto a prendere anche l’altro, come se, pur essendo due, essi fossero tenuti assieme da un’unica testa. Mi pare», egli aggiunse, «che se Esopo ci avesse pensato, ne avrebbe tratto una favola in cui la divinità, volendo riconciliare i due belligeranti, siccome non vi riusciva, ne annodò assieme le teste. Di conseguenza, dov’è presente l’uno, ecco che subito segue anche l’altro, come, del resto, sembra accaduto anche a me, poiché nella mia gamba, là dove c’era il dolore per la catena, adesso pare che sopraggiunga un seguito di piacere»”.

Poi Socrate assume il φαρμακός, (vox media che è “veleno”, ma anche “rimedio”) e si lascia andare seguendo il corso dello stesso, come suggeritogli da chi glielo porta: cammina e, non appena sente le gambe intorpidirsi, si sdraia e aspetta il progressivo scemare delle sue forze vitali… abbandona il suo corpo, per liberare l’anima. Ma poi, le sue ultime parole: rendere grazie ad Asclepio, che ha saputo donare il rimedio stesso, che gli ha reso lieve il passaggio… Quante vite, oggi, grazie alla terapia palliativa, sono implicitamente grate alla Medicina!

Questo fa riflettere. Su tutte quelle condizioni esistenziali, quelle situazioni limite, in cui il corpo viene meno, in cui vi si deve rinunciare, quale ponte tra noi e l’esterno. È ancora possibile reperire un Senso a quelle vite costrette dalle malattie più invalidanti, dalle prognosi più infauste? Io penso di sì, nonostante sia qui ad encomiare l’importanza di un corpo che mi permette di essere anche ciò che sono…